
(The Virgin Adoring the Host - Jean Auguste Dominique Ingres - French - 1852)
Al centro di una cornice architettonica classica, in uno spazio sacro, è posizionata una figura avvolta in un intenso manto azzurro. Le sue mani sono giunte con delicatezza in segno di preghiera e la pelle è perlacea e pura. Il volto è austero e luminoso, né alcun segno testimonia la sua età. Sotto la forza di un magnetismo spirituale, lo sguardo della donna raffigurata è fisso, in venerazione, sull’ostensorio dorato contenente l’ostia consacrata. È un dipinto sublime, quello di Jean-Auguste-Dominique Ingres, che nel 1852 dipingeva la Vergine Maria e la verginità consacrata a Dio: uno dei temi più rappresentati nella storia dell’arte occidentale e tra i più discussi nella riflessione religiosa, filosofica e sociale. Per secoli, in Occidente, la verginità consacrata è stata considerata dalla Chiesa uno stato di perfezione spirituale e, più in generale, una virtù morale socialmente condivisa. Eppure, l’idea stessa di verginità non è universale né immutabile: in ogni cultura essa è stata costruita simbolicamente secondo specifiche coordinate storiche, geografiche e sociali. Nel mondo occidentale contemporaneo, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, questo vasto costrutto simbolico ha subito una trasformazione profonda. La verginità ha progressivamente cambiato significato, divenendo per molti non più ideale morale, ma possibile fonte di ansia, stigma sociale o disagio psicologico. È proprio su questa metamorfosi simbolica e sul suo rapporto con la salute mentale che si concentrerà questa riflessione; e ho deciso di farla perché sui giornali quasi non se ne legge.
Oggi, come ieri, la verginità resta per molte persone un tema delicato, talvolta doloroso, non tanto per un suo presunto significato biologico quanto per il peso simbolico e culturale che continua a esercitare. Per procedere, è fondamentale una precisazione già accennata nell’introduzione: la verginità, più che una condizione medica oggettiva, è una categoria storicamente e culturalmente costruita, il cui significato varia a seconda delle epoche, delle religioni e dei contesti sociali. Basti pensare a quanto essa assuma significati diversi nell’Inghilterra vittoriana rispetto alla società trobriandese precoloniale. Ciò significa che l’idea di verginità non è identica ovunque. La letteratura sociologica contemporanea mostra infatti che definirla semplicemente come “assenza di rapporti sessuali” è estremamente riduttivo, poiché ciò che una società considera “perdita della verginità” dipende da norme simboliche collettive. Per comprenderla davvero universalmente, dunque, occorre distinguere tra una dimensione corporea o esperienziale e una sociale o identitaria, che riguarda il modo in cui una persona interpreta sé stessa rispetto alla realtà in cui si trova immersa. Questa dimensione identitaria può essere profondamente segnata dal senso di inadeguatezza: la giornalista Carter Sherman, intervistata da Wired a proposito del suo libro The Second Coming, racconta di come da adolescente fosse “patologicamente ossessionata” dall’essere vergine, vivendo un crollo psicologico nel confronto con le tappe raggiunte dalle amiche. Io non riuscirò ad occuparmi in questo articolo di ogni area geografica e di ogni situazione possibile; voglio occuparmi principalmente della realtà che ho vissuto, quella occidentale, e più precisamente quella italiana.
Per gran parte della storia italiana, le due dimensioni della verginità sopracitate (esperienziale e sociale) sono state strettamente intrecciate. Se qualcuno tra voi ha un bisnonno gli basterà fargli qualche domanda dopo aver finito questo paragrafo per verificarlo facilmente. Infatti, in molte società patriarcali europee e mediterranee — inclusa larga parte dell’Italia rurale — soprattutto la verginità femminile non costituiva una questione privata, bensì un fatto familiare, sociale e persino patrimoniale. Il controllo della sessualità femminile era spesso legato all’onore e alla reputazione della famiglia, mescolando il ruolo sociale di una donna con la sua esperienza intima; in alcune tradizioni, anche italiane, l’esibizione delle lenzuola macchiate di sangue dopo la prima notte di nozze funzionava proprio come simbolica “prova” pubblica della purezza della sposa prima del matrimonio, nonostante la medicina contemporanea abbia ampiamente dimostrato l’inconsistenza biologica di tale credenza. Questo esempio mostra con chiarezza quanto il corpo femminile fosse inscritto in un sistema rituale e simbolico che trascendeva l’individuo. Come osserva Georges Vigarello, storico e sociologo francese, il corpo femminile è stato storicamente investito di una funzione morale e sociale che trascendeva l’individuo stesso. In questo quadro, la sessualità apparteneva meno alla persona che all’ordine sociale o alla famiglia. Più precisamente, in molte culture strutturate secondo logiche patriarcali, la verginità femminile possedeva un valore sociale nettamente superiore rispetto a quella maschile. Per numerose donne, arrivare vergini al matrimonio significava preservare reputazione, status e possibilità matrimoniali; talvolta bastava anche solo il sospetto di una trasgressione per comprometterli. Per molti uomini, al contrario, l’esperienza sessuale prematrimoniale poteva essere tollerata o persino valorizzata come forma di preparazione alla vita coniugale. La sociologia definisce questo fenomeno “doppio standard sessuale”: un sistema di norme che giudica in modo differente uomini e donne rispetto a comportamenti analoghi. Sebbene tale schema si sia trasformato, numerosi studi suggeriscono che non sia scomparso, ma abbia assunto forme nuove e talvolta apparentemente opposte.
