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Il cinema degli ultimi due anni non si è limitato ad osservare il fenomeno delle sette con la lente fredda del documentarista. Al contrario, tra il 2025 e il 2026, abbiamo assistito a una fioritura di storie che non usano l’isolamento come un semplice espediente narrativo, ma lo trasformano in un grido d’aiuto. È come se il grande schermo fosse diventato un laboratorio dove la nostra disperazione sociale incontra quel desiderio quasi infantile, eppure profetico, di trovare un posto dove sentirsi finalmente a casa, anche a costo di smarrirsi in un labirinto distorto.
Questa nuova ondata cinematografica ci scava dentro, va a toccare i nervi scoperti dei nostri rapporti di potere. I registi attuali non si accontentano di mostrarci un rito esoterico; vogliono farci sentire il peso di ogni silenzio, la seduzione di ogni parola sussurrata, rivelando quanto sia sottile il confine che separa la ricerca del nostro posto dalla sottomissione più cieca. In queste pellicole vibra una tensione che ci appartiene: ci chiedono cosa saremmo disposti a sacrificare pur di non affogare nella solitudine di una società che sembra aver smarrito ogni coordinata affettiva. La setta diventa così lo specchio di un bisogno d'appartenenza e la cosa più spaventosa è il sospetto che quel desiderio di fuga viva, in fondo, in ognuno di noi.
Al centro di questa rinascita brilla Il testamento di Ann Lee (2026) di Mona Fastvold. Non è una ricostruzione storica polverosa, ma un’esplosione spirituale che cerca di dare una risposta al dolore del patriarcato attraverso l'epopea degli Shakers. Amanda Seyfried è straordinaria: dà corpo a una Ann Lee che usa il silenzio e la perfezione estetica come scudi. In quella comunità, ogni sedia costruita a regola d’arte, ogni spazio vuoto e pulito, non è solo ascesi religiosa, ma un modo per dire: "Qui il caos del mondo non può entrarci". È il tentativo quasi commovente di chi cerca di ordinare il dolore della vita eliminando ogni ambiguità, cercando una logica superiore.
In questo racconto, la scelta del celibato smette di essere una privazione e diventa un atto politico di una violenza inaudita e necessaria. È il rifiuto del corpo maschile e della procreazione che, nel Settecento, significava essere una proprietà. Ann Lee trasforma l'astinenza in una frontiera. Il lavoro manuale diventa una preghiera continua, dove la perfezione di un oggetto è il manuale d'istruzione di una vita che non ammette l'errore. Eppure, proprio in questa pulizia maniacale, si avverte un brivido: la paura che una grammatica della vita così severa finisca per soffocare la libertà, schiacciando la magnifica imperfezione dell'essere umano sotto il peso di un ordine troppo rigido.
Spostandoci su toni decisamente più cupi, La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli ci trascina in una comunità che non nasce da un sogno, ma da un trauma. Se Ann Lee voleva liberare l’anima dalla carne, qui si cerca di liberare l’uomo dal dolore attraverso un sistema di trasferimento emotivo che ha il sapore di una condanna a morte dell'io. La setta qui è un welfare mostruoso: una rimozione forzata della sofferenza per mantenere una facciata di felicità così piatta da risultare oscena.
Questo processo di "pulizia" dei sentimenti negativi toglie il fiato perché provoca un collasso della complessità umana. Quando smettiamo di soffrire, smettiamo anche di essere noi stessi. È come se una lingua perdesse le sue sfumature, lasciandoci muti davanti al nostro specchio interiore. L’abbraccio, in questo film, non è un gesto d'amore, ma una transazione gelida, una regola che garantisce la pace al prezzo dell'atrofia del cuore. Strippoli ci mostra una comunità che, pur di non elaborare il lutto di una tragedia passata, accetta di vivere in una bolla dove il corpo di un singolo individuo diventa una discarica per le angosce collettive. È una prigione dorata dove non c'è bisogno di catene, perché è stata mutilata la capacità stessa di sentirsi infelici.
Con Ballerina (2025), entriamo nel territorio gelido di una comunità paramilitare dove la tradizione della Ruska Roma diventa una morsa d'acciaio. Qui non c'è contemplazione, ma un indottrinamento feroce dove la grazia della danza classica si sposa con la precisione di un omicidio. La setta agisce come una pressa che schiaccia l'identità per farne un’arma al servizio dell'istituzione, svuotando parole significative come "famiglia" o "onore" per ridurle a comandi tecnici.
La rivoluzione di Eve Macarro nasce quando capisce di essere un oggetto nelle mani di altri. Il film scava nell'orrore di una fabbrica di morte che usa il dolore dei suoi "figli" come carburante per la loro lealtà. È il racconto di un risveglio violento: Eve conosce ogni segreto della sua prigione e decide di usarlo per vendicarsi di un sistema che le ha tolto tutto, sin da bambina. La sua non è una richiesta di riforma, ma un vero e proprio incendio purificatore. Rivendica il diritto di esistere al di fuori di un copione scritto da altri, trasformando anni di abusi nella forza necessaria per cancellare definitivamente quel mondo dal panorama sociale.
Infine, Midsommar di Ari Aster resta l'antitesi di tutto questo. La comunità degli Hårga non scappa dal mondo: crede di essere l'unico mondo possibile, l'unico ritmo naturale contro il vuoto dell'Occidente. Qui non c'è la rivolta di Ann Lee, ma una crudeltà geometrica che segue il ciclo delle stagioni. La rivoluzione della protagonista, Dani, è in realtà una resa suprema. Il suo dolore smette di essere un fardello solitario per diventare un urlo collettivo; quando lei piange, tutta la comunità piange con lei, in una simbiosi che toglie il respiro.
In questo equilibrio ancestrale, il sacrificio non è un crimine, ma una necessità per l'ordine cosmico. Per noi che guardiamo, è un incubo; per loro, è saggezza. Non c'è un leader che urla ordini, ma una volontà comune che si nutre di sangue esterno per restare giovane. La scelta finale di Dani è l'integrazione totale in una natura che promette di guarire ogni ferita distruggendo l'ego.
Questi film, pur così diversi, ci lasciano addosso la stessa domanda bruciante. Ci mostrano il sogno di un'appartenenza assoluta e l'incubo di una sottomissione totale, costringendoci a chiederci: qual è il prezzo che siamo disposti a pagare per non sentirci più soli nel mondo?
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