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Nessuna catena, lucchetto o chiave

ferma quel sogno che continua a chiamare

Mi sento di cominciare portando una di quelle battute che si sentono spesso.

"Non ci sono più i valori!"

Lo si dice senza pensarci troppo. Tanto si sa che è così, è una frase a effetto che colpisce sempre il bersaglio. Di solito aiuta molto a raggiungere lo scopo di tutte le discussioni: zittire.

No.

Non basta affatto.

C'era un uomo, un sociologo di nome Kluckhohn, che un giorno diede una lezione a dir poco illuminante: ovvero, che i cosiddetti valori, questi mostri sacri, non sono altro che un insieme di caratteristiche, di tratti personali ritenuti desiderabili dalla società in generale o da un certo gruppo umano di riferimento.

Poi arrivò più tardi Paolo Rigliano, che nel suo Piaceri drogati elencò con semplicità quelli che sono i veri valori dominanti odierni: forza, efficienza, potere, successo, ipercontrollo, rischio, eccesso ed esaltazione di sé. In barba a chi pensava e pensa a strane creature come rispetto, educazione, sacrificio, o come si vogliono chiamare questi dei minori.

Spiegazioni esaustive, forse un po' secche, e davvero difficili da avversare.

Ma da qualche pozzanghera di passato riemerge un concetto misterioso, che manda un cattivo odore di religione. Cosa? Ma sì, la religione, no? Ricordate quella cosa che ti faceva credere a cose che non esistono, e per la quale si tiravano su edifici che oggi servono alle persone per annoiarsi ripetendo formule?

Ecco, quella cosa parlava anche di un'altra, e la chiamava vocazione. Dimentichiamo la religione - se ne parlassi oltre, credo abbandonereste la lettura - e proviamo a definire quest'ultimo aspetto. Nemmeno qui sarò originale, perché voglio prendere in prestito le parole di Massimo Gramellini: "Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene."

Bene. Ora, abbiamo trovato al mondo qualcosa che vogliamo inseguire perché dà senso alla nostra esistenza, oppure ci siamo limitati a seguire inconsapevolmente i valori dominanti di poco fa? È facile incontrare per strada la disperazione che cammina. Essa ha tanti volti caldi e curati, ha vestiti puliti e morbidi, cammina spensierata. Tanto spensierata che, appunto, non ha la minima speranza per il domani. Vive alla giornata ed è già tanto se riesce a farlo. Questi visi belli, paffuti, giovani e disperati sono i vecchi abbandonati e rancorosi che un giorno odieranno il mondo. Sono le persone per le quali il tempo sarà passato senza tradursi in esperienza o maturità; figuriamoci in saggezza, altra parola mummificata di ragnatele.

La scoperta della propria vocazione viene dalla conoscenza di sé e degli altri; questa conoscenza viene dal pensiero critico e dall'essere presenza attiva nella realtà. Ormai abbiamo capito che non si viene al mondo con uno scopo preciso e universale; trovare il nostro, però, può non bastare. Una volta messo a fuoco l'obiettivo, bisogna perseguirlo, altrimenti sarà solo un alibi. Una scusa per giustificare il tempo sprecato in vista di un inevitabile fallimento.

Infine, è giusto che ricordiate che non necessariamente un sogno ha le sembianze di un chiaro progetto di vita, magari di un investimento vincente in borsa, di una carriera scintillante, una bella casa e una famiglia felice. Un sogno può essere qualcosa di vago, persino apparentemente ridicolo o inquietante. Non è detto che a suscitare il nostro interesse saranno gli idoli accettati e glorificati in pubblico.

Da ragazzino, il mio sogno era di diventare un drago, pensate un po'. Ovviamente si trattava di una fantasia impossibile, ma che si poteva differire e in qualche modo porre a guida delle mie azioni. Com'è un drago? Forte. Nobile. Indomabile. Unico. Libero.

Ecco, mi dicevo, è questo che voglio essere. È questo che vale la pena di essere.

Autore

Giovanni RaffaldiGiovanni Raffaldi

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