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Dal 28 dicembre 2025 è iniziata una nuova stagione di proteste in Iran. Le manifestazioni sono iniziate in seguito alla chiusura spontanea di numerosi negozi dei mercati della capitale, Tehran, che sono centro nevralgico dell’economia del paese, oltre che importante simbolo a livello culturale e sociale. I negozianti hanno abbassato le saracinesche perché, data la critica situazione economica, tenerle aperte era semplicemente sconveniente.
Nel corso dell’ultimo anno la moneta locale ha dimezzato il proprio valore facendo così schizzare l’inflazione che ha raggiunto, ad esempio, il 72% per i beni alimentari. L’Iran è fortemente dipendente dai beni di importazione che, dovendo essere acquistati in valuta estera, hanno moltiplicato il loro prezzo a fronte del crollo del valore del Rial. Oggi per acquistare un Rial servono circa 1,4 milioni di dollari. Nel solo mese di dicembre l’inflazione è aumentata del 40% rendendo difficile l’acquisto anche dei beni di prima necessità.
L’attuale crisi economica Iraniana ha origine nel 2018 quando Donald Trump, nel corso del suo primo mandato, ha deciso di uscire unilateralmente dagli accordi sul nucleare stipulati nel 2015 dall’amministrazione Obama, e di ripristinare le sanzioni verso il paese. Questo ha fatto si che le esportazioni di petrolio, su cui l’economia dell’Iran si basava essendo esso il terzo paese per riserve petrolifere al mondo, crollassero sostanzialmente. Un’ulteriore spallata è arrivata il 28 settembre 2025 quando le sanzioni sono state reintrodotte anche dall’ONU su richiesta di Regno Unito, Francia e Germania che accusavano l’Iran di arricchire l’uranio oltre le soglie consentite dall’accordo, pratica ormai consolidata dal 2018 in avanti. Inoltre, la guerra dei 12 giorni fra Iran e Israele, avvenuta nel corso di giugno 2025, oltre ad indebolire l’apparato militare del paese, ha comportato un rilevante esborso di risorse che ha gravato su un’economia già fortemente in bilico.
La crisi economica si combina con altre due crisi che attanagliano il paese. La prima è una ingente crisi energetica che, a causa dell’obsolescenza e inefficienza delle infrastrutture energetiche e dalle pesanti sanzioni, fa si che il governo sia costretto ad indurre blackout quotidianamente in varie zone del paese e nei maggiori centri abitati. La seconda è una crisi idrica innescata dalla combinazione fra le sempre minori precipitazioni, che hanno trascinato il paese nella siccità per il sesto anno consecutivo, e la scarsa capacità di accumulo e distribuzione delle risorse idriche.
Il governo del paese finora non è riuscito a fronteggiare in alcun modo la gravosa situazione. Lo stesso presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato ripetutamente che «non ha idea» di come poter risolvere i molti problemi del paese. «Se qualcuno può fare qualcosa, allora faccia pure. Io non posso fare niente; non maleditemi» ha detto Pezeshkian in un discorso all’Università di Scienze Mediche di Tehran a inizio dicembre 2025. In seguito, in un’altra occasione, ha dichiarato ai governatori locali di immaginare che il governo centrale «non esiste» e di «risolvere i vostri problemi da soli». Nelle sue parole emerge un evidente intento di evidenziare la sua subordinazione alla guida suprema Khamenei che è andata aumentando sempre di più nell’ultimo periodo limitando significativamente il suo potere decisionale.
Questo complesso quadro, in relazione alla sostanzialmente dichiarata passività del governo, non ha fatto altro che esacerbare le frustrazioni della popolazione incanalandole verso quello che è visto come il vero responsabile sia dei problemi più recenti sia della generale situazione di crisi, oltre che della feroce repressione e oppressione: l’Ayatollah Khamenei. Le ragioni economiche devono essere viste infatti non come la matrice univoca dietro le recenti proteste, ma più come un elemento catalizzatore delle innumerevoli tensioni che scuotono la popolazione da decenni.
Le proteste, iniziate il 28 dicembre 2025, si sono quindi presto estese alle università e ad altri settori della popolazione. In Iran la presenza e il lavoro dei giornalisti è fortemente limitato; inoltre, il paese, ha inizialmente limitato l’accesso ad internet per poi sospenderlo completamente nella notte fra l’8 e il 9 gennaio. Le informazioni che trapelano sono dunque estremamente limitate e frammentate. Tuttavia i numerosi video e le testimonianze, che sono stati diffusi sui vari social network, mostrano come le manifestazioni abbiano raggiunto dimensioni considerevoli e come la repressione e le violenze siano ormai diffuse.
È stato appurato che i moti siano in corso in almeno 27 delle 31 provincie iraniane. I numeri dei morti e degli arresti sono estremamente difficili da monitorare e da verificare, tenendo in considerazione che le autorità locali fanno di tutto pur di mascherarli. Tuttavia, un dettagliato report della Human Rights Activists News Agency (HRANA), redatto il 6 gennaio 2025, ha confermato la morte di almeno 36 persone e la detenzione di 2076, oltre che di numerosi feriti. Contro i manifestanti, oltre ai gas lacrimogeni, sono stati usati proiettili a pallini in acciaio in grado di ferire superficialmente numerossissimi punti del corpo.
