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Caro Zac, è passato ormai un anno da quando ho cominciato a scrivervi queste lettere. So che agli occhi di molti posso apparire ridicolo, folle, persino malato. Lo sai? Forse è proprio questo il mio fascino. Credo fermamente che ciascun individuo debba coltivare una dialettica incessante con la propria coscienza, anche quando questa dialettica è conflittuale. Solo così, forse, si può arrivare a conoscersi davvero, a liberarsi dal male che il mondo riversa sotto forme ingannevoli: apparenze fittizie e sogni mascherati da grandiose ambizioni. Ritengo infatti che questo sia il più autentico esercizio di spirito critico che esista: prima ancora di quello rivolto alla realtà, quello esercitato nei confronti di sé stessi. L’esistenza secondo Cartesio è dimostrabile soltanto attraverso l’azione del pensiero (cogito, ergo sum), e io, in tutto questo tempo, ho provato a oppormi proprio all’osservazione riflessiva di quel pensiero — alla mia coscienza. Così facendo, ho finito per mettere in dubbio la mia stessa esistenza, nel tentativo di comprenderne la causa, il senso e il modo in cui orientarne la direzione in maniera onesta e virtuosa, prima nei confronti di me stesso e poi degli altri. Se tutto questo dovesse far sì che io passi alla storia come un ridicolo e folle malato, sono certo che ne sarà valsa la pena.
Oggi, caro amico mio, voglio soffermarmi sulla dimensione del sogno, inteso come specchio dell’inconscio, e mostrarti come esso rappresenti in realtà lo spazio privilegiato in cui la nostra coscienza si muove. In questo viaggio, però, mi guiderà un certo Sigmund Freud, uno dei più grandi “assassini” dell’essere umano, poiché dimostrò scientificamente che «l’uomo non è più padrone in casa propria».
La prima vittima di questa rivoluzione epistemologica sono proprio io, il narratore di tutta questa vicenda. Non essendo adesso in grado di raccontare ciò che accade a Umas, mi limiterò a porre domande e a tentare, in un primo momento, di rispondere da solo, basandomi su ciò che osservo, insieme a tutti voi, cari lettori e care lettrici.
(Umas dormiva, prigioniero dei propri sogni, e non lasciava trasparire nulla di ciò che stava vivendo, nemmeno a me. Non sopportando più il suo contorcersi violento nel letto e incapace di comprenderne le ragioni, compresi che da solo non sarei mai riuscito a raccontare la sua storia, il suo disperato tentativo di ritrovare l’umanità perduta. Fu allora che mi venne in soccorso Freud, che con umiltà e fierezza cercò di svelarmi cosa accade davvero nei sogni e perché). Nonostante questo privilegio, egli decise di non spiegarmi nulla finché non avessi tentato, avvalendomi soltanto delle mie capacità, di giungere a una risposta. Entrammo così nell’universo onirico di Umas, che sembrava combattere contro Furie che nemmeno io avevo mai conosciuto).
[…]: Allora feci subito una prima domanda a me stesso: Perché Umas urla nel sonno e si agita? Magari è solo un terribile incubo. Sembra che stia affrontando qualcosa di terribile, ma io non riesco a capire di cosa si tratti.
Freud: Perché ciò che tu vedi è il contenuto manifesto del sogno. È il risultato finale del lavoro onirico, mascherato dalla censura dell’IO e del Super-io. Il suo corpo esprime angoscia, ma ciò che il sogno vuole mostrarti è latente: desideri rimossi, paure che l’IO ha giudicato intollerabili.
[…]: E allora come possiamo penetrare in questo caos? Forse osservando ogni minimo dettaglio, cercando correlazioni con la sua vita di veglia?
Freud: Devi seguire le associazioni libere di Umas. Ogni gesto, ogni parola del sogno nasconde impulsi profondi, pulsioni infantili, desideri inaccettabili. La veglia respinge ciò che solo il sogno può tollerare.
(Umas si contorce e, nel suo sonno, cade in un corridoio oscuro, illuminato solo da luci tremolanti. In lontananza, figure indistinte lo osservano, figure che egli riconosce come fantasmi della sua infanzia: la paura della perdita, il giudizio degli altri, il senso di colpa nei confronti delle ingiustizie, la rabbia verso chi ama. La voce di Freud accompagna il mio sguardo.)
[…]: Ma perché queste figure sembrano così vive? Forse sono semplici ricordi materializzati?
Freud: No, sono ritorni del rimosso. Contenuti espulsi dalla coscienza che cercano vie alternative per emergere. La censura onirica non può impedirli del tutto. Ecco perché l’angoscia è così intensa: l’Io percepisce la minaccia di ciò che non può controllare. Ricorda: la coscienza mente per vivere, il sogno mente per dire la verità.
