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PRAYER (for quiet) – Il campo di battaglia è il cuore umano – di Michela Aiello è un’opera che si muove sul confine fragile tra corpo e spirito, tra materia e invisibile. Prodotto da Solares Fondazione delle Arti – Teatro delle Briciole e vincitore del bando CURA 2024, lo spettacolo ha debuttato il 16 gennaio 2026 al Teatro al Parco di Parma, presentandosi come un rito scenico in cui il tempo si dilata e l’azione diventa preghiera.
L’inizio è segnato da una ripetizione ostinata, quasi una supplica o un ordine disperato: «basta poesie». La marionettista lo dice alla marionetta, ma sembra dirlo a sé stessa, al mondo, alla bellezza stessa. Da questo rifiuto nasce però un flusso di parole dense, tratte e rielaborate dai Fratelli Karamazov di Dostoevskij, che assume la forma di un dialogo ambiguo o di un monologo universale. «La bellezza è una cosa terribile e spaventosa», perché non può essere definita, perché «Dio ci ha lasciato solo enigmi». La bellezza è il luogo in cui «gli estremi si toccano», dove le contraddizioni convivono senza soluzione.
«Io sono molto ignorante, ma ho riflettuto molto su questo», afferma la voce. «Troppi enigmi opprimono l’uomo su questa terra: penetrali e torna intatto». Tra questi enigmi c’è il cuore umano, “troppo grande”, capace di bruciare allo stesso tempo per l’ideale della Madonna e per quello di Sodoma. «Ciò che per la mente è vergogna, per il cuore è pura bellezza». E proprio nella bellezza, «terribile e misteriosa», Dio e il Diavolo combattono la loro battaglia eterna. «Del resto si parla di ciò che ti fa soffrire».
Le parole si fanno sempre più intime, fino a essere sussurrate: «Ma veniamo al dunque, ascolta». Il senso si ritrae, resta il corpo. La marionettista entra in uno stato di disperazione fisica: si afferra i capelli, geme, piange. Accanto a lei — e con lei — la marionetta “K”, figura ibrida a grandezza naturale, creata dalla stessa Aiello nel 2016. Non è mossa dall’alto: condivide il corpo della marionettista, che le presta gambe e arti, dando vita a un corpo doppio, ambiguo, indissolubile. Non è più chiaro dove finisca l’umano e inizi l’oggetto. Questo legame carnale diventa immagine dell’interdipendenza tra corpo e anima, tra genitore e figlio, tra chi porta e chi è portato, del peso — fisico ed emotivo — che ciascuno custodisce nel cuore.
Nel buio emerge un piccolo albero spoglio, collocato in un vasetto. I suoi ultimi germogli vengono strappati dalla marionetta, osservati a lungo, poi soffiati via. Ne segue una pioggia di foglie che cade sul palcoscenico come una perdita irreversibile. L’albero esce di scena senza discrezione, lasciando una ferita visiva. La marionetta inizia allora a battere violentemente i piedi, scandendo una danza ossessiva, sempre più incalzante. Il rapporto di forza si ribalta: ora è la marionetta a guidare la marionettista, a trascinarla, a condurla.
La danza si prolunga, lenta e implacabile, in un tempo dilatato che richiama l’eredità del Butō giapponese e l’omaggio a Kazuo Ono. I movimenti non cercano armonia, ma verità: danno forma ai paesaggi dell’anima, al sacro che abita il distacco, la fine, l’abbandono.
Nel buio compare un filo rosso, legato a un tronco, che tenta di bloccare ogni movimento. La marionetta e la marionettista lo tirano con forza, come fosse «il peso gravoso della vita e dell’esistenza stessa», ma il legame non si spezza. Il tronco viene trascinato al centro della scena. Segue un tentativo frenetico di fuga, poi la resa. La marionetta abbraccia il tronco, lo culla, come fosse l’unica cosa rimasta nel suo universo. Subito dopo vi si erge sopra, come su un piedistallo, cercando di dominarlo, ruotando lentamente in equilibrio precario, mentre sullo sfondo scorrono immagini confuse, come visioni interiori.
Nel finale, la marionettista torna in sé. Prende in braccio la marionetta, la espone allo sguardo del pubblico, poi la posa sul tronco e si inginocchia. Il gesto si fa intimo: lava delicatamente il cranio della marionetta, lo accarezza, come in un rito di purificazione. Infine, la marionetta viene chiusa in un sacco, adagiata su una tovaglia e sepolta con la terra, senza risparmiare neanche un granello. È una vera cerimonia funebre. Il piccolo alberello viene deposto come ultimo omaggio.
PRAYER (for quiet) si chiude così, nel silenzio e nella cura. Non offre risposte, ma attraversa l’enigma. Come la bellezza di cui parla Dostoevskij, è terribile e misteriosa. E proprio per questo necessaria: una preghiera incarnata che tenta di rendere più leggero il cuore umano, là dove si combatte la battaglia più profonda.
Autore
Samuele Castronovo