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«Ragazzi, calmi. Riaccendete le torce.» Filippo parlò, ma nessuno rispose: era ancora tutto al buio. Svitò la torcia, tolse la pila, ci soffiò sopra prima di reinserirla e provare a riaccenderla. «Ma perché dovevi scaricarti adesso?», bofonchiò mentre le dava qualche colpetto col palmo della mano. «Fortuna che ho l’accendino.» Tirò fuori dalla tasca del giaccone il suo pacchetto di sigarette, estrasse l’accendino, lo accese e fece qualche passetto per cercare di illuminare ciò che aveva intorno. Quel posto non sembrava la stanzetta in cui erano lui e i suoi amici un momento prima; muovendosi, intravvide un letto dalle coperte bordeaux impolverate, la carta da parati a fiori tutta strappata e consumata dall’abbandono, un grosso armadio con le ante rotte, una vecchia sedia mangiata dai tarli, uno scrittoio in legno e, appena sopra, un quadro che non si preoccupò di guardare con attenzione. «Come ho fatto ad arrivare qua?», pensò tra sé e sé mentre si avviava verso la porta che aveva visto illuminando l’armadio. Afferrò la maniglia e la girò, ma la porta non si aprì. «Filo, dove vai?» «Chi c’è?» Le luci della stanza si accesero. Seduto sul letto, un uomo di mezza età lo guardava e gli sorrideva. Quell’individuo sembrava un impiegato magrolino e mediocre, eppure Filippo si sentiva come soffocare dalla sua presenza. I capelli neri, radi e un po’ unti, e le grandi rughe che addobbavano il viso dello sconosciuto erano inguardabili. Gli occhietti azzurri continuavano a fissare senza sosta il ragazzo, quasi attraversandolo. Il naso grande e ricurvo era l’unica cosa che avrebbe potuto divertire. La bocca invece era spiegazzata in quel sorriso così gentile e innaturale. Il collo pallido era stretto in una cravatta col nodo fatto in modo trasandato. I suoi abiti erano sgualciti come se non si fosse cambiato camicia e pantaloni da almeno un decennio. Persino le scarpe Oxford che portava erano da buttare già da qualche anno. «Cosa succede?» Filippo perse la sua solita calma. «Me lo devi dire tu, caro, tu lo sai.» Quell’uomo insignificante aveva una voce così profonda e rassicurante. «No…» Filippo si giustificò. «I miei amici erano lì, poi si sono spente le torce e adesso…» «Non è una risposta, Filippo.» Lo sconosciuto aveva smesso di sorridere, ora sembrava giudicare il ragazzo con un certo disprezzo negli occhi, con l’espressione di chi contempla una delusione senz’eguali. «Ma io che cazzo ne so, e poi, chi è lei e come sa il mio nome?» Il suo tono era diventato quasi aggressivo. «Se vive qua noi ce ne andiamo, non volevamo disturbare nessuno.»
«Io non sono qui per cacciarvi. Voglio fare due chiacchiere. Prendi la sedia e accomodati.»
Il ragazzo girò nuovamente la maniglia ma la porta non si mosse. Per essere una porta di legno era troppo pesante. Si voltò. L’uomo lo guardava annoiato. Provò a tirare una spallata per buttarla giù. Nessun successo.
«Mi faccia uscire.»
«Siediti, per favore.»
Il tonfo di un’altra spallata. Fu molto più forte della prima ma ugualmente inutile.
«Apra la porta immediatamente!»
«Non si esce da lì.»
«E come si esce?»
«Prendendo una sedia e parlando con me.»
Il ragazzo finalmente obbedì. Mentre prendeva la sedia, si accorse che in quell’uomo c’era qualcosa di familiare, forse lo aveva già visto da qualche parte, forse era la paura ad annebbiare la sua memoria.
I due si trovarono faccia a faccia. Entrambi si fissarono negli occhi per un tempo interminabile. Nella stanza non tirava un filo d’aria. Filippo scrutò lo sguardo inquietante dello sconosciuto con la curiosità con cui si studia l’esercito nemico prima dell’assalto. Raccolse tutta la calma rimasta e parlò.
«Di cosa vuole parlare?»
«Innanzitutto, vorrei che mi dessi del tu.» L’uomo sorrideva con la stanchezza di chi passa troppo tempo coi bambini.
