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Argomento da me già parzialmente affrontato negli scorsi articoli è stato quello della gravidanza e del peso psicologico che grava su tutte le donne che affrontano questo percorso.
Mi è capitato, anche se pur raramente, di sognare di essere incinta e al risveglio di avere un mix di emozioni che definirei strane: mi è capitato di svegliarmi dispiaciuta per la mancanza del figli*, ma mi è anche capitato di svegliarmi con una sensazione di ribrezzo e disgusto.
Sognare una gravidanza non significa sempre desiderare di avere un* figli* e nemmeno fare una premonizione sulla propria fertilità: molto spesso simboleggia a livello psicologico un cambiamento in corso o di una trasformazione a livello inconscio.
Ma io molto spesso me lo chiedo: fare un* figli* è veramente ciò che ci contraddistingue e ci realizza in quanto donne?
Ho sempre avuto una sensazione di rifiuto nei confronti della gravidanza e della maternità ed è ancora così, ma da quando ho iniziato a fare questi sogni (recentemente, più o meno da 6 mesi e sporadicamente) la mia sicurezza ha iniziato a vacillare.
Io sono un essere umano che si sta ancora formando, ancora in gestazione, che sta studiando per costruirsi un futuro, che vive nell’insicurezza di non potersi innanzitutto permettere una vita dignitosa per sé e soprattutto che ha paura di non dare la possibilità a un altro essere umano di poter vivere nel migliore dei modi possibili.
Ho anche paura di trasmettere il mio trauma generazionale, di scegliere la persona sbagliata non adatta ad essere padre, di divorziare, di impazzire e di trattare male quello che sarà mi* figli*, facendo sì che poi possa maturare un disturbo d’ansia o di personalità che l* segnerà a vita.
L’idea di essere migliore dei miei genitori mi mette ottimismo, nonostante le battaglie che devo affrontare per via dei loro modi educativi: mi farebbe stare bene poter accudire e dare tutto l’amore che non ho ricevuto a un essere umano che un domani potrà rendere la società migliore e continuare ad amare e ad essere amato.
Non sono più sicura, ma mi chiedo perché.
Sarà che sto crescendo?
Sarà perché sono donna?
O sarà perché ho paura di non riuscire a realizzarmi perché sono nella media in tutto quello che faccio e quindi come ultima tappa della mia vita mi potrebbe mancare solo la gravidanza?
Io so poco e niente sulla gravidanza e nessuno ne parla: la società la romanticizza come se fosse un’esperienza che può solo che migliorare la vita, che ti realizza come donna e di come il tuo compito e la tua personalità possano essere ormai incentrati sul nascituro.
Un essere umano che cresce dentro di me mentre io continuo a crescere, mentre io sono ancora la bambina che cerca l’amore dei propri genitori invano… Posso dare questo amore che cerco a un’altra persona?
Sono spaventata dal mondo che mi aspetta: l’attuale contesto geopolitico in cui viviamo, il sistema economico che non guarda in faccia a nessuno e la società fortemente patriarcale a livello sistemico possono essere effettivamente un buon motivo per dare alla luce un’anima?
Mentre stavo andando alla mia seduta psicologica presso il consultorio familiare, sono passata davanti alla sezione di ginecologia e ho potuto osservare, anche se per poco, questa stanza con al suo interno cinque o sei neo-mamme.
Queste donne erano intente a cambiare i pannolini a* loro figli* tramite questo corso situato sul pavimento: la sensazione che ho provato è stata quella di paura e di ansia.
Ho percepito un gruppo di donne che, inascoltate dalla società, hanno trovato il loro posto all’interno di questa struttura e di questo circolo, creandosi la loro bolla, come se loro stesse fossero in gestazione all’interno dell’utero.
La società vede come fine ultimo delle donne la procreazione e si può notare attraverso la promozione di questo ideale da parte della nostra classe politica: basti pensare al discorso che fece Lavinia Mennuni sulla “maternità cool” e della battaglia che porta avanti da anni Simone Pillon contro l’aborto.
