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Il divorzio tra Musk e Trump si chiama Big Beautiful Bill
Il divorzio tra Musk e Trump si chiama Big Beautiful Bill

Il divorzio tra Musk e Trump si chiama Big Beautiful Bill

autore
Daniele MainolfiDaniele Mainolfi
pubblicazione
06/06/2025
categoria
Politica e cronacaPolitica e cronaca
tempo di lettura

5

tag
TrumpTrumpMuskMusk

Il nome è tutto: “One Big Beautiful Bill”, ma stavolta lo slogan trumpiano ha sollevato più di qualche perplessità. Approvato a fine Maggio alla Camera dei Rappresentanti con una maggioranza risicata (215 sì contro 214 no) , il disegno di legge fiscale da quasi 3.000 miliardi di dollari rappresenta il cuore della nuova agenda economica trumpiana, il quale era già stato introdotto da una manovra nel suo precedente mandato.

Il provvedimento punta soprattutto a rendere permanenti i tagli fiscali del 2017, ovvero oltre 2.700 miliardi di dollari. Sembra un numero enorme, ma è molto più che enorme: Trump vuole tagliare le tasse per una cifra che supera il PIL di un intero Paese del G7, ovvero l’Italia. Nel 2023 il nostro PIL è stato di circa 2.100 miliardi di euro a fronte dei 2.480 miliardi di euro di cui tratta la manovra del Presidente USA. È importante esaminare questo fenomeno alla luce delle attuali analisi socio-politiche sui movimenti neo-populisti occidentali. Il Professor Mattia Zulianello, attraverso le sue approfondite ricerche sui populismi contemporanei, evidenzia il contrasto tra la comunicazione politica di questi movimenti e i loro effetti concreti una volta al governo. Un esempio significativo è l'attuale Presidente argentino che, nonostante il suo stile non convenzionale da rockstar anni ‘80 che si presenta in piazza con una motosega, mantiene un considerevole consenso popolare. Questo, analogamente a Trump e ad altri leader populisti europei, si basa principalmente sulla proposta di una politica fiscale incentrata su un semplice punto: la riduzione delle imposte, un'agenda tradizionalmente associata ai movimenti liberali. Il secondo aspetto di questo provvedimento è la riduzione drastica della spesa sociale per compensare, almeno in parte, il buco nelle entrate. Il ragionamento è: cittadino ti chiedo meno soldi, ma io ti fornirò meno servizi; ma quali sono questi servizi? Qui la situazione inizia a complicarsi perché gli aspetti principali presi in considerazione nella spesa sociale sono tre:

  • Medicaid rappresenta un sistema di assistenza sanitaria pubblica negli Stati Uniti, gestito congiuntamente a livello federale e statale, rivolto ai cittadini con reddito limitato. La nuova proposta legislativa prevede una revisione significativa dei criteri di ammissibilità, con particolare attenzione ai requisiti occupazionali. Inoltre in questa manovra di stampo economico è stata data anche una matrice politica, in quanto vi è la possibilità di interreompre i fondi per gli Stati che, secondo l’amministrazione federale, coprono gli immigrati irregolari;
  • Il secondo aspetto è il Food Stamp (SNAP) che subirà una sostanziale riorganizzazione, con una riduzione degli stanziamenti pari a 300 miliardi di dollari. Questo programma, attualmente fondamentale per il sostegno alimentare delle fasce più vulnerabili della popolazione - inclusi nuclei familiari a basso reddito, disoccupati e lavoratori part-time con retribuzioni insufficienti - vedrà anche un'estensione del requisito occupazionale fino ai 64 anni, rispetto agli attuali 54;
  • Il terzo aspetto, che è anche il più rischioso a livello politico, è il green economy: gli incentivi per le auto elettriche e per le energie rinnovabili vengono totalmente annullati.