«Di cosa vuoi parlare?» Il ragazzo si sentiva preso in giro.
«In realtà io sono qua a lavorare, sai? Ti prego, fammi un favore e guarda il quadro che hai ignorato prima.»
«Perché?»
«Tu guardalo.»
Filippo si alzò dalla sedia e lentamente avanzò verso il quadro. Tutto il suo corpo tremava dal freddo e dalla paura, sentiva il cuore rimbombargli in gola. Alzò lo sguardo soltanto quando arrivò davanti allo scrittoio.
«Ma questa è…»
«Esattamente. La foto scattata alla festa dei tuoi dieci anni. Prova a guardare bene, mi dici che cosa vedi?»
«Nulla, è una foto normale.»
«No, se la guardi bene, capisci di cosa voglio parlare con te.»
«Mi dispiace, non noto nulla.»
«Vorrà dire che ti dovrò dare un aiutino. Speravo davvero di faticare meno con te.» L’uomo sbuffò un po’ seccato. «Perché nella foto del tuo compleanno tu sei dietro a tutti? Ringrazia che eri alto pure da piccolo, qualche centimetro in meno e in questa foto non ti si vedrebbe nemmeno.»
«Cosa ci sarebbe di strano? La foto è sempre stata così.»
«Allora sei proprio testardo. Perché il giorno del tuo compleanno, nella tua foto, tu quasi non ci sei?»
«Perché sono i miei amici, ma che domanda è?» Filippo rispose senza pensare.
«Oh, grazie. Vedo che stiamo arrivando al punto.»
«Volevo dire che le persone nella foto sono tutte molto importanti per me.»
«Sai, io non penso sia questo, io ti guardo da tanto tempo…» Lo sconosciuto si prese un momento di riflessione, forse per capire come continuare il discorso.
«Ti guardo da quando sei venuto qui la prima volta da solo, fino a stasera, quando sei tornato coi tuoi amici. Perché lo hai fatto? Perché avevi bisogno di guidarli?»
«Che vuoi dire?»
«Come ti poni nei confronti dei tuoi amici? Delle persone davanti a te nella foto?»
«Io cerco di condurli, proteggerli, capirli, aiutarli se hanno bisogno…»
«Perché pensi sia il tuo compito?»
«Perché è sempre stato così. Perché è in questo modo che si dimostra affetto a qualcuno, a proposito, dove sono gli altri?» Il ragazzo cercava di sembrare sicuro e minaccioso.
«Non ti deve interessare. Ora tu sei qui, non importa altro.»
«Cosa gli hai fatto?» La maschera s’infranse.
«Perché t’importa?»
«Perché sono io che li ho portati qui.» Filippo scoppiò a piangere.
«Sai che occuparsi di qualcuno è il miglior modo per avere uno scopo? Per non sentirsi inutile, per non sprofondare pensando a ciò che sei, ma io lo so…» L’uomo fu interrotto.
«Stai zitto. Rispondimi.» Il ragazzo soffocava nei singhiozzi.
«Dicevo…» Si schiarì la gola. «So che hai bisogno di giocare a fare il mitico leader impenetrabile. So anche che il tuo affetto è vero. Non hai mai usato nessuno. Ti ammiro per questo Filippo. Hai sempre dato il meglio di te, ma…»
«Ti prego, dimmi dove sono, basta.»
«Non amo essere interrotto. Vediamo dov’ero rimasto…» Lo sconosciuto sussurrò qualche frase del discorso e, ritrovato il punto, alzò la voce. «Anche un padre, o una madre, ogni tanto deve accettare che non può salvare il proprio figlio. Figuriamoci te. Ti sei impegnato; ora basta.»
«Dove cazzo sono Marghe, Clara e Giamma?» Il ragazzo si era avvicinato allo sconosciuto urlando e singhiozzando. Agitava il pugno come se volesse colpirlo, ma la mano tremante lo tradiva.
«Non puoi salvarli da questo.»
«Non sei tu che lo decidi.»
«No, hai ragione. Hai deciso tu di portarli qui. Tu dovevi proteggerli, invece eccoci qui. Tu hai fallito. Non sei poi così speciale, non credi? Però non preoccuparti, tu non potevi riuscire perché non era il tuo compito farlo. Accettalo e ti assicuro che tutto questo sarà molto più sopportabile.»
«No, non è vero, non può essere reale.»
Autore
Gabriele Parenti