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Gennaio arriva sempre con una promessa antica: lenticchie, cotechino, una mezzanotte caricata di speranze, come se bastasse mangiare fortuna per meritarsela.
Per me, però, da due anni a questa parte, gennaio ha smesso di essere un rito. È diventato uno strappo. Qualcosa che non bussa, non chiede spazio, ma entra nella vita come un raggio di sole che attraversa una tenda all’alba, dopo una notte al mare l’11 agosto. Ti sveglia senza chiedere scusa. E non puoi far finta di niente.
Per me, quel raggio ha avuto un nome: Mi prendo il mondo.
Un nome che sembra una sfida, ma che in realtà custodisce una fragilità enorme. Un festival, sì, ma soprattutto un luogo di incontro e di attraversamento. Ragazzi e ragazze tra i quattordici e i ventitré anni, chiamati non a dimostrare, ma a interrogarsi. Da settembre a gennaio, a confrontarsi su temi diversi, seguendo le voci degli ospiti incontrati, per quattro giorni che sembrano brevi solo a chi non li ha vissuti.
Forse non serve dire tutto: a volte basta lasciare un’immagine, perché il senso trovi da solo la sua strada.
Questo festival — super consigliato, da vivere prima ancora che da raccontare — mi ha cambiato la vita.
O forse no. Forse mi ha semplicemente spostato.
Chiudo gli occhi e torno a un momento preciso. Un palco. Le autorità cittadine, gli sponsor, una comunità raccolta davanti a noi. Io, senza il foglietto del discorso. Ho sentito la fame del rischio, quella che ti toglie l’appoggio ma ti costringe a stare in piedi. Ho parlato lasciando entrare l’emozione, perché le emozioni non vanno mai chiuse a chiave. Vanno lasciate vivere. Ci rendono veri. Ci rendono presenti.
In quell’istante una frase mi ha attraversato la mente, come un pensiero necessario:
“Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo e, quando dormo, taglia bene l’aquilone.
Togli la ragione e lasciami sognare, lasciami sognare in pace.”
Da lì è cominciato uno dei viaggi più belli che potessi desiderare.
Le risate con i compagni di viaggio, quelle che nascono senza motivo. I confronti accesi, le idee che si scontrano e poi restano. Le parole ascoltate con attenzione, come quando Matteo Lancini ci ha parlato di una società che chiede alla scuola di cambiare per riuscire ad accogliere davvero noi ragazzi di oggi: quelli che guardano lontano, forse troppo, e che per questo spesso vengono fraintesi.
Ricordo il palco, ma ricordo ancora di più i pomeriggi che non volevo finissero mai. Il tempo sospeso. La sensazione che qualcosa stesse mettendo radici.
La cosa più importante che ho imparato è semplice e potentissima: c’è un futuro.
C’è futuro per le generazioni che verranno. Non siamo vuoti, non siamo pigri, non siamo persi. Siamo affamati. Affamati di senso, di spazio, di possibilità. Affamati di mondo.
Le cose più belle arrivano sempre quando non le stai cercando. Così è arrivata anche l’edizione 2026. Quando l’ho saputo, la felicità aveva la forma dell’infanzia: quella che non ha bisogno di spiegazioni. Come a Natale. Come dopo la maturità. Come quando sai che il meglio non è alle spalle, ma davanti.
In quell’edizione ero “l’anziano”. Solo per età. Perché si resta giovani finché si ha la capacità di innamorarsi di ciò che ci circonda.
Ho ascoltato molto: ansie, paure, rabbia, determinazione. Mi sono soffermato su una storia in particolare — non serve un nome — che raccontava una scuola ancora troppo rigida, ancora incapace di stare al passo con il presente.
Un’istruzione che spesso si cristallizza in modelli che normalizzano, che addomesticano, che spengono il pensiero critico e lasciano in eredità frustrazione. Ascoltando, ho capito una cosa: se è vero che il futuro è in mano ai deboli che hanno trovato il coraggio, allora non conta davvero dove si arriva. Conta cosa si sente mentre si cammina.
Dopo due edizioni, tra volti e storie che continuano a vivere dentro di me, mi porto un altro sogno nel cassetto.
E a tutti i ragazzi e le ragazze incontrati lungo questo percorso voglio dire una cosa sola: andate avanti. Restate veri. Restate curiosi. Restate scomodi. Avrete molto da raccontare.
Il meglio deve ancora venire per chi sogna con leggerezza, per chi non ha paura di tentare, per chi custodisce i desideri come semi pronti a germogliare.
Io ringrazierò per sempre quella ragazza che mi ha indicato questa strada. Ora si continua a camminare, con la consapevolezza di non essere soli.
Perché prendersi il mondo non significa possederlo.
Significa avere il coraggio di attraversarlo.
E il futuro, alla fine, appartiene davvero a chi ha avuto paura — e ha scelto comunque di andare avanti.
Autore
Pietro Intini