Numerose testimonianze riportano come siano state usate anche vere e proprie armi da fuoco contro i manifestanti. Un video pubblicato dalla Hengaw Organization For Human Rights, mostra come il 4 gennaio nella città di Malekshahi le Guardie della Rivoluzione hanno sparato sulla folla che sie era radunata fuori da un ufficio governativo. Nel video si vedono chiaramente numerosi feriti a terra a seguito degli spari. Il giorno precedente invece, numerosi video documentano l’irruzione delle Guardie della Rivoluzione all’ospedale di Ilam dove diversi manifestanti si erano recati a seguito delle ferite inflitte dalle stesse guardie durante le proteste. I miliziani hanno sparato diversi colpi di AK-47 per poi portare via corpi e feriti. A seguito di questo evento molte persone preferiscono curarsi a casa per come possono: recarsi in ospedale equivarrebbe ad autodenunciarsi. Secondo Amnesty International le forze di sicurezza procedono ad arresti arbitrari dei manifestanti, anche di soli 14 anni, oltre che alla sparizione, detenzione in isolamento e tortura di molti degli arrestati.
Con il crescere delle violenze è aumentato anche il numero dei manifestanti e l’entità della loro risposta. Numerose strade sono costantemente bloccate, diverse auto vengono date alle fiamme, i manifesti del regime sono presi d’assalto, chi può si porta un’arma da casa e si crede che edifici legati alla repubblica islamica siano stati incendiati. Lo slogan che si sente ripetutamente è «morte al dittatore!», rivolto a Khamenei.
Tra i manifestanti si sentono anche cori che inneggiano a Reza Pahlavi, discendente in esilio della dinastia degli scià che governava il paese prima della rivoluzione del 1979. Martedì Pahlavi ha diffuso un comunicato in sostegno dei manifestanti. Tuttavia, è presumibile che questo non sia figlio di un genuino auspicio del ritorno della monarchia, quanto più un sintomo dell’esasperazione popolare declinato nella logica: “il nemico del mio nemico, è mio amico”. Questo stesso ragionamento viene applicato anche nei confronti sia di Elon Musk, che nelle ultime ore ha reso gratuito il servizio di Starlink nel paese per garantire un accesso a internet in seguito al blocco governativo, sia di Donald Trump.
Il presidente statunitense, riferendosi al regime iraniano, ha infatti dichiarato: «Stanno andando molto male. E gli ho fatto sapere che se iniziano a uccidere persone – cosa che tendono a fare durante le rivolte, ne hanno tante – se lo fanno, li colpiremo molto duramente». A fronte del recente risveglio interventista americano, dei bombardamenti dello scorso giugno alle infrastrutture nucleari iraniane e degli interessi del fraterno alleato israeliano, non è escludibile, nel quadro del futuro sviluppo degli eventi, un’azione statunitense di qualsiasi tipo.
Il regime di Khamenei è tuttavia abituato a fronteggiare proteste anche quando molto partecipate. Gli ultimi esempi sono quelle del 2019, avvenute in seguito all’aumento dei prezzi della benzina, e del 2022, nate in risposta all’uccisione della giovane Mahsa Amini avvenuta dopo che fu arrestata per non aver indossato correttamente il velo. Secondo Amnesty International il bilancio fu rispettivamente di almeno 304 e 521 morti, con migliaia di feriti e decine di migliaia di arresti, molti dei quali condannati a morte. Secondo Rai News inoltre, 800 uomini di varie milizie irachene sarebbero stati reclutati dall’Iran per sopprimere le manifestazioni. In termini generali, il contesto iraniano è quello di un paese dove la violenza arbitraria perpetrata dalle forze governative è all’ordine del giorno. L’Iran si trova costantemente fra i primi paesi al mondo per numero di esecuzioni capitali e nel 2025, secondo un report di Hangaw, il numero delle esecuzioni sarebbe stato di almeno 1858.
Il timore, inesorabilmente confermato quotidianamente, è che il tenore delle violenze sia destinato ad aumentare sempre di più. Lo stato Iraniano sembra essere completamente paralizzato sia di fronte alle numerose crisi economiche e sociali interne sia sul piano internazionale. La perdita di alleati fondamentali some la Siria, avvenuta con la caduta di Assad a fine 2024, e il Venezuela, in seguito alla deposizione di Maduro ad inizio 2026, in combinazione con il sostanziale indebolimento da parte di Israele di asset fondamentali come Hamas ed Hezbollah, rende il regime sempre più isolato e inerme. Di fronte a questa soverchiante incapacità di reazione strutturale, l’unica risposta possibile ricade nell’efferata violenza e repressione.
A subirne le conseguenze più dirette è il popolo iraniano, la quale determinazione non sembra tuttavia destinata a scemare. Ora più che mai è fondamentale per noi, meri osservatori a qualche migliaio di chilometri di distanza, mantenere gli occhi aperti e non voltare le spalle a quella che potrebbe presto diventare un’ulteriore catastrofe umanitaria per il mondo medio-orientale.
Autore
Francesco Ferretti
