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Un concetto interessante delle festività Natalizie nella teologia cattolica è «il natale che è già croce». Il Bambino nasce destinato a Morire. Il legno nella capanna che è, simbolicamente, lo stesso del bastone, così come dell’arca e della croce. Le fasce che avvolgono il corpo di cristo bambino e che ricordano la sacra sindone. Dio che si fa uomo accettando la complessità dell’esperienza umana in ogni sua sfaccettatura. Anche in quella più tragica: la morte.
Qualche settimana fa, a Khan Younis, un lembo ferito di terra che si trova situato nel sud di Gaza, è morta di freddo una bambina di otto mesi, si chiamava Rahaf Abu Jazar. A riferirlo è la madre di Rahaf, morta per assideramento fra le sue braccia: «Pioveva, faceva molto freddo e avevo ben poco per tenerla al caldo. L’ho nutrita e messa a dormire. L’ho avvolta meglio che potevo, ma non è bastato. Sono stata presa dal panico tutta la notte. Poi all’improvviso, ho trovato la mia bambina immobile, morta».
Proprio lì, tra i palazzi diroccati e le tendopoli allagate, con i piedi in mezzo al fango e all’acqua, l’esercito israeliano ha bombardato il popolo palestinese con droni e ordigni esplosivi. Dall’inizio del «cessate il fuoco» Israele ha violato questo accordo più di 800 volte.
Gli aiuti medici, che speravano di ottenere più libertà con il cessate il fuoco, si trovano invece bloccati, se non come prima, quasi. Le morti infantili non accennano a diminuire ma, anzi, con l’inverno e il clima difficile le prospettive di vita si abbassano ulteriormente. Organizzazioni internazionali denunciano difficoltà operative dovute alle nuove regole israeliane sulla registrazione delle ONG. Da quando è in vigore il cessate il fuoco sono migliaia i morti e i feriti nella striscia unicamente per mano Israeliana, escludendo dunque tutti quelli deceduti per fattori collegati alla guerra.
Nelle ultime settimane a Gaza il cielo piange forte, ha ceduto, ha visto troppo. L’acqua si riversa per le strade, picchia su i tetti dei veicoli esplosi e gelida striscia sotto i piedi del popolo palestinese, gli bagna i vestiti, gli inzuppa le scarpe, gli fa battere i denti e tremare l’anima. Ormai la maggior parte dei media ha dimenticato la causa: si è parlato del cibo italiano patrimonio dell’UNESCO, la Bernini ha fatto un paio di figuracce e su instagram sono uscite le foto di Epstein. Noi abbiamo corso da un negozio all’altro per fare i regali ai nostri cari e ci siamo lamentati del “tempaccio da lupi” di questi ultimi giorni, dimenticandoci di quanto stava accadendo.
La Palestina intanto aveva smesso di urlare.
Ecco dunque che, in questo Natale, festeggiato da una parte del mondo con i fuochi d’artificio e dall’altra con il fuoco delle bombe, da una parte con le lucine appese ai palazzi e dall’altra con abitazioni diroccate, qua con i presepi sui mobili in sala e là con le tendopoli allagate, ho capito che il destino dei bambini palestinesi è proprio lo stesso di Cristo: nati per morire. Ne ricorderemo forse, come di lui, il nome? La famiglia? Le peculiarità? L’ultimo respiro? Israele ricorderà il profondo crimine eretico commesso dalle sue mani, nello strappare Pikuach Nefesh (il valore assoluto della vita)? «Chi salva una vita, salva il mondo intero» (Mishnah, Sanhedrin 4:5) nella tradizione rabbinica. «Egli ti ha mostrato, o uomo, ciò che è buono; e che altro richiede da te il Signore fuorché che tu pratichi la giustizia, ami la benevolenza e cammini umilmente con il tuo Dio?» (Michea 6:8).
E noi combatteremo ancora con le parole e il coraggio, le manifestazioni e il nostro disordine pubblico? È importante capire che in questo natale, riuniti con le nostre famiglie e i nostri cari, sarà indispensabile parlare della causa e continuare a lottare, urlarlo per la strade e nei bar, dibattere con chi ha un’idea diversa e convincerlo, lavargli gli occhi e togliergli la polvere, ricordargli o insegnargli che a Gaza la pioggia non ha ancora pulito la terra dal sangue e questa volta non basterà il diluvio universale per riuscire a farlo.
Combattere con la forza del cuore, delle idee e delle parole per poter dire, un giorno, guardando nella storia , come Gothe
«Per te, una volta, tutto ho fatto per amore»
Autore
Antonio Mainolfi