Ultimamente sto leggendo il Signore degli Anelli nel tempo libero. Mi accompagna la sera fino all’ora del sonno, mi emoziona e mi spinge a riflettere. L’avventura di questa compagnia sgangherata, formata perlopiù da uomini comuni (se non per la loro altezza, che internamente è molto variabile), è ricca di infiniti spunti.
Ecco, se c’è una cosa che, leggendo, si può evincere fin dalle primissime pagine, questa è l’amore degli Hobbit per la loro casa… o meglio: il loro buco Hobbit. Un amore cosi profondo che il solo pensiero, nei momenti di difficoltà, li spinge ad affrontare gli ostacoli e a superarli.
Così, una volta chiuso il libro, vado in camera mia, mi infilo sotto le coperte morbide del mio letto e immagino di dormire in un accogliente buco Hobbit. Spesso il sonno non mi accoglie subito e lì, avvolto nel piumone, rifletto sull’importanza di quattro mura e un letto caldo. Mi sono reso conto, nel tempo, inoltre, essere quel momento uno dei più piacevoli della giornata (in quelle particolarmente toste, il più piacevole).
Oggi, in Italia, avere un tetto sopra la testa (ciò che rappresenta una condizione minima di dignità) si sta trasformando in un privilegio.
Di certo non lo penso io, riflettendo sul mondo dal mio piccolo buco Hobbit, ma, a raccontare una realtà dura, è l’ISTAT, che nel 2025 ha segnalato che il 22,6% della popolazione italiana risulta a rischio povertà o esclusione sociale (significa oltre 13,2 milioni di persone).
Ancora più drammatico è il dato sulla condizione materiale: oltre 3 milioni di persone vivono in grave deprivazione materiale e sociale, cioè in famiglie che faticano a sostenere spese essenziali, come pagare l’affitto, affrontare imprevisti economici o mantenere un livello di vita minimamente dignitoso. Ad esempio, potersi sedere sul divano, con una lucina, e leggere il Signore degli Anelli senza problemi.
Il nodo centrale, ovviamente, riguarda il tema dell’abitare: nel 2024, sempre secondo l’ISTAT, il 22,1% delle famiglie che vivono in affitto si trova in povertà assoluta, contro appena il 4,7% di quelle proprietarie di casa. In parole semplici, analizzando questi dati, si può evincere che chi paga un affitto è esposto a un rischio di povertà quasi cinque volte maggiore rispetto a chi possiede un’abitazione. Il che pare paradossale: stiamo forse dicendo che chi ha già una cosa fa 5 volte meno fatica, metaforicamente, ad acquistarne una nuova, mentre, viceversa, chi non ne ha nemmeno una rischia il totale tracollo economico? Sarà certamente un piano ordito dall’Oscuro Signore.
Questo dato, a mio avviso, dovrebbe scuotere il dibattito pubblico. Soprattuto quello giovanile. Ovvero, dovrebbe farsi vivo all’interno di quello strato sociale che, volente o nolente, se ne dovrà preoccupare prima o poi. Perché oggi l’affitto non è semplicemente una spesa: è spesso una condanna economica. In un Paese dove gli stipendi medi faticano a stare al passo con l’inflazione, con il caro energia e il costo della vita, un canone mensile può divorare metà (e talvolta oltre) del reddito di un lavoratore. L’autonomia abitativa, per moltissimi giovani e non solo, è diventata fragile, precaria, quasi proibitiva.
In Italia, un affitto medio oscilla realisticamente tra 700 e 800 euro mensili sul mercato libero, con punte molto superiori nelle grandi città. Tenendo in considerazione che lo stipendio medio in Italia di un giovane lavoratore sia di 1200-1500€ netti al mese, la casa pesa sul reddito di una coppia per circa un terzo delle loro entrate. Per chi vive solo, il peso arriva alla metà dello stipendio (talvolta a due terzi). In italia non si vive: si resiste.
Ma il fallimento più grande emerge ai margini delle nostre città e abita nelle politiche di tutela dei senza dimora. L’ISTAT ha avviato, nel 2025-2026, una nuova rilevazione nazionale sulle persone senza dimora nei 14 grandi comuni metropolitani, in collaborazione con fio.PSD, proprio perché il fenomeno è ormai strutturale e non episodico. Le prime rilevazioni parlano di oltre 10 mila persone censite soltanto nei 14 comuni che stanno al centro delle aree metropolitane, un numero che fotografa solo una parte del fenomeno nazionale.
E qui sta il paradosso più crudele: secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, in Italia il patrimonio abitativo supera 35,6 milioni di abitazioni, ma circa 9,5 milioni risultano non occupate. Significa che più di 1 casa su 4 non è abitata da residenti. Mentre migliaia di persone dormono in strada o in sistemazioni di fortuna, in Italia restano centinaia di migliaia di immobili vuoti o inutilizzati, spesso bloccati dalla speculazione, dall’abbandono o da politiche abitative inefficaci. La casa è stata progressivamente sottratta alla sua funzione sociale per essere consegnata quasi esclusivamente alle logiche del mercato.
Eppure, la nostra Costituzione italiana richiama chiaramente il principio di dignità umana, la funzione sociale della proprietà privata e il dovere della Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano libertà e uguaglianza.
Forse è proprio questo che Tolkien aveva compreso meglio di molti economisti e di quasi tutti i politici: nessuno combatte davvero per l’oro, per il potere o per la gloria; si combatte per poter tornare a casa. Per rivedere la propria terra, riaccendere il camino, sedersi a tavola, dormire in un letto caldo, sentire di appartenere a un luogo che ci custodisca.
E allora la domanda politica, prima ancora che economica, è semplice: che Paese vogliamo essere? Una Contea da difendere oppure Mordor, costruita a colpi di speculazione, disuguaglianza e indifferenza?
Perché nessun anello, nessun progresso, nessuna ricchezza potrà mai colmare il vuoto di chi non ha un luogo da chiamare casa.
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