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Il Sen(n)o
Il corpo come scena del conflitto
Al Teatro al Parco, il 30 gennaio 2026, Il Sen(n)o non va semplicemente in scena: si insinua nello spazio come una domanda che non smette di lavorare, una frizione persistente tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di vedere. Scritto da Monica Dolan (The Beasts), tradotto e dramaturgicamente curato da Monica Capuani, diretto da Serena Sinigaglia e interpretato da una Lucia Mascino di impressionante precisione emotiva e intellettuale, lo spettacolo si colloca in quella zona rara del teatro contemporaneo in cui la parola non è mai neutra, e la narrazione diventa un atto di responsabilità.
Il testo affronta uno dei nodi più scoperti della nostra contemporaneità: il corpo femminile come luogo di proiezione, di controllo, di desiderio e di paura. Non lo fa attraverso la denuncia diretta o la retorica morale, ma costruendo un dispositivo narrativo che coinvolge lo spettatore in prima persona, costringendolo a interrogare il proprio sguardo.
La domanda che attraversa l’intero spettacolo viene posta fin dall’inizio, con una semplicità solo apparente:
«Pensiamo che il seno sia una cosa oscena, oppure che sia quello che è e basta?»
Una domanda che non chiede di scegliere una risposta, ma di interrogare le condizioni stesse che rendono possibile una risposta.
Una terapeuta, una voce che scivola
La scena è abitata da una sola figura: una psicoterapeuta. Non una narratrice onnisciente, non una giudice, non una vittima. È una professionista che tenta di raccontare un caso clinico “mai accaduto prima”, ma che progressivamente perde la distanza necessaria a contenerlo. Il monologo si apre con un gesto di protezione:
«Quello che sto per raccontarvi è coperto dal segreto professionale… diciamo che resta qui, tra voi e me.»
È una frase che sembra costruire uno spazio sicuro, ma che in realtà apre una frattura. Perché ciò che viene raccontato non può restare confinato nella stanza della terapia. È una storia che chiama in causa un’intera cultura.
Il linguaggio della terapeuta è inizialmente ordinato, analitico, quasi didattico. Ma poco a poco si incrina. Le frasi si allungano, le digressioni aumentano, l’ironia diventa una forma di difesa. La parola clinica non basta più.
«Non sto dicendo che sia giusto. Sto dicendo che è successo.»
Questa frase ritorna come un refrain implicito: il tentativo di distinguere il racconto dal giudizio, pur sapendo che tale distinzione è impossibile.
Lila: sette anni, un corpo che viene guardato
Al centro del racconto c’è Lila, che all’inizio ha sette anni. Una bambina viva, rumorosa, espansiva. Una bambina che canta, balla, si esibisce. Una bambina che imita ciò che vede, senza ancora possederne il codice simbolico.
La terapeuta insiste su questo punto con forza: Lila non è precoce, non è provocatoria. È semplicemente una bambina immersa in un mondo saturo di immagini.
Il momento di rottura arriva quando Lila pronuncia la frase che innesca tutto:
«Io voglio le tette.»
Il testo lavora minuziosamente su questa frase, smontandone le interpretazioni automatiche. Lila non sta parlando di sessualità. Sta parlando di visibilità, di riconoscimento, di appartenenza.
«Non voleva essere sexy. Voleva essere vista.»
Ma lo sguardo adulto non è in grado di sostenere questa ambiguità. Traduce immediatamente il desiderio in colpa. È qui che Il Sen(n)o individua uno dei suoi nuclei teorici più forti: non è il corpo a essere osceno, ma lo sguardo che lo interpreta.
Otto, nove anni: il corpo come problema
Con il passare del tempo — otto, poi nove anni — il corpo di Lila comincia a essere trattato come un problema da gestire. Gli sguardi a scuola, i commenti degli adulti, le preoccupazioni degli insegnanti.
La terapeuta lo dice con disarmante chiarezza:
«Il problema non era quello che Lila faceva. Era quello che gli altri vedevano.»
Il corpo della bambina viene progressivamente sottratto alla sua esperienza diretta. Diventa oggetto di interpretazione, di sorveglianza, di regolamentazione. La spontaneità viene letta come eccesso. La vitalità come minaccia.
Karen: una madre dentro la contraddizione
La figura di Karen, la madre, è una delle più complesse del testo. Il Sen(n)o rifiuta qualsiasi semplificazione morale. Karen non è una madre “cattiva”, ma una donna che ha interiorizzato le stesse logiche che ora si ritorcono contro di lei.
Quando Karen autorizza l’intervento chirurgico, la terapeuta non la giustifica, ma ne ricostruisce il contesto culturale:
«Viviamo in una cultura che dice: se lo vuoi davvero, puoi averlo.»
La chirurgia estetica non appare come un gesto eccezionale, ma come l’estensione coerente di un immaginario che trasforma il corpo in progetto, in investimento, in promessa di felicità. Karen agisce dentro questo sistema, non fuori.
La violenza: la frattura dell’identità
La parte più dura dello spettacolo arriva quando Lila, ormai pre-adolescente, subisce uno stupro. Il racconto è sobrio, privo di compiacimento. Proprio per questo è devastante.
«Dopo, nessuno parlava più del seno. Parlavano del reato.»
Ma il testo è chiarissimo: la violenza non è un evento isolato. È l’atto finale di una lunga serie di violazioni simboliche. Prima dello stupro, l’identità di Lila era già stata interpretata, colonizzata, distorta. Il suo corpo non le apparteneva più da tempo.
Il processo: colpa, carcere, ritrattazione
Dopo la violenza, il focus si sposta su Karen. L’opinione pubblica chiede un colpevole. Karen viene condannata al carcere. Poi la sentenza viene messa in discussione, infine annullata.
La terapeuta osserva questa oscillazione con lucidità feroce:
«Prima volevano una colpevole. Poi non sapevano più cosa farsene.»
La giustizia appare incerta, contraddittoria, tardiva. Anche quando Karen viene liberata, nulla viene restituito a Lila. Il sistema si assolve senza riparare.
Scandalo, media, consumo
Il caso diventa mediatico. Talk show, articoli, commenti. Tutti si dichiarano scioccati.
«Tutti dicevano di essere indignati. Nessuno smetteva di guardare.»
Il testo mostra come lo scandalo funzioni non come rifiuto, ma come forma di consumo. La morale diventa una maschera dietro cui il desiderio continua a operare indisturbato.
Una voce che non regge più
Verso la fine, anche la terapeuta cede. La distanza professionale si sgretola. La voce si fa più fragile, più esposta. Non ci sono soluzioni, non c’è catarsi. Rimane solo la domanda iniziale, ora carica di tutto ciò che è accaduto.
Conclusione
Il Sen(n)o è uno spettacolo necessario perché non consente allo spettatore di sentirsi innocente. Non offre assoluzioni, non distribuisce colpe in modo rassicurante. Costringe a guardare il modo in cui una cultura produce desiderio, paura e controllo, soprattutto sui corpi femminili.
Con una scrittura affilata, una regia che non addolcisce e un’interpretazione capace di sostenere da sola l’intero peso etico del testo, il monologo di Monica Dolan arriva come una lama sottile: non ferisce subito, ma lascia un segno che continua a lavorare.
Alla fine, quella domanda iniziale non chiede più risposta. Rimane sospesa, come un’eco persistente:
il seno è osceno — o è lo sguardo che lo rende tale?
Autore
Samuele Castronovo
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