Esistere senza appartenersi: è questa la paradossale condizione che attraversa la cultura del Novecento e del nuovo millennio. L'alienazione ha smesso da tempo di essere un concetto astratto per farsi spazio nelle opere dei più grandi autori e registi. Se la letteratura ha avuto il compito di dare una voce interiore al senso di estraneità, trasformando l'uomo in un insetto kafkiano o in un inetto sveviano, il cinema ha dato a questo vuoto una forma visibile, proiettando l'ombra dell'individuo contro i muri di fabbriche disumanizzanti, uffici labirintici e case che non offrono più riparo.
Dalla catena di montaggio di Chaplin alle derive psicologiche dei colletti bianchi di Fight Club, il filo rosso che unisce queste narrazioni è la perdita del centro. L'individuo, schiacciato da strutture sociali, burocratiche o tecnologiche più grandi di lui, finisce per osservare la propria vita come uno spettatore estraneo, un naufrago in un mondo che parla una lingua di cui ha smesso di comprendere il senso.
L'alienazione nella fame: lo sfruttamento del corpo
Giovanni Verga descrive in Rosso Malpelo un'alienazione che non passa per la mente, ma si sedimenta direttamente nelle ossa e nella pelle, dove il lavoro minerario diventa un processo di pietrificazione dell'umano. Malpelo non è più un bambino, ma un’estensione della cava di rena, un essere che ha imparato a conoscere la logica della violenza come unica legge naturale e che vede nel proprio corpo solo uno strumento affaticato e destinato a perire. La sua filosofia è quella di una bestia rassegnata: lui sa che "la rena è traditora" e che il destino di chi scava è quello di essere inghiottito dalla terra, proprio come suo padre Mastro Misciu, trasformando la morte non in un evento tragico, ma nell'inevitabile conclusione di un ciclo produttivo che consuma la carne fino all'osso. Malpelo accetta questa degradazione con una fierezza cupa, educando Ranocchio alla crudeltà, siccome, in un mondo dove "il più forte mangia il più debole", l'unica libertà risiede nella consapevolezza del proprio annientamento fisico.
Questa stessa degradazione biologica, dove la classe sociale si incarna in una tara genetica, esplode con violenza in Parasite di Bong Joon-ho, dove l'alienazione è scandita dall'odore persistente della povertà. I membri della famiglia Kim, pur essendo astuti e capaci, sono intrappolati in una gerarchia spaziale e sensoriale che li relega al seminterrato, una condizione che il signor Park definisce con disgusto come “Quell'odore di straccio vecchio che bolle”. Non è solo la mancanza di denaro ad alienarli, ma l'impossibilità di sfuggire alla propria essenza materiale di parassiti agli occhi di chi vive ai piani alti, una distinzione che rende ogni loro sforzo lavorativo una recita grottesca destinata al fallimento. Quando Kim-Ki-taek realizza che la sua stessa umanità è ridotta ad un mero fastidio per il padrone, la sua alienazione si trasforma in furia omicida, confermando la tesi verghiana: nel regno della fame e del corpo, la dignità è un lusso che il sistema non può permettersi, lasciando spazio solo a una guerra tra disperati.
L'alienazione nella fabbrica: la società meccanizzata
In Hard Times, Charles Dickens lancia un atto d'accusa contro l'utilitarismo che trasforma la società di Coketown in un immenso ingranaggio dove l'immaginazione è considerata un guasto meccanico. Thomas Gradgrind, l'educatore che vede nei bambini solo "vessels [...] ready to have imperial gallons of facts poured into them until they were full to the brim" (vasi [...] pronti per essere riempiti di fatti finché non saranno pieni fino all'orlo) , rappresenta l'apice di un'alienazione sociale che nega la bellezza in nome della produttività e del calcolo statistico. Gli operai, descritti come "the Hands" (le Mani), perdono ogni connotazione individuale per diventare appendici delle macchine, circondati da un paesaggio dove "the black smoke [...] never got uncoiled" (il fumo nero [...] non si dipanava mai) e dove la vita stessa è ridotta a una serie di equazioni economiche. In questo contesto, l'essere umano è alienato dalla propria capacità di sognare, poiché ogni impulso creativo viene soffocato dal dogma dell'utile, rendendo la società un deserto morale popolato da automi che hanno dimenticato come emozionarsi.
