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Alle ore 21.00 di venerdì 27 marzo, presso la sede di Teatro al Parco, è andata in scena la pièce scritta da Kelly Jones, con regia e traduzione a cura di Francesca Montanino. Lo spettacolo, interpretato da Elsa Bossi (Linda), Alice Giroldini (Abigail) e Mauro Parrinello (Dan), si inserisce nella produzione di Solares Fondazione delle Arti – Teatro delle Briciole, in collaborazione con Tangram Teatro ed Enchiridion.
Al centro della storia vi è Abigail, una giovane drammaturga costretta ad affrontare il lutto per la morte della madre e, al tempo stesso, oppressa dalle difficoltà economiche che le impediscono di organizzare un funerale dignitoso; pensa che come la madre lo avrebbe voluto “in grande”. Per evitare una sepoltura a carico del comune, anonima e priva di ritualità, la protagonista si trova davanti a una scelta tanto dolorosa quanto paradossale: scrivere un testo teatrale su ciò che sta vivendo, senza però rivelare ai produttori che quella storia coincide con la sua vita. Per poter salutare la madre, Abigail è così costretta a raccontare il loro rapporto, ripercorrendone e riesaminandone ogni aspetto.

I tre interpreti contribuiscono a delineare un impianto che richiama, per certi aspetti, una dimensione classica e quasi sofoclea. Mauro Parrinello, ad esempio, interpreta più ruoli: quando indossa la maglia del West Ham è Dan, fratello di Abigail, che, a differenza di lei, ha avuto un rapporto difficile con la madre e si rifiuta di contribuire al funerale; quando invece indossa la giacca, nascondendo la divisa sportiva, diventa il suo produttore teatrale, che la incalza affinché trasformi la sua esperienza in uno sguardo artistico capace di “portare il pubblico a pagare il biglietto”.
Alice Giroldini rimane invece sempre Abigail. Non cambia personaggio, ma ne trasforma continuamente la personalità: lo spettatore non riesce mai a distinguere pienamente tra rappresentazione e vissuto, mentre la protagonista è perseguitata dai fantasmi della propria mente – il fratello, la madre nell’aldilà, la funzionaria dell’obitorio.
Il personaggio della madre, Linda, è costruito interamente attraverso i ricordi dei figli, ma il ritratto che ne emerge è spesso contraddittorio, se non apertamente antitetico. La Signora Ponza dell’opera pirandelliana Così è (se vi pare) direbbe: «Io sono colei che mi si crede». In Pirandello, questa affermazione sancisce l’impossibilità di una verità oggettiva, facendo precipitare lo spettatore nel relativismo. Qui, invece, resta una tensione diversa: lo spettatore conserva la speranza di ricomporre un’immagine coerente della madre, anche se tale aspettativa viene infine disattesa.


Nonostante il tema doloroso, emerge una dolcezza diffusa sul palcoscenico, soprattutto nell’esplorazione del rapporto tra Abigail e la madre, racchiusa in frasi semplici ma potenti come: «Lei mi amava, e io amavo lei». Il risultato è un equilibrio fragile tra tristezza, ironia e tenerezza.
La protagonista sostiene lo spettacolo con grande versatilità: canta, piange, ride e si muove con naturalezza, mantenendo sempre una forte presenza scenica. Anche il repertorio canoro, pur utilizzato con misura, risulta efficace e contribuisce a sottolineare i momenti chiave senza mai risultare invasivo.

Lo spettacolo riesce a tenere insieme registri diversi con sorprendente equilibrio: è al tempo stesso comico, profondo e commovente. Si presenta come una riscrittura originale della tradizione teatrale anglosassone, alternando dialoghi – spesso costruiti a due voci – a momenti più sperimentali, come cambi di scena accompagnati da battute fuori dialogo e passaggi in flusso di coscienza, tra i più intensi dell’opera.
Rimane impressa, infine, una riflessione che attraversa l’intera opera: «Non confondere la tua vita reale con la versione che ne hanno gli altri». Una battuta che sintetizza il cuore dello spettacolo, capace di unire dimensione intima e valore universale.

Il funerale di mia madre: the show è una commedia a tratti politica, che denuncia le disuguaglianze sociali, ma il suo nucleo resta la famiglia: la fragilità dei legami, le verità taciute, le bugie dette a voce alta. È una storia che parla di lutto e di morte, ma che al tempo stesso offre un prezioso vademecum per i vivi. Forse è proprio nella difficoltà della creazione artistica – in quel “tradire” la realtà (dal latino trado, la stessa radice di “tradurre”) per renderla più vera – che risiede il senso profondo di questo lavoro.
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