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La forma del dialogo
La forma del dialogo

La forma del dialogo

autore
Alessandro MainolfiAlessandro Mainolfi
mensile
Mensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzioneMensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzione
pubblicazione
08/04/2026
categoria
Politica e cronacaPolitica e cronacaCulturaCultura
tempo di lettura

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In questo mensile ho scelto di stendere un pezzo che promuova il lavoro di un’altra rivista. Essa appare certamente interessante se se ne osserva il contenuto letterario, di alto valore e qualità, ma si rivela addirittura indispensabile quando si scopre il suo obiettivo culturale e sociale: far redigere a studenti e detenuti dei numeri che raccontino i laboratori di scrittura e dialogo organizzati dal PUP (Polo Universitario Penitenziario), attività nelle quali detenuti e studenti, dialogando e raccontandosi le proprie storie, producono cultura senza grigi muri a dividerli.

Mi riferisco alla rivista CerchioScritti, che ho avuto la grande gioia di approfondire in questi mesi attraverso il dialogo con la sua redazione aperta, gruppo di lavoro che sostiene il progetto da fuori le mura. Il gruppo è formato da Maddalena Tasca, Giulia Indelicato, Ester Frizzarin, Alessia Davoli, Andrea De Filippi e Vincenza Pellegrino; una gioia che ho deciso di condividere con voi.

Ho sviluppato questo approfondimento insieme a Francesca Orlandini che, attraverso l’arte figurativa, ha rappresentato il contenuto degli incontri in un’opera, restituendone il significato più intimo, forse meglio di quanto il linguaggio — conquista dell’uomo mai del tutto domata — sappia realmente fare. Per questo, il primo invito ai miei lettori e alle mie lettrici è di osservare attentamente l’opera prima di immergersi nella lettura. Un'opera non nuova, in quanto diventata copertina del numero di aprile di Punto e Virgola per il suo evidente valore.

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opera di Francesca Orlandini

C’è una forma naturale, semplice, primordiale, che dà origine a tutto questo: il cerchio. È l’unica figura che, se immaginata come disposizione di un gruppo di persone, illumina subito la mente con immagini di dialogo e intimità, di parità e collaborazione: una compagnia che parla o canta attorno al fuoco, un gruppo di amici che organizza un progetto, persone che giocano con un pallone al tramonto sul mare, e così via. Sono immagini che difficilmente emergono pensando ad altre forme geometriche: è arduo, ad esempio, immaginare un falò con persone disposte a triangolo.

Il cerchio, infatti, possiede una caratteristica quasi taumaturgica che tutti abbiamo appreso da giovanissimi, già all’asilo, ma che forse abbiamo dimenticato: è una figura senza spigoli, che sospende le differenze e permette alle persone di riconoscersi su un piano comune. Non ci sono angoli, né gerarchie, né punti privilegiati, né “capotavola”.

Nei laboratori che CerchioScritti racconta si parte proprio da qui: dalla disposizione. La forma diventa anche metodo. Nel cerchio non esce nessuno — almeno non durante l’incontro. Eppure, paradossalmente, è proprio ciò che accade al suo interno a essere restituito fuori dalle mura penitenziarie, dove, io credo, ce ne sia davvero bisogno.

Il cerchio diventa così uno spazio simbolico ma anche concreto. In carcere — luogo in cui l’identità viene spesso compressa fino a ridursi al reato — questa disposizione riesce a restituire al detenuto un nome, una voce, una biografia complessa, sollevandolo dal suo ingiusto “ruolo” sociale. Il gruppo dimentica: dimentica i reati, le ragioni dell’arresto, perfino il dolore, producendo una vera kátharsis attraverso l’atto del raccontare mediante la scrittura.

Ricostruendo insieme al gruppo esterno la storia di CerchioScritti, ho scoperto che il progetto nasce formalmente nel 2023, ma affonda le sue radici nel 2019 e, ancora prima, nei laboratori teatrali attivi dal 2017 all’interno del carcere di Parma, nel contesto del Polo Universitario Penitenziario.