Nel secondo dopoguerra, soprattutto con la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta e Settanta, il valore normativo della verginità prematrimoniale femminile si è progressivamente ridotto in molte società occidentali. Frutto delle sacrosante lotte politiche dei movimenti femministi, della letteratura e del cinema, la sessualità è diventata sempre più associata all’autonomia individuale, al piacere e all’autodeterminazione. Tuttavia, la riduzione di un’antica forma di stigma non ha significato la scomparsa della pressione sociale: ne ha piuttosto modificato la direzione. Se un tempo il giudizio colpiva soprattutto le donne o chi trasgrediva per eccesso, oggi può colpire invece chi appare “in ritardo” rispetto alle tappe sessuali socialmente attese, generando dolore, depressione e ansia sociale. Studi del Kinsey Institute mostrano che molti adulti sessualmente inesperti riferiscono sentimenti di stigmatizzazione e vengono talvolta percepiti come fuori sincronia rispetto alle aspettative normative sullo sviluppo relazionale.
È qui che il tema della verginità incrocia in modo più diretto la salute mentale. Infatti, nella società contemporanea, non avere esperienze sessuali entro una certa età può essere letto — erroneamente — come segnale di inadeguatezza, immaturità o difetto personale. La verginità adulta, soprattutto maschile, tende talvolta a essere caricata di significati dispregiativi legati a modelli rigidi di successo sociale e performatività di genere. Eppure i dati mostrano una realtà più sfumata: una ricerca svizzera del 2021 su oltre 5.000 giovani adulti ha rilevato che il 5,3% dei ventiseienni era ancora inesperto su questo piano. A questi dati si aggiungono le recenti scoperte di Sherman, che parla di una vera e propria “recessione sessuale”: oggi molti giovani della Gen Z non sono affatto anti-sesso o moralmente più puritani; al contrario, spesso desiderano rapporti sessuali e relazioni intime, ma si trovano ostacolati da un intreccio di ansia sociale, pressione estetica, precarietà emotiva e iper-esposizione digitale.
Il concetto di “recessione sessuale” è cruciale perché contraddice uno dei miti più diffusi sulla contemporaneità: quello secondo cui vivremmo in una società sessualmente più attiva. Il problema, quindi, non sarebbe una diminuzione del desiderio in senso stretto, bensì una crescente difficoltà nell’accesso psicologico e relazionale all’intimità. In questo quadro, la sessualità smette di essere semplicemente un’esperienza privata e diventa terreno di valutazione identitaria: molti giovani, pur desiderando il sesso, si sentono paralizzati dalla paura di non essere abbastanza desiderabili, abbastanza esperti o abbastanza conformi agli standard percepiti. Il punto, dunque, non è patologizzare o eccezionalizzare questa condizione, bensì interrogare la narrazione culturale che trasforma l’esperienza sessuale in una sorta di passaggio obbligatorio verso la piena legittimazione sociale, insieme al ruolo dei social media e degli smartphone.
L’ubiquità degli smartphone ha trasformato l’intimità in una vetrina distorta. Sherman sottolinea come i social media spingano i giovani verso uno stato emotivo di “paragone e disperazione”: la costante esposizione a corpi e vite apparentemente perfetti convince molti di non essere abbastanza attraenti, inibendo il desiderio e la capacità di mostrarsi vulnerabili. Il paradosso è brutale: in un mondo dove il sesso è ovunque online, l’incontro reale diventa fonte di un’ansia paralizzante. I social media non agiscono solo come strumenti di connessione, ma come amplificatori di percezioni distorte: espongono costantemente gli individui a immagini selezionate, corpi idealizzati e narrazioni di successo relazionale che possono indurre la sensazione che “tutti gli altri” siano più desiderabili, più esperti o più realizzati. In questo senso, la sessualità online non produce necessariamente liberazione; può invece alimentare sorveglianza di sé, autosvalutazione e ansia performativa.
