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Stranger Things: il tramonto di un mito
Stranger Things: il tramonto di un mito

Stranger Things: il tramonto di un mito

autore
Beatrice RosanovaBeatrice Rosanova
mensile
Mensile di Marzo 2026: De sideraMensile di Marzo 2026: De sidera
pubblicazione
05/03/2026
categoria
CulturaCultura
tempo di lettura

3

L’eredità di un fenomeno globale

Stranger Things è, e rimarrà, una serie "kolossal". Debuttata nel lontano 2016, in pochissimo tempo è diventata un blockbuster globale, generando teorie su teorie stagione dopo stagione e portando milioni di persone ad abbonarsi a Netflix, contribuendo in maniera significativa alla fama della piattaforma. Tuttavia, l’attesa stagione finale sembra aver tradito il cuore stesso dell’opera, chiudendo un periodo memorabile in modo mediocre.

Il finale frammentato

Se già il primo problema riscontrato nelle scorse stagioni era la produzione, che si è allungata sempre di più, questa stagione finale ne ha uno ancora più grande: manca pathos. Gran parte della colpa risiede nella nuova abitudine di Netflix di dividere le serie in volumi, distruggendo la narrazione.

Nel Volume 1 (27 novembre 2025) le prime quattro puntate hanno provocato una forte tensione ed attesa, culminando in un cliffhanger finale che ha alzato le aspettative. I tre episodi centrali del volume 2 (26 dicembre 2025) sono stati accolti in maniera tiepida. Presentare tre episodi nel mezzo di una serie risulterà sempre "noioso": i primi 4 sono stati di introduzione e trama, l'ultimo sarebbe stato l’epico finale, ma i 3 centrali, da soli, non sono nulla di particolare. L’ultimo episodio (1 gennaio 2026) non ha ottenuto il riscontro aspettato. Addirittura circola una teoria online secondo cui esisterebbe un "episodio segreto" non ancora reso pubblico, che sarebbe il vero finale.

Il declino dei protagonisti e poche eccezioni

La produzione è durata quasi dieci anni e in questo periodo gli attori sono cresciuti troppo: dovrebbero avere tra i 16 e i 17 anni, ma alcuni sono sposati e con prole. Questo distacco si riflette nella resa dei personaggi. Chi aveva gli occhi addosso sin dalla prima stagione, Millie Bobby Brown (Undici) e Finn Wolfhard (Mike), delude sia come coppia che singolarmente. Regalano performance mediocri e senza impegno, nonostante entrambi diano il meglio di sé in altri prodotti. Sembra che si siano affezionati al ruolo, ma pochi degli attori si sono effettivamente impegnati per un degno finale. La loro relazione è un guscio vuoto: persino il loro addio non è coinvolgente.

In un cast che spesso appare spento, alcune performance salvano il salvabile: Gaten Matarazzo (Dustin), la cui performance è la migliore delle stagioni, lasciando intravedere un potenziale altissimo; Sadie Sink (Max) e Nell Fisher (Holly) sono le uniche due con sequenze avventurose ed emozionanti che provocano vera tensione; infine Maya Hawke (Robin) spicca nettamente nel cast dei giovani adulti.

Occasioni sprecate

La stagione appare slegata e le relazioni inesistenti. Gli sceneggiatori hanno dato uno screentime molto alto a Holly, un personaggio non protagonista fino all’ultima stagione (forse perché alcuni attori non erano all'altezza?), sacrificando momenti chiave: il coming out di Will, atteso da oltre due stagioni, culmina in una scena eccessivamente plateale e forzata; la rottura di Jonathan e Nancy è stata confusionaria e il momento in cui la plot armor è arrivata al culmine per i due; infine, forse il peggio: l’addio di Undici non è definitivo; si lascia una porta aperta solo per accontentare tutti. Undici muore o non muore? La scappatoia del finale alla Inception non è né adatta né necessaria: se sopravvissuta, sarebbe comunque condannata a una vita solitaria, un destino quasi peggiore della morte.

Il crollo tecnico

Visivamente la serie perisce: la CGI appare poco credibile e non si capisce dove sia finito il budget record che nelle scorse stagioni aveva stupito. La serie soffre di buchi di trama, personaggi fantasma e scelte fin troppo sicure. I fratelli Duffer hanno avuto paura del giudizio, tentando di non provocare emozioni negative e di conseguenza non hanno provocato alcuna emozione, proprio dopo una stagione memorabile come è stata la quarta, apice mondiale del brand.

Infine, la discutibile scelta di inserire uno spettacolo teatrale disponibile solo all'estero come evento canon ha confuso molti. Eventi importanti vengono menzionati nello spettacolo e quasi sorvolati nella serie, dando la sensazione di aver chiuso un periodo memorabile con un finale mediocre. Un gigante che si sgretola sotto il peso del proprio successo e della paura di rischiare.

Autore

Beatrice RosanovaBeatrice Rosanova

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