Non ci si libera facilmente della musica di Sanremo, quando si tratta di canzoni portatrici di una presenza completa e complessa. Così definirei quella di Arisa durante la prima serata del Festival: un’anima satura, che non occupa semplicemente uno spazio, ma lo riempie con una fragilità capace di trasmutarsi in arte.
Già dalla discesa dei famosi gradini del Teatro Ariston avevamo intuito quanto potesse emozionarci: il luminoso abito bianco, quell’eleganza dettata dalla semplicità che non passa di certo inosservata, la gratitudine che la contraddistingue come artista e ne amplifica il valore, l’emozione di essere ancora lì per raccontarsi. Ma la trama più bella resta quella della sua voce. Conosciamo e sappiamo riconoscere il suo timbro a occhi chiusi: che sia un filo teso nel vuoto o un torrente in piena, la vocalità di Arisa sa bene come penetrare gli antri più profondi del suo pubblico.
Assecondare la propria essenza, nel fare arte, è forse la più importante delle prerogative per chiunque scelga di farsi rappresentare dalle emozioni che vuole trasmettere (non da vestiti, non da costumi, non da make-up esagerati, ma solo dalle emozioni). Mi aspettavo, nel caso di Arisa, conoscendo il titolo del brano, una melodia che ne rispecchiasse pregi e difetti, e così è stato: i vocaboli che le attribuirei per descriverla sono essenzialmente due, delicatezza e semplicità.
La delicatezza è ciò che più caratterizza la cantante in questione: mai esagerata, mai scomposta, mai esuberante, sempre controllata. Con la premessa che controllare la voce sia indiscutibilmente un pregio, ricordiamo le numerose presenze di Arisa al Festival: nel 2009 scocca i suoi primi dardi con Sincerità; successivamente arriva Malamorenò; nel 2012 non si può dimenticare l’intensità de La notte; due anni dopo ci incanta davanti allo schermo con Controvento, vincendo la gara; poi è il turno di Guardando il cielo e, nel 2019, ci stupisce con Mi sento bene, fino ad arrivare a Potevi fare di più nel 2021. L’unica “nota stonata”, a mio avviso, è stata senz’altro Mi sento bene, brano con cui la cantante è uscita dai suoi soliti schemi, almeno dopo un’introduzione idilliaca e dalle armonie quasi da principessa Disney.
Se c’è un filo rosso che lega le partecipazioni di Arisa a Sanremo e le sue canzoni più note, è proprio la delicatezza della sua musica, dei messaggi che lascia e del linguaggio a cui li affida; il modo in cui ci ferma nelle nostre corse, anche solo per un momento, e ci racconta chi è, arrivando talvolta a raccontare persino chi siamo noi. Cosa si cerca in un buon libro, in una poesia, in una canzone? La risposta non cambia: cerchiamo noi stessi.
Tornando al secondo termine che utilizzerei per Magica favola, oserei ammettere che, per quanto la semplicità si sia rivelata spesso un valore aggiunto per Arisa, stavolta è stata forse dosata con troppa leggerezza, non tanto nella melodia quanto nel testo. Il brano appare come una sorta di autobiografia in musica, con un ritornello pop tra il romantico e il fiabesco: strofe compatte, non eccessivamente discorsive, un preludio perfetto per una nuova verità, la stessa che attendevo con altissime aspettative.
Non sono completamente delusa dalla scelta complessiva del brano, dalla sua struttura e dall’arrangiamento, ma mancava qualcosa, a mio modesto parere. Spero possiate perdonare la pignoleria di un’instancabile lettrice e studentessa di filologia, oltre che musicista. Arrivare a scegliere parole come c’era una volta, luna, cielo, arcobaleno e l’abusato contrasto di bianco e nero significa peccare un po’ di facilità stilistica. Certo, il tessuto vocale della cantante ci aiuta a visualizzare al meglio le immagini evocate, impreziosendo il tutto anche laddove le parole non reggono pienamente; eppure avrei rivolto un’attenzione più particolare non tanto al succo della canzone, quanto agli ingredienti selezionati per sprigionarlo.
Una frase del ritornello che, al contrario, ho particolarmente apprezzato «è una notte che non ho paura nemmeno di me»: un’espressione che ci ricorda quanto il potere di essere artista, di sentire più degli altri, possa diventare pericoloso persino per se stessi. Il ponte, a mio avviso, ha tutte le carte in regola, musicalmente e stilisticamente, e l’alzata di tonalità finale era quasi d’obbligo, dopo tanta semplicità del motivo melodico: le doti canore di Arisa non possono restare nell’ombra, in una competizione come quella sanremese.
Bisogna ammettere che, nonostante tutto, l’alta posizione guadagnata nella classifica della prima serata non lascia dubbi: Arisa resta una delle voci più belle d’Italia.
Autore
Alice Russo
