NO ALLE ZONE ROSSE (QUALE SICUREZZA?)
In città esistono problemi reali: disagio sociale, povertà, consumo di sostanze, conflitti nello spazio pubblico. Negarlo sarebbe sbagliato. Ma le zone rosse non risolvono questi problemi. Anzi, li spostano: il disagio sociale viene concentrato altrove, e questo porta a un suo aumento invece che a una diminuzione. Inoltre, non si tratta di provvedimenti individuali fondati su comportamenti accertati (come i DASPO), ma di uno strumento che agisce per esclusione preventiva: basta infatti una segnalazione, in violazione del concetto di garantismo e del principio di presunzione di non colpevolezza. Ma perché questa ordinanza deve interessarci tutt3? Perché introduce un precedente pericoloso: normalizza l’idea che diritti fondamentali possano essere sospesi in nome dell’emergenza. Il prefetto, infatti, ha il potere di attuare tale ordinanza sulla base dell’articolo 2 TULPS, articolo di derivazione fascista, che ha sollevato problemi di costituzionalità tali da rendere tale misura impugnabile attraverso ricorso in diverse città di Italia (a Napoli il ricorso è stato vinto).
Questo genere di misure, proprio perché eccezionali, devono essere giustificate da una grave emergenza, da un pericolo non gestibile con ordinari mezzi, e devono essere rigorosamente temporanee.
Non è una novità. Durante il periodo Covid abbiamo già visto come il concetto di “zona rossa” sia stato utilizzato per comprimere libertà collettive attraverso misure eccezionali.
Oggi quel linguaggio e quello strumento vengono riproposti fuori dall’emergenza sanitaria, per governare il disagio sociale.
Questo passaggio è cruciale: attraverso continui rinnovi, ciò che nasce come misura temporanea diventa metodo ordinario di gestione della città, rendendo difficile presentare ricorso proprio a causa delle tempistiche limitate. È per questo che le zone rosse non riguardano solo “alcunə”, ma pongono un problema democratico e costituzionale che riguarda tuttə.
Le zone rosse sono dispositivi di sicurezza che, sotto la retorica della tutela, introducono confini arbitrari nello spazio urbano sulla base della “percezione di insicurezza”. È fondamentale infatti sottolineare che questa restrizione di libertà di circolazione avviene sulla base di percezioni, spesso indotte da narrazioni allarmistiche sulla pericolosità sociale. I dati però parlano chiaro: la criminalità è in diminuzione del 33% se si considerano gli ultimi 10 anni, e nel 2024 il totale di omicidi in tutta Italia è 327.
Chi vive o lavora in un quartiere ha diritto a sentirsi ascoltat3. La paura non nasce dal nulla.
La paura di molte donne di camminare in città da sole, di notte, per esempio, è reale e indicativa di un problema sociale che è strutturale. Non è corretto che questo disagio diventi motivo di strumentalizzazione razzista: sappiamo, infatti, che la maggior parte delle violenze avviene all’interno delle mura domestiche e non per strada.La narrazione securitaria non è neutra né casuale. Si inserisce in un quadro politico italiano e internazionale in cui paura e insicurezza vengono usate come strumenti di consenso.
In questo contesto, governi e amministrazioni locali propongono risposte semplici e punitive a problemi complessi, perché sono immediatamente visibili e comunicabili, anche quando sono inefficaci.
Queste ordinanze tendono ad occultare carenze strutturali — bagni pubblici, spazi di gioco, punti di ascolto e assistenza — che, se affrontate, ridurrebbero radicalmente ciò che viene strumentalmente narrato come insicurezza. In questo quadro, questioni sociali complesse e condizioni di vulnerabilità vengono ridotte a problemi di ordine pubblico e stigmatizzate come “disagio”.
Povertà, dipendenze, marginalità abitativa diventano questioni di polizia invece che di servizi, salute e diritti. Si crea così un circolo vizioso: meno welfare produce più disagio, il disagio viene represso, la repressione giustifica ulteriori tagli alla cura.
I problemi che oggi vengono affrontati con le zone rosse sono il risultato di scelte politiche e trasformazioni strutturali che hanno reso la città più diseguale e fragile.
Cementificazione selvaggia e speculazione edilizia stanno causando una crisi abitativa senza precedenti, facendo aumentare sproporzionatamente i costi di affitti e immobili a favore della rendita di pochi grandi proprietari immobiliari.
Sovraffollamento, problemi di coabitazione sono dirette conseguenze degli affitti in nero, degli scantinati trasformati in appartamenti.
Quando il diritto alla casa viene meno, il disagio si riversa nello spazio pubblico. La povertà abitativa non si risolve con l’allontanamento, ma con politiche pubbliche di accesso all’abitare. La sicurezza deriva anche dalla possibilità per tutt3 di avere una casa
dignitosa.
Negli ultimi anni si sono ridotte le risorse per servizi sociali, educatori di strada, salute mentale, prevenzione e dipendenze. Meno presenza sociale significa più solitudine, più marginalità e più conflitto. A questo vuoto si risponde oggi non con la cura, ma con il
controllo.
Il governo meloni ha recentemente approvato la nuova manovra finanziaria, con cui la spesa militare arriverà al 5% del pil. un duro attacco alla spesa sociale, visto che aumentano i tagli alla sanità e all’istruzione solo per sostenere tale spesa. Tutto questo viene fatto col favore dell’opposizione, dimostrando che né al centro-destra né al centro-sinistra interessa la voce delle milioni di persone che sono scese in piazza contro la guerra.
La città viene progettata per il profitto e il consumo, non per la vita quotidiana. Piazze e quartieri diventano luoghi da valorizzare economicamente, non spazi comuni da abitare.
Chi non consuma viene percepito come fuori posto. Una città più sicura è una città in cui lospazio sia restituito alla cittadinanza, attraversabile al di là delle logiche di profitto: parchi pubblici, presenza sociale e presidi di comunità.
Controlli selettivi, allontanamenti e criminalizzazione colpiscono soprattutto migranti, persone senza casa e consumatori di sostanze. Questo rafforza lo stigma, rompe i legami sociali e rende i problemi più difficili da affrontare. Dove invece ci sono relazioni, il conflitto si riduce: investiamo piuttosto in sport, cultura, mutualismo, educatori di strada, riduzione del rischio, servizi sociali.
Le zone rosse non intervengono su nessuna di queste cause. Al contrario, le nascondono e le aggravano. La narrazione securitaria non rende la città più sicura. La rende più diseguale, più fragile e più autoritaria.
Le soluzioni alternative esistono e funzionano quando sono messe al centro le persone, non il controllo.
Rifiutare le zone rosse non significa lasciare i problemi così come sono. Significa affrontarli in modo strutturale e giusto.
Noi rivendichiamo una città plurale, in cui la sicurezza non coincida con la repressione ma con l’accesso diffuso a servizi, supporti e presìdi di prossimità e dove lo spazio pubblico torni ad essere di tutte e tutti, anche al di fuori di una logica di consumo.
Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi. Esistono soluzioni giuste.
COORDINAMENTO NO ZONE ROSSE PARMA
Autore
Giada Pedroni