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Negli ultimi anni, chi ha seguito con attenzione il mio lavoro di giornalista indipendente -e ora di direttore di questo giornale- sa bene che il mio atteggiamento nei confronti delle istituzioni di Parma è sempre stato caratterizzato da un forte spirito critico; ché questa città l’ho sempre amata per la sua forza di andare avanti, di scoprire nuovi talenti, e ho sempre desiderato -come i più- vederla migliorare e crescere moralmente. E, credendo che fosse proficua per questo obiettivo una lettura attenta e vigile dei problemi che, a iosa, ha avuto negli ultimi anni, ho deciso di portarla io, contemporaneamente a tanti altri. Non citerò, per non dar loro lustro, gli innumerevoli progetti non istituzionali che da un po’ di tempo sono nati per denunciare con forza le criticità e condividere insieme quella naturale difficoltà che si prova quando si cerca di raggiungere un traguardo complesso -li conoscete-à e in questo articolo mi basterà dire che, nonostante talvolta mi sia trovato in disaccordo con alcuni concetti, mi sembra che essi abbiano condotto il loro impegno con cuore dignitoso, puro e responsabile (a volte dimentichiamo ciò che di grande viene fatto ogni giorno). Purtroppo, tra questi recenti progetti, in uno non si può ritrovare il medesimo retaggio, e mi riferisco a quella brutta pagina Instagram che è “Parma indecorosa”, il cui primo post risale al maggio del 2024. L’account manca, anzitutto, di una o più voci dichiarate. Ogni contenuto è veicolato da chi, verosimilmente per timore di esporsi, con una certa vigliaccheria rimane da anni nascosto nell’ombra: restano ignoti i nomi e i reali intenti, sebbene questi emergano nitidamente analizzando la reiterazione dei soli quattro temi condivisi: video di risse, autovetture danneggiate, luoghi degradati e la figura del sindaco Michele Guerra. È palese l’intento della pagina di ascrivere al sindaco l’intera responsabilità di un’insicurezza che, peraltro, attraversa l’intera penisola. Si dimentica, forse intenzionalmente, che nel 2011 Parma versava in condizioni ben più gravi, occupando il quattordicesimo posto in Italia nella classifica della criminalità (oggi scesa al diciottesimo), proprio mentre la città era (mal)destramente guidata dall’amministrazione di Pietro Vignali. Dall’altro lato, tale narrazione alimenta, a mio parere, un clima di paura e di ostilità sistemica che trova la sua estremizzazione nei tragici esiti osservabili oggi a Minneapolis: in quel contesto, l’adozione della repressione rabbiosa come unico paradigma di controllo sociale non ha risolto il conflitto, ma lo ha esasperato, finendo per colpire indiscriminatamente e seminare terrore dove occorrerebbe protezione. Sebbene le proporzioni siano distanti, il meccanismo psicologico è identico, e il monito calza a pennello: «Nessuno può farti più male di quello che fai tu a te stesso». È esattamente questo il danno che la pagina arreca al proprio presunto obiettivo: non propone soluzioni concrete, ma soffia sul fuoco di una narrazione violenta che, se normalizzata, finirà per travolgere la fibra stessa della nostra comunità.Lo confermano i toni riportati in un post del 12 gennaio, in cui un uomo invoca esplicitamente la repressione; parlando di una “guerra in città”. Ebbene, le parole hanno un peso: né a Parma né a Reggio si sta combattendo una guerra. Vi è, semmai, un profondo disagio sociale, un’iniquità diffusa e una rabbia che esigono senso di comunità e politiche sociali, non il cieco ricorso al manganello.
Autore
Alessandro Mainolfi