Questa frammentazione dell'esistenza raggiunge il suo culmine in Severance, dove il lavoro d'ufficio richiede una scissione chirurgica della memoria per separare definitivamente la vita produttiva da quella privata. Mark e i suoi colleghi sono alienati non solo dal prodotto del loro lavoro, ma dalla loro stessa identità, poiché "l'interno" non ha alcun ricordo di chi sia fuori e "l'esterno" non sa nulla delle sofferenze patite durante le otto ore lavorative. "Every time you find yourself here, it’s because you chose to come back" (Ogni volta che ti ritrovi qui, è perché hai scelto di tornare), ma questa scelta è un paradosso crudele che trasforma l'impiegato in una versione mutilata di sé stesso, schiavo di una società che ha trovato il modo di eliminare il conflitto interiore. L'ufficio della Lumon Industries è la Coketown del futuro: pulita, asettica e infinitamente più terrificante, dove l'alienazione è diventata un benefit aziendale che promette l'equilibrio tra lavoro e vita privata al prezzo della propria anima.
L'alienazione dalla volontà: la psiche inetta
Italo Svevo, ne La coscienza di Zeno, analizza l'alienazione come una paralisi della volontà che trasforma ogni atto lavorativo o sociale in una farsa alimentata dalla nevrosi e dal senso di colpa. Zeno Cosini è l'uomo che vive in uno stato di perenne "ultima sigaretta", un individuo alienato dalla realtà perché incapace di aderire con convinzione a qualsiasi ruolo, che sia quello di marito, di amante o di uomo d'affari. La sua inettitudine è in verità una forma di difesa contro la salute brutale e ottusa della società borghese, rappresentata dal suocero Giovanni Malfenti, ma lo condanna ad un isolamento psichico dove ogni successo è frutto del caso e ogni fallimento è una conferma della propria malattia interiore. "La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e periodi", scrive Zeno, riconoscendo che la sua alienazione non è una condizione passeggera, ma l'essenza stessa di un io che si osserva vivere senza mai riuscire a prendere il comando della propria esistenza.
Questa stessa analisi dell'io diviso e della nevrosi urbana come forma di distacco dal mondo reale è il fulcro di Annie Hall, dove il protagonista Alvy Singer trasforma la propria vita in un infinito monologo analitico. Alvy è alienato dalla sua stessa felicità, sabotando sistematicamente ogni relazione e ogni opportunità lavorativa a causa di un'intelligenza ipertrofica che lo rende incapace di vivere nel presente senza sezionarlo cinicamente. La celebre battuta iniziale del film, "I would never want to belong to any club that would have someone like me for a member" (Io non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me) , riassume perfettamente l'alienazione dalla volontà: un disprezzo per sé stessi che si riflette sul mondo intero, rendendo la realtà un luogo estraneo e ostile. Come Zeno, Alvy cerca nella psicanalisi una via d'uscita, ma finisce per trovare solo altre paranoie, confermando che l'alienazione psichica è un labirinto di specchi dove l'individuo si perde inseguendo un'immagine di sé che non riesce mai ad abitare davvero.
L'alienazione della recita: l'identità perduta
Luigi Pirandello ne Il fu Mattia Pascal esplora l'alienazione come prigione delle forme sociali, dove l'identità non è altro che una maschera che il lavoro e la famiglia ci cuciono addosso finché non dimentichiamo il nostro vero volto. Quando Mattia tenta di evadere dalla sua vita miserabile fingendo la propria morte e diventando Adriano Meis, scopre con orrore che la libertà fuori dalle regole è un'alienazione ancora più profonda, poiché un uomo senza un passato legale e un ruolo sociale "è un forestiere della vita". La sua tragedia è la scoperta che non esiste un "io" autentico da recuperare sotto la maschera, ma solo un vuoto che può essere riempito esclusivamente tornando a essere "il fu Mattia Pascal", un'ombra che osserva la propria lapide. "Io sono il primo a non sapere chi sono", sembra gridare il protagonista, realizzando che la vita è una "pupiata", una recita di marionette dove l'unica scelta è tra l'essere un attore inconsapevole o uno spettatore alienato.
Questa intuizione pirandelliana trova una perfetta traduzione cinematografica in The Truman Show, dove la vita di Truman è letteralmente una recita a beneficio di un pubblico globale, costruita interamente su scenografie e attori pagati. L'alienazione di Truman risiede nel fatto che ogni suo affetto, ogni suo compito lavorativo e ogni suo trauma siano stati sceneggiati da un demiurgo, Christof, che sostiene di avergli dato una vita migliore di quella "vera" eliminando l'incertezza. "We've become tired of watching actors give us phony emotions" (Siamo stanchi di vedere attori che ci danno false emozioni), dichiara il manipolatore, ma l'ironia tragica è che Truman è l'unico essere autentico in un mondo di finzione, alienato dalla verità da una gabbia dorata di comfort e prevedibilità. Il momento in cui Truman tocca la parete del cielo e comprende che la sua identità è un prodotto televisivo rappresenta la rottura definitiva della maschera pirandelliana: la fuga verso il buio oltre la porta del set è l'unico atto di volontà possibile per smettere di essere un personaggio e provare, finalmente, a essere un uomo.