La redazione si divide in due nuclei: il primo è composto dalla Redazione interna, formata da persone detenute nel carcere di Parma o in regime di semilibertà, che studiano e partecipano alle attività culturali promosse dal Polo Universitario Penitenziario. Il secondo nucleo invece è chiamato Redazione aperta, composta da studenti, tutor, volontari e/o partecipanti ai laboratori in carcere che, fuori dalle mura, collaborano con altre realtà territoriali alla composizione della rivista. Ogni numero prevede la collaborazione dell’intero gruppo CerchioScritti, sia della Redazione aperta sia della Redazione interna, e tutti i testi presenti nella rivista sono estratti dai Diari del ciclo di laboratori teatrali di scrittura autobiografica collettiva.

Questo scambio tra i due nuclei è stato spiegato dalla redazione attraverso la creazione di un neologismo splendido — al pari di "petaloso" — la Pontualità: un sostantivo invariabile che esprime il modo in cui due mondi che normalmente non comunicano finalmente s'incontrano. Più precisamente, la convergenza è delle biografie di tutte le persone che vivono in queste due realtà tenute distanti.

Il cuore letterario del progetto, oltre ai temi della libertà, della trasformazione e del cambiamento, è il racconto autobiografico. Per restituire totalmente questo genere la scelta editoriale è netta: non modificare i testi. La grammatica resta imperfetta, i dialetti emergono, le metafore rimangono intatte, rappresentando per gli studiosi di lingua un archivio di forte interesse.

Dunque scrivere di sé diventa l’atto centrale, tanto per i detenuti quanto per gli studenti esterni. Nel rapporto quasi chimico tra le parole e i cuori, le narrazioni si mescolano, si rispecchiano, si trasformano, e accade qualcosa di profondamente inatteso: studenti e detenuti finiscono per riconoscersi gli uni negli altri, nonostante le vite così diverse.

È stata proprio la redazione aperta a raccontarmi che, durante uno di questi scambi, si erano sentiti “detenuti al di fuori”: un rovesciamento potente della realtà, che richiama dinamiche simili a quelle del Teatro dell’Oppresso. Chi è dentro e chi è fuori? Dove si colloca davvero la libertà? Perché lui e non io?

È così che il carcere diventa anche una metafora mentale, e il laboratorio uno spazio in cui ciò che normalmente resta nascosto deve essere mostrato: uno specchio.

Perché questo accada, però, prima di entrare in laboratorio i coordinatori storici, Vincenza Pellegrino e Irene Valota, chiedono con molta delicatezza ai partecipanti di non informarsi sui reati dei detenuti. L’invito è chiaro, ed è lo stesso che emerge leggendo la rivista: ciò che conta non sono le colpe, ma le persone. Si tratta di una scelta precisa e forte, capace di scardinare uno dei meccanismi più radicati dello sguardo sociale. Mi ha colpito e fatto riflettere sapere che, per partecipare ai laboratori che si svolgono ogni venerdì, molti detenuti rinunciano perfino all’ora d’aria. È un dato che, a mio avviso, dice molto sull’importanza di questi incontri: il bisogno di parola, di relazione e di ascolto può diventare più urgente perfino di quello di spazio fisico.

Purtroppo, tutto quello che ho raccontato fino ad ora affronta da molti mesi grandi difficoltà e pericoli, emersi dopo la pubblicazione di due circolari ministeriali dell’ottobre 2025 firmate dal Direttore Generale Detenuti e Trattamento Ernesto Napolillo, che hanno introdotto cambiamenti restrittivi che incidono in modo diretto sulle attività culturali nelle carceri. In particolare, la seconda stabilisce che tutte le iniziative culturali, educative e ricreative negli istituti con reparti di Alta sicurezza debbano essere autorizzate dalla Direzione generale a Roma, e non più dalle singole direzioni locali. «La ragione che spiegherebbe questo comportamento è la disposizione di evitare che gli istituti ad alta sicurezza, come il carcere di Parma, vengano frequentati da persone che vengono da fuori», dice il garante Paolo Allemano. «Si teme probabilmente una “contaminazione” o si ritiene non opportuno questo contatto tra studenti esterni e ristretti». Queste nuove “regole” stanno comportando procedure molto più lunghe e complesse, con richieste dettagliate e tempi di attesa incerti, mettendo concretamente a rischio molti progetti già attivi, alcuni dei quali sono stati cancellati in questi mesi.