A proposito dell’ex senatore della Lega Pillon, conosco una ragazza che è rimasta incinta accidentalmente del suo compagno, una mia coetanea (quindi ha quest’anno 22 anni, ma ai tempi del concepimento ne aveva 20), che si è rivolta al consultorio per abortire.
Il caso volle che si trattasse di un consultorio dove i valori cristiani e religiosi sono le fondamenta del loro lavoro: si è ritrovata ad ascoltare il battito del feto e dopo essere stata male, ci ha ripensato perché si è sentita in colpa.
Ad oggi è mamma e ha fatto della sua personalità la figlia, essendo di base anche una persona molto instabile e disfunzionale, con traumi irrisolti e che ha una relazione tossica con i suoi genitori.
Mi preoccupa come deciderà di gestire la propria vita d’ora in avanti, che tipo di rapporti deciderà di mantenere o instaurare con gli altri, se continuerà a crogiolarsi nei propri loop mentali e fisici portando questa bimba alla povera vita che lei stessa ha vissuto e che l’ha fatta stare male.
Ma è possibile abusare psicologicamente in questo modo di una persona?
Perché per paura o per senso di colpa una persona deve sentirsi in dovere di continuare a fare crescere dentro di sé un alieno?
Perché per paura della pressione sociale una donna è costretta a diventare mamma?
Si cerca di promuovere sempre di più le nascite, ma nessuno si ricorda mai dell’esistenza di tutt* que* bambin* che aspettano di essere adottat* e che risiedono nelle case-famiglia, nella speranza di poter vivere un giorno in serenità con dei genitori che veramente l* hann* volut*.
Le donne che danno alla luce un* figli* si ritrovano in un ruolo imposto dal sistema che le relega a determinate azioni e interazioni: perdono molto spesso la propria persona in favore della crescita di qualcun altro perché lasciate da sole a gestire tutto, come la casa, il lavoro, la famiglia e soprattutto se stesse.
La depressione post partum che si insinua piano piano nella testa, le notti insonni, perdere amicizie che una volta erano importanti, non poter più esplorare il mondo e rischiare di non aver più intimità con il proprio partner.
Oltre a dover affrontare queste spiacevoli conseguenze e abbracciare una vita che non sarà mai più quella che avevamo conosciuto fino a quel momento, si stagliano sulla nostra strada i problemi economici, aggiungendosi il congedo di maternità e la disoccupazione.
Prendere di nuovo parte alla forza lavoro è estenuante, soprattutto per quelle mamme che non possono permettersi un asilo nido, una babysitter (magari anche per problemi di fiducia) o perché non hanno parenti a cui affidare l* piccol* durante la giornata lavorativa.
Molto spesso i datori di lavoro non offrono nemmeno un impiego a una donna che è madre o addirittura che potrebbe avere l’intenzione di voler avere un* figli*, temendo di dover perdere parte del profitto che invece potrebbero percepire senza “una palla al piede” come quella del congedo di maternità.
La “doppia presenza” è un problema che si presenta a livello sistemico e molte donne, anche avendo un partner, vivono come se fossero da sole, con il peso di tutte le responsabilità sulle proprie spalle.
Quando un padre svolge le proprie mansioni di base viene acclamato come se fosse un eroe (”È proprio un bravo padre!”): un padre che porta l* propri* figli* al parco, che gioca con l*i, che è attento alla sua salute.
Questi compiti sono importanti che li svolga il padre quanto la madre e sarebbe preoccupante se così non fosse, dal momento che si presuppone che per crescere un* bambin* in un contesto sano, si abbia preso questa decisione in due.
Ma non è tutto rose e fiori e gli imprevisti possono accadere a tutti: per questo io ho paura del futuro.
Ho paura di quello che potrei fare, di quello che potrei non fare, di quello che potrebbero fare gli altri e di quello che potrebbe succedere nel mondo.
Mi ritrovo nel letto tutta sudata. Era un incubo o è realtà?
Opera:
Johann Heinrich Füssli, Incubo, olio su tela, 101,6 x 127 cm, Detroit, Institute of Arts