Uno dei paradossi più evidenti della contemporaneità è proprio che, mentre la sessualità è sempre più esposta, narrata e spettacolarizzata, non è affatto scontato che tutti abbiano più relazioni intime o vi accedano con maggiore facilità. Al contrario, numerosi studi mostrano un aumento dell’inattività sessuale tra i giovani occidentali. L’analisi pubblicata su JAMA Network Open relativa agli Stati Uniti ha evidenziato, tra il 2000 e il 2018, un aumento significativo dell’inattività sessuale annuale nei giovani uomini tra i 18 e i 24 anni. Questo dato ridimensiona il mito di una società universalmente ipersessualizzata sul piano pratico: ciò che sembra essersi intensificato è soprattutto la visibilità comunicativa del sesso, più che la sua frequenza reale. Anthony Giddens ha parlato di “trasformazione dell’intimità” proprio per descrivere un mondo nuovo in cui il sesso diventa parte integrante della costruzione narrativa del sé. Da questa trasformazione emerge quindi una nuova pressione culturale: non più soltanto “devi preservarti”, ma “devi dimostrare di partecipare”.
In tale contesto, il termine “vergine” può diventare, soprattutto online, una categoria stigmatizzante o insultante, associata a fallimento sociale, inferiorità o esclusione. Il problema psicologico, tuttavia, non risiede nella verginità in sé, bensì nei processi di stigma interiorizzato. Come suggeriscono gli studi sociologici sullo stigma, il danno emerge quando una persona assimila lo sguardo svalutante esterno fino a considerarsi incompleta o difettosa. In questo senso, la sofferenza mentale deriva meno dalla condizione personale che dal significato sociale imposto a quella condizione. Carter Sherman riporta anche casi estremi in cui questa pressione assume derive tossiche, come alcune comunità incel, dove frustrazione e rabbia vengono politicizzate e trasformate in misoginia.
La questione, allora, non è stabilire quando o se una persona debba conformarsi a una cronologia sessuale culturalmente prescritta, ma comprendere quanto profondamente tali aspettative influenzino autostima, identità e benessere psicologico. Decodificare i messaggi negativi significa riconoscere che molte norme sulla sessualità non sono verità naturali, ma costruzioni culturali spesso semplificate, commercializzate o stereotipate. Una prospettiva più matura consiste nel sottrarre il valore personale alla conformità con rituali sociali imposti. In definitiva, la salute mentale passa anche da qui: dalla capacità di distinguere tra esperienza autentica e pressione normativa, riconoscendo che la dignità di una persona non dipende dalla sua adesione ai tempi, ai simboli o alle aspettative sessuali dominanti.
Infine, occorre una considerazione personale. La società contemporanea sembra aver sostituito molti antichi divieti con nuove forme di esposizione. Se un tempo il controllo morale opprimeva il corpo, oggi può essere la pressione alla visibilità a colonizzare l’intimità. La vera sfida, allora, non è tornare al silenzio né celebrare un’esibizione senza confini, ma ricostruire un linguaggio del rispetto: distinguere tra liberazione e spettacolarizzazione, tra autonomia e conformismo. Il controllo del corpo femminile doveva essere superato; l’intimità del discorso sessuale, invece, merita ancora di essere difesa.
Siti, articoli, studi e video consultati.
- “Sulla verginità maschile” - video di Psicologo nell'angolo.
- American Psychological Association, Social Stigma Framework
- Anthony Giddens, The Transformation of Intimacy, Stanford University Press
- Indiana University / General Social Survey, 2020
- Swiss Study on Sexual Health and Behaviour, Barrense-Dias et al., PubMed, 2021
- The Journal of Sex Research, Gesselman et al., 2017
- Sex Roles Journal, Crawford & Popp, 2003
- Georges Vigarello, Histoire du viol, Seuil
- Encyclopaedia of Gender and Society, SAGE Publications
- The Metropolitan Museum of Art.
- CHEMSEX, quando il sesso diventa un problema di Salute Mentale e Fisica - video del Dottor. Valerio Rossi
- Diotima, comunità filosofica femminile
- Wired, "Perché i giovani fanno meno sesso?" - Intervista a Carter Sherman (2024).
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