L'alienazione della stasi: l'anima paralizzata
In Eveline, James Joyce dipinge l'alienazione come una forza gravitazionale che impedisce all'anima di fuggire dalla propria miseria, una stasi spirituale che lui chiama "paralysis" (paralisi). Eveline è una giovane donna intrappolata in una Dublino grigia, schiacciata dal peso di una promessa fatta alla madre moribonda e da un lavoro ripetitivo che non le offre alcuna prospettiva di crescita. Nonostante la possibilità di un amore e di una nuova vita, al momento della partenza ella resta immobile sul molo, incapace di muovere un passo verso la nave, mentre il suo cuore emette un grido silenzioso di terrore. "All the seas of the world tumbled about her heart" (Tutti i mari del mondo le travolgevano il cuore fragorosamente), scrive Joyce, mostrandoci come l'alienazione non derivi solo dalle circostanze esterne, ma da un'interiorizzazione del dovere e della sofferenza che rende la libertà una minaccia insopportabile per un'anima ormai atrofizzata.
Questa stessa paralisi dei sentimenti, trasposta in un contesto industriale e moderno, emerge con forza in Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni, dove l'alienazione diventa un malessere fisico che deforma la percezione della realtà. La protagonista Giuliana si muove in una Ravenna spettrale, fatta di ciminiere che sputano fumo giallo e nebbie artificiali che sembrano soffocare ogni barlume di umanità. La sua nevrosi non è un capriccio, ma la reazione di un'anima che non riesce più a sintonizzarsi con un mondo trasformato in una macchina fredda e funzionale. "C'è qualcosa di terribile nella realtà, e io non so cos'è. E nessuno me lo dice", confessa Giuliana, dando voce a quel senso di estraneità che la rende incapace di relazionarsi persino con il marito e il figlio. Come Eveline, Giuliana è prigioniera di un'incapacità di agire: la sua è una ricerca disperata di un "altrove" che però non può essere raggiunto, perché il deserto non è fuori, ma dentro di lei. Il film si chiude su una nota di rassegnazione cupa, dove l'adattamento al dolore diventa l'unica forma di sopravvivenza in una modernità che ha smesso di parlare la lingua dei sentimenti.
L'alienazione del potere: Il sistema burocratico
Franz Kafka, ne Der Process, descrive l'alienazione dell'individuo di fronte a un potere kafkiano, ovvero un sistema burocratico e legale che opera secondo una logica assurda e impenetrabile. Josef K. è un impiegato di banca metodico che viene improvvisamente arrestato senza che gli venga comunicata la colpa, trascinato in un labirinto di uffici soffocanti e giudici corrotti dove la difesa è impossibile e la condanna è certa. Il lavoro stesso di K. diventa un elemento di alienazione, poiché egli cerca di applicare la razionalità commerciale a un tribunale che risponde solo a riti metafisici e gerarchie invisibili. "Das Urteil kommt nicht mit einem Mal, das Verfahren geht allmählich ins Urteil über" (La sentenza non viene emanata d'un colpo, il procedimento si trasforma gradatamente in sentenza), scrive Kafka, suggerendo che l'alienazione del potere consiste nel far sentire l'uomo colpevole per il semplice fatto di esistere, privandolo di ogni controllo sulla propria vita e sulla propria dignità.
Questa visione di un potere che annienta l'individuo attraverso il controllo della realtà e del linguaggio trova la sua eco più cupa in 1984, dove l'alienazione è il fine ultimo di Big Brother. Winston Smith, lavorando al Ministry of Truth, è l'artefice della propria alienazione, poiché il suo compito è distruggere i documenti del passato per adattarli alla propaganda del presente, rendendo la verità un concetto fluido e insignificante. "Power is in tearing human minds to pieces and putting them together again in new shapes of your own choosing" (Il potere consiste nel fare a pezzi i cervelli umani e nel ricomporli in forme nuove a nostra scelta ), dichiara l'inquisitore O'Brien, esplicitando che l'obiettivo del sistema non è solo l'obbedienza fisica, ma la distruzione della memoria e del desiderio individuale. L'alienazione di Winston è totale nel momento in cui, dopo la tortura, realizza di amare il Big Brother: il sistema ha vinto non uccidendolo, ma eliminando ogni traccia di opposizione interna, rendendo l'uomo un guscio vuoto perfettamente integrato nella macchina del potere.
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