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Anche io, come il Professor Barbero, ci ho messo un po’ a decidere se scrivere queste righe. D’altronde, quando si usano parole come “democrazia” e “scontro tra libertà e oppressione” per argomentare una tesi si è quasi inattaccabili. Chiunque provi a rispondere, rischierebbe di essere preso per pazzo. Ma l’importanza del tema mi impone di fare la mia parte, per provare a spegnere un fuoco che sta divampando pericolosamente.
“ALLARME! La democrazia è in pericolo, non lo vedi?” Certo che è in pericolo. Ma se questo è il modo in cui la si usa… beh, allora sì, capisco. Dire “voto no a questo referendum perché sono di sinistra” è, secondo l’opinione di chi scrive, la più grande offesa che il Prof. Barbero potesse autoinfliggersi. Un’offesa alla sua intelligenza. Un’offesa alla sua sapienza. Che stimo infinitamente. Non è solo un’affermazione ignorante, ma deforma completamente l’obiettivo che ha davvero questa riforma. Attenzione! Lo stesso vale per chi dice: “voto sì perché sono di destra”.
È inutile affermare che oggi giudici e pubblici ministeri siano “sostanzialmente separati”. Anzi… è falso. Conosco giudici e pubblici ministeri integerrimi che considerano impenetrabili le loro rispettive professioni. E ne sono felice. Certo, l’obiettivo che hanno è lo stesso: la giustizia. Ma non è normale che un giudice abbia la possibilità di diventare pubblico ministero, o viceversa, anche una sola volta nella carriera. È questo quello che prevede il nostro ordinamento oggi. E dovrebbe sembrare una follia a chiunque abbia un minimo di coscienza democratica.
La riforma serve per rendere giudice e pubblico ministero separati davvero. Serve a garantire, nella loro rispettiva indipendenza, due lavori diversi. Due organi distinti. Quale forma di garanzia migliore potrebbe esserci di “ognuno al suo posto”?
Bisogna lasciare perdere chi dedica questa riforma al presidente Berlusconi. Bisogna lasciare perdere chi afferma che i pubblici ministeri sono dei mostri o che i giudici ostacolano il lavoro della politica. Bisogna lasciare perdere chi sostiene che questa riforma farà assolvere più persone. Come se una giustizia giusta si misurasse solo a seconda di quanta gente vada in galera o meno. Chi proclama tutte queste cose distorce la realtà. Ma lo fa anche chi dichiara che se si vuole questa riforma, si sta agendo contro la Costituzione.
Mi rivolgo a chiunque tenga al nostro stato di diritto. L’obiettivo di questa riforma è uno dei più democratici che si possa volere. La separazione tra giudici e pubblici ministeri venne erosa durante il fascismo. Il potere esecutivo voleva controllare la magistratura. Così il Ministro Grandi, nel 1941, introdusse la “carriera unica”, abolendo la distinzione tra giudici e PM. Obiettivo: sottomettere i giudici al regime. Garantirne la fedeltà politica. L’unità dei magistrati affonda le proprie radici in un modello autoritario di giustizia penale, nel quale accusatore e giudice, come membri della stessa autorità giudiziaria, erano chiamati a svolgere un’unica funzione statale: l’attuazione dell’interesse punitivo. La riforma supera questa visione autoritaria. Opera una vera e propria rivoluzione culturale.
Ora, si leggano i nuovi articoli costituzionali. Si trovi dove vi è scritto che due CSM rischierebbero di assoggettare la magistratura al potere politico. A tal riguardo, per i sostenitori del no, al centro della riforma c’è la distruzione del CSM, così come era stato voluto dall’Assemblea costituente. È però necessario fare presente a chi sostiene ciò quanto attualmente sia lontano dal modello originario il CSM che oggi viene formato grazie alla degenerazione correntizia svelata nel caso Palamara: associazioni interne che raggruppano i magistrati all’interno del loro organismo di controllo secondo affinità ideologiche e visioni sul ruolo della giustizia. Due CSM e il sorteggio sono gli strumenti necessari per evitare queste degenerazioni del sistema ed eliminare gli accordi di spartizione delle cariche. Scegliamo la trasparenza.
Si sappia questo: se voti no… solo perché sei di sinistra… stai facendo esattamente il contrario di quello in cui credi.
Autore
Alessandro Tarquini