Scusate il titolo forte, ma è una citazione letterale della canzone “Noia”, di Fabri Fibra e Marracash. Prima di iniziare a parlare di questo male oscuro, mi piacerebbe partire dall’etimologia della parola “Depressione”: deriva dal latino deprimère, (de-premo, premere, schiacciare), ossia “premere verso il basso”, “schiacciare a terra”, rimanda a qualcosa che opprime, abbatte, schiaccia. Infatti, secondo il comune sentire, la persona che soffre di depressione è una persona che prova una sofferenza profonda, un malessere subdolo e invalidante, che limita e si ripercuote negativamente sulla capacità della persona di vivere la sua vita, le sue relazioni, il suo lavoro, la sua quotidianità.
Ma questo non è l’articolo di un esperto: colui che scrive non è un dottore, uno psicologo o uno psichiatra, ma Riccardo. Per questo motivo proverò a raccontare la mia esperienza depressiva, come se stessi parlando di una persona che, per un certo lasso di tempo, ha monopolizzato la mia vita e i miei pensieri. Parto con una premessa, e mi scuseranno le signore, ma per me la depressione è una donna: non per una mia demonizzazione del genere femminile, ma, al contrario, per il fatto che nella mia vita le donne (mia mamma in primis, ma non solo) hanno sempre contato moltissimo e sono state le uniche capaci di far scoppiare un tornado all’interno del mio cuore; non credo che un uomo, nella sua limitatezza, possa essere capace di questo.
Iniziai a soffrire di depressione circa un annetto fa, più o meno nell’aprile del 2025, anche se avevo già avuto segni premonitori di un possibile malessere mentale. Detto fra noi, il 7 aprile è il giorno del mio compleanno, quindi qualcuno potrebbe pensare ad un regalo di compleanno, ma non è stato così. La mia mente comincia ad ospitare pensieri paurosi, talmente indicibili che non riesco nemmeno a descriverli oggi, e, nella speranza che “un giorno prima o poi passeranno”, essi rimanevano lì e testardamente non mi volevano abbandonare. Tutto questo finì per rendermi totalmente privo di energie, quasi indifferente alla vita. Ogni giornata passava e veniva, l’una sempre uguale all’altra, come nel film “Il giorno della Marmotta”. Poi, quando capì che non potevo più andare avanti così e che da solo non sarei potuto uscire da questo tunnel, mi sono rivolto ad un medico: era come se mi fossi rotto una gamba e, incurante di tutto, per un paio di mesi, avessi continuato a camminare senza stampelle.
Queste stampelle, nonostante ora debbano sostenere un minor peso, dal momento che la ferita si sta piano piano cicatrizzando, mi servono ancora oggi. Avrei voluto, cari miei lettori, terminare la storia con un soave “e vissero tutti felici e contenti”, come se tutte le nuvole fossero scomparse, ma la realtà non è una fiaba. Un giorno mio padre, con il suo solito affetto, mi disse: ”Tu hai fatto un patto con la vita, ella ti ha consegnato una mente ingegnosa e un cuore puro, ma ha stabilito che qualche dazio tu lo debba pure pagare”. Peccherei di immodestia se dicessi che queste parole sono la verità assoluta; tuttavia io credo che ogni persona debba stringere un patto con la vita, come fece Dorian Gray per ottenere la giovinezza eterna. Per cui ho dovuto imparare a convivere con la depressione e capire che, forse, è parte del mio carattere e non posso recidere fino in fondo il filo che mi lega ad essa.
George Bernard Shaw, secondo molti, era solito dire: “L'unico modo per evitare di essere depressi è non avere abbastanza tempo libero per domandarsi se si è felici o no.”
Per questo non mi pongo più il problema: fotto la depressione e che si fotta la depressione.
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