L'importanza politica di questo ultimo punto non deriva da considerazioni personali e soggettive sull’importanza dell’ambiente, bensì da un'analisi oggettiva del contesto politico attuale. Per comprendere perché tagliare i soldi al settore green sia così rischioso per Trump, bisogna fare un passo indietro e tornare all'amministrazione Biden. Durante il suo mandato, l'amministrazione ha implementato un significativo programma di finanziamenti federali destinati agli Stati per lo sviluppo e l'espansione del settore dell'energia rinnovabile. Al termine del suo mandato, il Dipartimento dell'Energia aveva registrato investimenti pubblici e privati in energia pulita per un valore superiore a 300 miliardi di dollari esclusivamente nell'ambito dell'Inflation Reduction Act. Questi soldi ovviamente hanno permesso la creazione di posti di lavoro, influendo anche nell’occupazione dei singoli Stati. Come riferisce il Yale Climate Connections, di questi 300 miliardi di dollari, quasi tre quarti erano destinati agli Stati che avevano votato per il presidente Donald Trump alle elezioni del 2024. Il Texas, in particolare, ha ricevuto una quota significativa dei finanziamenti federali, nonostante la sua tradizione conservatrice e la sua rilevanza nell'industria petrolifera. L'amministrazione Biden ha implementato una strategia efficace, stabilendo un collegamento diretto tra sviluppo sostenibile e crescita occupazionale, con il governo federale che rappresenta il punto di congiunzione tra il cittadino e l’ambiente. Di conseguenza, sia i cittadini che le amministrazioni statali, inclusi numerosi stati tradizionalmente repubblicani, hanno sviluppato una dipendenza strategica da questi finanziamenti federali, che hanno generato un incremento significativo dell'occupazione. Questo contesto è fondamentale per comprendere le implicazioni della decisione di Trump di dismettere l'infrastruttura green sviluppata durante l'amministrazione Biden: la questione non riguarda solamente la sostenibilità ambientale, ma ha dirette ripercussioni sull'occupazione.

In secondo luogo - e qui giungiamo anche al nocciolo dell’articolo -, da qui, iniziano i problemi con Musk:

Definire il disegno di legge dell’(ex) amico Trump come un’abominazione disgustosa - dopo aver finanziato con milioni di dollari la sua campagna elettorale otto mesi fa -, è uno step successivo alla crisi dei rapporti tra i due: è un attacco frontale. Per quanto eccentrico (che a tratti si ritrova nella follia), Musk non ha tutti i torti nel definire questa manovra in questi termini. Tralasciando gli aspetti sociali e ambientali (non meno importanti, ma che richiederebbe un discorso a parte per comprendere l’oggettiva importanza di questi aspetti) e anche gli interessi economici di Musk nel settore green, consideriamo i fattori economici. Oltre alle implicazioni occupazionali precedentemente analizzate, è necessario considerare il contesto macroeconomico: con un debito pubblico statunitense che ha raggiunto la cifra significativa di 34.000 miliardi di dollari, l'incremento del deficit viene percepito da numerosi analisti, incluso Musk, come una decisione finanziaria potenzialmente rischiosa.

I problemi, secondo il Congressional Budget Office, non terminano qui: dopo aver stimato che il disegno di legge aumenterebbe il deficit federale di circa 3.800 miliardi di dollari nel prossimo decennio, aggravando ulteriormente la situazione fiscale del Paese, l'analisi preliminare del CBO fa riferimento anche a quegli aspetti sociali a cui facevo riferimento prima. Esso conferma che la proposta di legge fiscale aumenterebbe significativamente la disuguaglianza economica negli Stati Uniti: secondo il rapporto - che inserisco a fine pagina -, le famiglie appartenenti al 10% più povero vedrebbero una riduzione delle proprie risorse del 4% entro il 2033, principalmente a causa dei tagli a programmi come Medicaid e SNAP (Supplemental Nutrition Assistance Program). Al contrario, il 10% più ricco beneficerebbe di un aumento delle risorse disponibili di circa il 2%, grazie all'estensione dei tagli fiscali introdotti nel 2017. Questa redistribuzione delle risorse ha suscitato forti critiche da parte dei Democratici, che hanno definito il provvedimento un "massacro sociale" e un "regalo ai ricchi sulle spalle dei più vulnerabili". Secondo un'analisi del Center on Budget and Policy Priorities, le modifiche proposte ridurrebbero l'accesso ai programmi di assistenza alimentare e sanitaria per milioni di americani a basso reddito, senza apportare benefici significativi all'occupazione.

E ora? Tocca al Senato; il disegno di legge dovrà ora superare la seconda camera del Campidoglio, dove la maggioranza repubblicana è più fragile e le spaccature interne potrebbero affossare o modificare profondamente la proposta. I tempi sono stretti: Trump punta a chiudere tutto entro il 4 Luglio, ma non sarà facile. Alcuni senatori conservatori (come Rand Paul) sono critici per l’impatto sul debito. Altri temono la reazione dell’elettorato per i tagli al welfare, in particolare in stati chiave come Pennsylvania e Arizona; e in tutto questo, è venuto a mancare anche il supporto mediatico di Musk.

Preliminary Analysis of the Distributional Effects of the One Big Beautiful Bill Act.pdf300.7KB

Autore

Daniele MainolfiDaniele Mainolfi

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