La nuova Runway
Prima che nei corridoi della Runway risuonasse il ticchettio cadenzato dei tacchi di Miranda Priestly, Il diavolo veste Prada era solo un romanzo firmato da Lauren Weisberger. Pubblicato nel 2003, questo nasceva dall'esperienza diretta dell'autrice come assistente personale di Anna Wintour, la leggendaria direttrice di Vogue America. Quella che sembrava una pungente satira del mondo della moda si trasformò, nel 2006, in un fenomeno cinematografico globale capace di incassare oltre 320 milioni di dollari.
Tuttavia, portare il romanzo sul grande schermo non fu affatto la sfilata trionfale che potremmo immaginare oggi. La produzione dovette affrontare ostacoli che rischiarono di far naufragare il progetto ancora prima del primo ciak. Uno dei problemi principali fu il cosiddetto "Veto" di Anna Wintour: molti stilisti e personalità dell'industria temevano ritorsioni se avessero partecipato al film. Fu estremamente difficile ottenere i permessi per utilizzare capi d'alta moda o location iconiche, poiché circolava voce che la Wintour avesse avvertito i grandi nomi del settore: "Se apparite nel film, non sarete mai più su Vogue".
Anche il casting rappresentò una sfida titanica. Nonostante oggi sia impossibile immaginare un'altra Miranda, inizialmente l'offerta economica fatta a Meryl Streep fu definita dall'attrice stessa "offensiva"; la Streep dovette negoziare duramente per raddoppiare l'ingaggio e ottenere il compenso adeguato al suo status. Parallelamente, la ricerca per il ruolo di Andy Sachs fu estenuante: la produzione puntava su Rachel McAdams, che rifiutò ripetutamente, mentre Anne Hathaway dovette lottare con le unghie e con i denti per essere considerata: fu la nona scelta del casting director.
Nonostante queste tensioni, il film riuscì a trascendere il genere della commedia romantica, consegnandoci un'opera seminale sulla scalata sociale e sul compromesso morale. Oggi, con l'arrivo nelle sale de Il diavolo veste Prada 2, il focus narrativo compie una virata netta e brutale. La critica non punta più il dito contro l'elitarismo del mondo della moda in quanto tale, ma si scaglia contro le macerie lasciate dall'avvento dei social media nel campo dell'informazione.
Il film non esplora più la difficoltà di farsi strada in una redazione prestigiosa, bensì la lotta per la sopravvivenza del giornalismo di qualità in un'epoca dominata dalla tecnologia. Il vero diavolo assume le sembianze di un algoritmo che ha trasformato l'approfondimento in un click compulsivo, rendendo il talento una variabile trascurabile rispetto alla velocità della rete.
Sin dai primi minuti è evidente la forte critica alla mancanza di meritocrazia nel mondo moderno: rivediamo Andy, che si è costruita una reputazione solida, ha scalato le gerarchie del giornalismo tradizionale e viene celebrata dai suoi stessi colleghi per l'integrità del suo lavoro. Eppure, proprio nel momento del massimo riconoscimento pubblico, il licenziamento collettivo della sua redazione viene comunicato attraverso un freddo SMS e serve a ricordare allo spettatore che nel mercato del lavoro contemporaneo non esiste una zona sicura. La dedizione, che era stata il tema centrale della formazione di Andy sotto Miranda, non garantisce più la permanenza nel sistema se i costi di produzione non soddisfano “i piani alti”.
Quando Andy rientra nel quartier generale della rivista, la sensazione di dejà-vu è subito interrotta da una realtà deprimente. Runway non è più il tempio della moda dove ogni parola stampata diventava vangelo. È diventata una struttura che arranca dietro i flussi della rete. Il cambiamento più radicale riguarda proprio Miranda Priestly: la donna che un tempo poteva distruggere una collezione con un semplice cenno del capo, ora si trova a dover mediare con il dipartimento delle risorse umane e a gestire le lamentele per i suoi modi autoritari. La sua aura di invincibilità è sbiadita sotto la pressione di un mondo che non tollera più l'arroganza del genio, ma che allo stesso tempo pretende da lei una produzione costante di contenuti virali e leggeri.
Il paradosso è evidente: per sopravvivere, Miranda è costretta a svendere l'essenza stessa della rivista. La qualità dell'approfondimento, la ricerca estetica e la cura maniacale del dettaglio vengono sacrificate. La rivista cartacea è ormai un oggetto di culto per pochi nostalgici, mentre il vero campo di battaglia sono i social media, dove la velocità conta più della verità e un video di pochi secondi può avere più impatto di un servizio fotografico costato migliaia di dollari.
Il conflitto si sposta poi su un piano ancora più inquietante con l'ingresso di nuovi personaggi legati al mondo della tecnologia. La figura del magnate Benji Barnes rappresenta la minaccia definitiva: l'idea che la creatività umana sia un'inefficienza da eliminare. La sua proposta di automatizzare i processi editoriali attraverso l'intelligenza artificiale tocca il punto più sensibile della filosofia di Miranda. Se nel 2006 il nemico era il cattivo gusto, nel 2026 è la totale assenza di sensibilità umana. Barnes non vuole una rivista migliore, vuole una rivista che non costi nulla e che generi traffico infinito.