(Umas incontra una donna vestita di nero, che lo fissa con occhi severi. Egli tenta di parlarle, ma le parole non hanno potere. Si rivelerà essere la personificazione del suo senso di colpa e del suo timore nei confronti del giudizio umano.)
[…]: Chi è questa donna? Forse un ricordo di madre severa o solo una metafora della sua percezione della morte?
Freud: No, è un simbolo della sua autocritica. Nel linguaggio del sogno, le immagini traducono pensieri astratti in sensazioni visive. Ogni simbolo è condizionato dalla storia individuale, ma il messaggio è chiaro: ciò che l’Io rimuove, o almeno crede di rimuovere, si manifesta.
(Umas cerca di sfuggire, ma cade in un mare di ombre che sembrano ridere di lui. La paura di essere dominato dalle proprie pulsioni diventa palpabile.)
[…]: E se Umas non volesse affrontare queste ombre? Forse il sogno lo punirebbe?
Freud: Allora il sogno fallirebbe, diventerebbe angoscia pura. Il desiderio è sempre lì, ma la censura è parziale. Anche il sogno d’angoscia è un appagamento di desiderio, seppur incompleto. Solo accettando e rispettando la paura si può comprendere la propria verità.
(Umas si ferma, sospeso, il cuore martellante. La stanza oscura si dissolve in una radura illuminata dalla luna. Il vento porta voci: ricordi, desideri, rimorsi.)
[…]: Ma come può il sogno mostrargli tutto questo senza distruggerlo? Forse perché sa che lui sta dormendo, o forse perché è consapevole che ciò che sta vivendo in questo momento, in realtà, non esiste?
Freud: Perché il sogno è uno spazio protetto, dove la verità non obbliga all’azione e non compromette l’immagine morale. La finzione permette di tollerare ciò che la coscienza respingerebbe. Il sogno è il regno dell’inconscio, la via regia all’inconscio.
(Umas si guarda attorno, e per un attimo, sembra riconoscersi in tutte le paure che aveva negato. Non c’è dolore reale, solo rivelazione, rassegnazione e amara consapevolezza.)
[…]: E se tutto questo fosse reale? Se il sogno fosse, in realtà, più vero della veglia?
Freud: È proprio così. Il sogno dimostra che l’uomo non è padrone di sé. L’inconscio agisce indipendente dall’IO. Nel sogno, le regole della coscienza sono sospese, le pulsioni emergono, i conflitti si mostrano. Umas è visto per quello che è: diviso, vulnerabile, umano in tutta la sua forza e fragilità.
(Umas si siede, finalmente immobile, guardando le ombre ritirarsi. Gli occhi sono spalancati, ma il sonno lo trattiene ancora. La sua battaglia con le Furie non è finita, ma ora è consapevole del campo di gioco.)
[…]: Allora il sogno non è fuga, né illusione. È forse un modo per osservare ciò che lui rifiuta di accettare nella veglia?
Freud: Sì, e per questo è così potente. L’uomo illude sé stesso di vivere nella realtà, mentre la verità parla solo nel sogno. Il sogno nasce quando la coscienza si ritira. L’inconscio prende la parola. L’Io perde il controllo. Nel sogno, l’uomo non pensa: è pensato.
(Umas, ignaro di tutto ciò, finge di dormire normalmente. Ma in ogni gesto, in ogni respiro, porta con sé l’intera rivelazione di ciò che è, e di ciò che ancora teme di accettare. Umas continua a dormire, ma ora il suo sonno sembra più consapevole, come se l’inconscio stesse organizzando una serie di prove. Il corridoio oscuro si trasforma in un labirinto di specchi, dove ogni riflesso mostra un volto diverso: rabbia, impotenza, desiderio proibito.)
[…]: Perché Umas vede sé stesso così frammentato?
Freud: Perché ogni riflesso è un suo desiderio rimosso, un conflitto irrisolto. L’Io non può accettare di essere così diviso, così vulnerabile, ma nel sogno non ha scelta.
(Umas cammina tra gli specchi, e ogni passo fa tremare le immagini. In uno vede sé stesso da bambino, spaventato e solo. In un altro, un uomo adulto che finge sicurezza mentre dentro ribolle la paura.)
[…]: Ma come può il sogno mostrare tutto ciò senza farlo impazzire?