Le conseguenze riguardano soprattutto le attività promosse da associazioni, cooperative e istituzioni educative — come il progetto di CerchioScritti — che oggi rappresentano una parte fondamentale dell’offerta culturale in carcere. Il problema centrale è che la cultura in carcere si basa sullo scambio con l’esterno. I laboratori universitari, ad esempio, funzionano proprio grazie all’incontro tra studenti detenuti e non detenuti: quindi impedire o ostacolare questi momenti significa compromettere percorsi formativi già avviati e limitare la creazione di spazi di confronto e riflessione.

Più in generale, emerge il timore di un ritorno a un modello di carcere chiuso e isolato — un disegno del governo — in cui prevale la logica del controllo rispetto a quella della crescita culturale e del valore della rieducazione. Questo rappresenterebbe un grave passo indietro rispetto al processo di apertura avviato con la riforma del 1975, che aveva riconosciuto l’importanza del contributo esterno per la rieducazione dei detenuti. Ci scrive così Vincenza Pellegrino, professoressa di sociologia culturale e delegata del PUP: «Il lavoro culturale dei Poli universitari penitenziari non riguarda tanto lo studio individuale e la possibilità di essere valutati con esami finali, ma, come è per gli studenti esterni, il ruolo è quello di costruire occasioni di pensiero e di scambio poiché l'apprendimento, dal punto di vista dell'università, è solo apprendimento dentro relazioni di fiducia che si costruiscono nel tempo. È questo che risulta praticamente impossibile in contesti molto chiusi all'esterno come le carceri, in cui qualsiasi forma di scambio viene considerata una difficoltà insormontabile, nonostante sulla carta questo sia un presupposto ineludibile della (ri)educazione». Prosegue poi la professoressa spiegando che: «Nell'ultimo anno non è stato possibile fare seminari universitari che vedessero insieme studenti e detenuti, a differenza degli anni precedenti durante i quali non era mai stato segnalato nessun incidente rispetto alla sicurezza. Noi ci auguriamo che presto sarà possibile una collaborazione istituzionale che tenga presente sicuramente le necessità di sicurezza, ma anche quelle di un dovere istituzionale alla formazione attraverso l'incontro che attiene alle Università».

A queste parole della professoressa Pellegrino affianco anche l'allarme che la stessa lanciò attraverso la stampa questo febbraio 2026, in cui esprimeva grande preoccupazione per il trasferimento di alcuni detenuti del carcere di Parma: «...in considerazione del fatto che essi sono studenti iscritti all’Università di Parma e la gran parte di essi partecipa da tempo a molte delle attività culturali, scolastiche, lavorative che rappresentano momenti importanti del percorso rieducativo e di reinserimento sociale realizzato presso l’Istituto di Parma. [...] Esprimiamo preoccupazione per le ricadute psicologiche che questo trasferimento comporterà per tante persone: molte di queste saranno costrette ad interrompere bruscamente un percorso di reinserimento sociale e di studio faticosamente intrapreso negli anni, qui, a Parma; ad interrompere i colloqui con i propri familiari o ad allontanarsi dalle proprie famiglie e a ricominciare ex novo un percorso rieducativo, senza il sostegno di professionisti e persone (insegnanti, volontari, educatori, psicologi, medici, agenti di polizia penitenziaria) con cui, nel corso degli anni, avevano creato un importante rapporto di collaborazione e di fiducia istituzionale. Restiamo fermamente convinti che, se le pene "non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (art. 27 Cost.), la cifra del successo dei percorsi di reinserimento sociale stia proprio nell’importante investimento, da parte delle Istituzioni, nella dignità delle persone, nella continuità e serietà di percorsi trattamentali che questi trasferimenti di massa, inevitabilmente, interrompono».

Nonostante le difficoltà, le restrizioni e gli ostacoli istituzionali, CerchioScritti continua a esistere. Ogni anno, tra giugno e luglio, il lavoro trova una restituzione pubblica. Nei prossimi mesi è previsto anche il coinvolgimento dei musicisti della Toscanini, in un dialogo tra linguaggi diversi.

Infine, condivido le copertine dei numeri di CerchioScritti che sono disegnate da Aurelio Cavallo, detenuto, con pastelli a olio. Anche questo è parte del cerchio: l’immagine che accompagna la parola. In maniera commovente, a mio parere — in un'analogia che io rilevo con la pittura di guerra delle opere di Chagall e il tema dell'evasione dalla crudeltà del mondo — Aurelio dipinge un senso straordinario di libertà, di evasione artistica e culturale dal carcere, ricordando quanto questi fattori siano importanti per la (ri)educazione di una persona.

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