In questo scenario, la rivalità tra Andy ed Emily (Emily Blunt) assume sfumature diverse. Non si tratta più di chi riuscirà a viaggiare per prima verso Parigi, ma di chi possiede la visione necessaria per guidare il settore verso il futuro. Emily, nel suo ruolo di manager di Dior, ha compreso che il potere si è spostato dai media ai produttori, mentre Andy resta convinta che la narrazione giornalistica abbia ancora un valore sociale fondamentale.
Il viaggio a Milano per la settimana della moda si scontra con il viaggio a Parigi nel primo film: non è più una parata trionfale, ma l'ultima resistenza di pochi reduci. L'evento, come sempre organizzato in maniera impeccabile da Nigel (Stanley Tucci), simboleggia l'addio a un modo di intendere il lusso che sta scomparendo. La scoperta che Emily stia tramando insieme a Barnes per sostituire Miranda mette in luce come il tradimento sia l'unica moneta rimasta in un ambiente dove le risorse scarseggiano. Eppure, proprio nel momento del crollo imminente, Miranda riconosce in Andy l'unica persona capace di comprendere la gravità del momento, mentre Andy riconosce in Miranda l'ultimo baluardo contro la mediocrità assoluta.
La risoluzione del film non è una vittoria del sistema, ma una tregua momentanea. La scelta di cercare un finanziamento alternativo che permetta alla rivista di restare indipendente dalle logiche dei colossi tecnologici suggerisce che il futuro dell'eccellenza risieda in una sorta di nuovo mecenatismo. Solo chi non deve rispondere esclusivamente ad un algoritmo può permettersi il lusso di essere profondo.
Il finale ci restituisce un'immagine di Runway che cerca di conciliare il prestigio del passato con le necessità del presente, ma con una consapevolezza nuova. La meritocrazia è stata sconfitta dalla logica dei grandi numeri, ma lo spirito critico e la determinazione possono ancora ritagliarsi uno spazio.
La risposta dei fan e il comparto tecnico
Dal punto di vista commerciale, il film si sta rivelando un successo travolgente, confermando che il brand possiede ancora un magnetismo capace di dominare il box office. Tuttavia, la risposta del pubblico e di parte della critica ha rivelato un paradosso interessante: molti spettatori sembrano non aver colto, o forse hanno preferito ignorare, il tentativo di lanciare un messaggio attuale e radicalmente diverso da quello del 2006.
Io stessa ero estremamente scettica riguardo all'idea di un sequel per quello che, soprattutto per la generazione millennial, è diventato un piccolo cult intoccabile. Eppure, la scelta coraggiosa di utilizzare questa piattaforma per criticare l'avanzamento sempre più preoccupante dell'intelligenza artificiale e l'annientamento della scintilla creativa in favore del profitto puro è un colpo di scena tematico che andrebbe apprezzato.
Nessuno si sarebbe aspettato che questo sequel diventasse il palcoscenico per una denuncia feroce contro i produttori e i nuovi mecenati disposti a tutto pur di monetizzare, trasformando la moda da espressione artistica a semplice prodotto algoritmico. È un film che non si accontenta di citare sé stesso, ma che interroga il futuro della nostra stessa capacità di creare.
Se l'occhio vuole la sua parte, l'orecchio in questo sequel viene gratificato da una colonna sonora curata con un'attenzione maniacale, decisamente superiore a quella del primo capitolo e fondamentale per il gradimento generale della pellicola. La musica non è un semplice sottofondo, ma il motore che impedisce al film di risultare pesante nonostante i temi trattati.
La presenza scenica e sonora di Lady Gaga eleva le sequenze milanesi a vette di puro spettacolo, mentre l'inserimento di brani iconici come "Vogue" di Madonna funge da ponte nostalgico con l'eredità del marchio Runway. La vera sorpresa, però, risiede nelle sonorità più ricercate, come il bossa nova contemporaneo di Laufey con la sua "Mr. Eclectic", che conferisce al film un'atmosfera sofisticata e senza tempo.
Un altro elemento di profonda rottura rispetto al capitolo del 2006 risiede nella direzione della fotografia, che abbandona i caldi bagliori dorati della New York di inizio Duemila per abbracciare un’estetica decisamente più cruda e tagliente. Se nel primo film la fotografia di Florian Ballhaus avvolgeva il mondo di Runway in una luce glamour, quasi onirica, capace di trasformare ogni ufficio in un set d'alta moda, il sequel opta per un iperrealismo digitale dai toni più freddi e clinici. Le luci soffuse dei vecchi atelier hanno lasciato il posto al riflesso bluastro degli schermi che inonda i volti dei protagonisti, sottolineando visivamente la transizione dal calore del tocco umano alla freddezza tecnologica.
Questo mutamento cromatico è particolarmente evidente nelle sequenze notturne: la New York che Andy attraversa non è più una giungla di luci romantiche, ma una metropoli dominata da led asettici e contrasti netti. Anche le scene a Milano, pur mantenendo l’opulenza necessaria al contesto, vengono filtrate attraverso una lente che privilegia la nitidezza estrema rispetto alla morbidezza della pellicola originale. È una scelta visiva consapevole che accompagna perfettamente il tema della narrazione: la fotografia non cerca più di sedurci con l'illusione della perfezione, ma riflette la trasparenza spietata dell'era moderna.
© Punto e Virgola
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