Alea iacta est. Il 30 dicembre il governo israeliano ha mosso un altro pezzo sulla scacchiera per compiere quante più morti possibili: ha notificato a 37 organizzazioni non governative internazionali che le loro registrazioni operative nei Territori Palestinesi Occupati sarebbero scadute il 31 dicembre 2025. A partire da quella data si è aperto un periodo transitorio di 60 giorni, al termine del quale le ONG che non avranno ottenuto una nuova autorizzazione saranno obbligate a cessare le proprie attività a Gaza e in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est.
Tra le organizzazioni colpite figura anche WeWorld-GVC, ONG italiana presente in Palestina dal 1992, insieme a realtà come Medici Senza Frontiere, Oxfam, ActionAid, Caritas, Save the Children e molte altre, riunite in reti internazionali come AIDA (Association of International Development Agencies). Come ha scritto Rory McCarthy su The Guardian, «la sospensione delle principali organizzazioni umanitarie rischia di paralizzare servizi vitali da cui dipende la sopravvivenza di gran parte della popolazione di Gaza, proprio mentre l’inverno aggrava una situazione già catastrofica».
Secondo quanto riferiscono le organizzazioni coinvolte, Israele ha introdotto nuovi criteri di registrazione estremamente restrittivi, ufficialmente motivati da esigenze di sicurezza e prevenzione del finanziamento al terrorismo. Tra le richieste più controverse figura l’obbligo di consegnare alle autorità israeliane liste complete del personale locale e internazionale, comprensive di dati personali sensibili.
«Tra i centinaia di documenti richiesti, il punto più critico è la pretesa di ottenere i dati completi del personale locale», spiega Dina Taddia, consigliera delegata di WeWorld-GVC. «Le ONG internazionali operano già secondo rigorosi quadri di conformità imposti dai donatori, con controlli sul finanziamento del terrorismo e procedure di due diligence che rispettano gli standard internazionali. WeWorld è inoltre vincolata alle leggi sulla privacy, che vietano la condivisione di dati sensibili del personale».
Secondo le ONG, la richiesta non è solo problematica dal punto di vista legale, ma mette direttamente a rischio la sicurezza del personale umanitario palestinese, che potrebbe subire limitazioni alla libertà di movimento, pressioni o ritorsioni. «Non si possono fornire informazioni di questo tipo a una delle parti in conflitto», sottolinea Giovanna Fotia, direttrice di WeWorld in Palestina, «in assenza di un principio di neutralità e di garanzie effettive di protezione».
Dall'altra parte, il governo israeliano sostiene che le nuove regole sono misure amministrative e di sicurezza, e che solo una parte delle ONG ne sarebbe interessata. Versione chiaramente non vera, secondo il nostro parere e secondo quelle delle Nazioni Unite, dei governi europei e di decine di organizzazioni internazionali, che contestano questa lettura parlando apertamente di un ostacolo deliberato all’accesso umanitario. Il Segretario generale dell’ONU ha definito la sospensione «oltraggiosa», ma le prese di posizione delle Nazioni Unite sono state ancora più esplicite: in una dichiarazione congiunta dell’Inter-Agency Standing Committee, che riunisce i vertici delle principali agenzie ONU e il Coordinatore Umanitario per i Territori Palestinesi Occupati, si legge che «l’accesso umanitario non è facoltativo, né condizionale, né politico: è un obbligo legale ai sensi del diritto internazionale umanitario» e che vietare l’operatività delle ONG internazionali «rischia di compromettere in modo irreversibile l’assistenza salvavita per milioni di civili».
Nella stessa nota, le Nazioni Unite ricordano che le ONG internazionali forniscono ogni anno centinaia di milioni di dollari in aiuti umanitari nei Territori Palestinesi Occupati e che la potenza occupante ha l’obbligo giuridico di facilitare, non ostacolare, il loro operato. Anche l’Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha denunciato la misura come contraria agli obblighi internazionali di protezione della popolazione civile.
Le conseguenze sul terreno rischierebbero di accrescere ancora di più le situazioni drammatiche che vive il popolo palestinese. Poiché le ONG internazionali forniscono oltre la metà dell’assistenza alimentare a Gaza, gestiscono o supportano circa il 60% degli ospedali da campo, realizzano quasi tre quarti delle attività legate a rifugi e beni non alimentari e garantiscono l’intero trattamento per i bambini affetti da malnutrizione acuta grave. Allora è chiaro che la loro espulsione comporterebbe l'assenza totale di strutture sanitarie, l’interruzione definitiva delle distribuzioni alimentari e la cessazione di servizi salvavita. Come ha scritto il Financial Times, «il blocco delle ONG rischia di violare i principi fondamentali dell’azione umanitaria e di aggravare una crisi già senza precedenti». L'ultimo passo per un genocidio ormai compiuto.
Nonostante il cessate il fuoco, la situazione umanitaria resta infatti estremamente critica. A Gaza una famiglia su quattro sopravvive con un solo pasto al giorno; le tempeste invernali hanno provocato nuovi sfollamenti, lasciando 1,3 milioni di persone in urgente bisogno di riparo. In Cisgiordania, invece, incursioni militari e violenze dei coloni continuano a causare sfollamenti e a limitare l’accesso ai servizi essenziali. Ma la stampa non ne parla, e il motivo sembra assurdo: si sono convinti che lì la guerra non procede. Come se sterminare un popolo fosse solo una questione di bombe che, tra l'altro, continuano ad essere lanciate.
«Se organizzazioni come Medici Senza Frontiere perdessero l’accesso a Gaza sarebbe un disastro per milioni di palestinesi», ha dichiarato Monica Minardi, presidente di Medici Senza Frontiere Italia. «MSF gestisce un letto ospedaliero su cinque nella Striscia e assiste un parto su tre».
Le ONG respingono l’idea che la questione sia meramente tecnica. «Questa non è una procedura amministrativa», denunciano in una dichiarazione congiunta, «ma una scelta politica deliberata, con conseguenze prevedibili. L’accesso umanitario non è opzionale né condizionale: è un obbligo legale sancito dal diritto internazionale umanitario». Inoltre, avvertono, la misura rischia di creare un pericoloso precedente, estendendo il controllo israeliano sulle operazioni umanitarie nei Territori Palestinesi Occupati in contrasto con il quadro giuridico internazionale e con il ruolo dell’Autorità Palestinese.
Al momento, molte delle organizzazioni inserite nella lista riferiscono di non aver ancora ricevuto una comunicazione formale definitiva da parte delle autorità israeliane. La pubblicazione della lista il 30 dicembre, accompagnata da un comunicato del Ministero degli Affari della Diaspora, rappresenta però l’ultimo passo di una lunga sequenza di avvisi e pressioni.
«Noi non intendiamo andare via», afferma Fotia. Ma se entro la scadenza dei 60 giorni la normativa non verrà modificata o sospesa, una parte essenziale dell’intero sistema umanitario nei Territori Palestinesi rischia di collassare, con effetti immediati e devastanti su milioni di civili.
Autore
Alessandro Mainolfi