Freud: Perché il sogno crea una “realtà tollerabile”. È percepito come irreale, quindi l’IO può osservare la verità senza soccombere. Ogni angoscia è mediata: Nello spazio che considera reale, l’uomo è menzogna, inganno e definisce il sogno “finzione” per poter sopportare la verità che contiene. Il termine sogno, infatti deriva dal latino somnium, legato a somnus (“sonno”). L’aggettivo onirico deriva invece dal greco óneiros (“sogno”). Onirico si riferisce a tutto ciò che concerne il sogno, molto spesso con un’accezione fantastica o irreale, che richiama atmosfere surreali e sospensioni momentanee della realtà.
(Umas raggiunge una porta nera, che sembra respirare. La apre e si trova in una stanza dove tutto è rovesciato: il pavimento è il soffitto, le ombre si muovono come se avessero vita propria. Qui emergono i suoi demoni più antichi: il timore di perdere chi ama, l’aggressività repressa, il desiderio di potere negato.)
[…]: E perché questi demoni appaiono così forti? Non sono forse solo simboli?
Freud: Sì e no. Sono simboli, ma anche pulsioni latenti che l’IO ha represso. La loro forza deriva proprio dal rimosso: più l’IO li nega, più emergono nel sogno con potenza. Ogni sogno è una formazione di compromesso tra Es, IO e Super-io, su cui ora non mi soffermo, non essendo questo il punto che a noi interessa.
(Umas tenta di chiudere la porta, ma la stanza si allarga, rivelando un mare agitato. Le onde sono formate dalle sue ansie: paura di fallire, di non stare al passo con la società, timore di essere solo, rabbia verso figure amate. Umas urla, ma il suono sembra perso nel vento.)
[…]: E se Umas si ribellasse? Se cercasse di dominare questo mare?
Freud: Sarebbe inutile. L’inconscio non chiede permesso, decide emozioni, costruisce scene. L’uomo subisce il sogno, non lo crea. Ogni tentativo di controllo è illusorio.
(Umas cade in acqua, ma invece di affogare, le onde si trasformano in figure di bambini: ricordi, paure infantili, angosce primordiali. Lo guardano con occhi che egli riconosce come i suoi stessi.)
[…]: Ma perché questi ricordi lo colpiscono così profondamente?
Freud: Perché sono le radici delle sue paure più profonde. Paure di perdita, impotenza, violenza interiore. L’IO non le accetta. Il sogno le porta a galla in modo mascherato, ma efficace.
(Umas, sospeso tra la paura e la consapevolezza, inizia a parlare ai bambini onirici. Confessa desideri e colpe, riconosce rabbia e frustrazione. La tensione cala, ma le ombre non scompaiono del tutto.)
[…]: È allora un processo di catarsi?
Freud: Non esattamente. Non è guarigione immediata, è consapevolezza. Il sogno non risolve, rivela. Ogni rivelazione è un passo verso l’integrazione dell’inconscio, dell’anima e del corpo, del passato e del presente: è dunque un passo decisivo verso l’integrazione di sé stessi.
(Umas cammina su un ponte sospeso tra cielo e terra. Sotto, ombre si agitano come se volessero inghiottirlo. Ma ora egli le osserva senza paura. Ogni demone riconosciuto perde parte del suo potere. Il sogno si fa meno angosciante, più rivelatore.)
[…]: Quindi tutto questo, tutti questi incubi e visioni… non sono punizione, ma conoscenza?
Freud: Esattamente. Senza il sogno, senza questo spazio, le paure sommergerebbero la veglia. Il sogno è un laboratorio psichico: luogo in cui l’inconscio governa e l’IO osserva, imparando, senza soccombere.
(Umas si sveglia, o almeno crede di farlo. Si muove come sempre, finge normalità, ma qualcosa è cambiato: la sua coscienza ha assistito al regno dell’inconscio, e sebbene continui a mentire a sé stesso e agli altri, ora conosce ciò che lo abita davvero.)
[…]: E così, Zac, Umas finge di dormire, finge di vivere, ma il sogno gli ha parlato. Il suo viaggio non è finito. Ma per la prima volta, il suo IO sa che non potrà essere mai del tutto padrone in casa propria, e che il vero potere risiede nel riconoscere le proprie paure, la propria essenza, non nel negarla.
Freud: "Finché l’uomo pretenderà di ingannare sé stesso e gli altri nella realtà che illude di vivere con sincerità e autenticità, il genere umano si frantumerà in schegge sempre più sottili, e sanare questa ferita — questa malattia — a un certo punto diventerà impossibile."
Freud aveva così sentenziato. Vedremo, nei prossimi mesi, se Umas si salverà, se tutti noi ci salveremo.
Autore
Samuele Castronovo