Ripopolare gli spazi. Un regno di utopia.
La contentezza delle braccia torna attraverso luoghi come il Nautilus, a ripopolare i confini delle stanze emotive e gli occhi, come ambasciatori dei nuovi noi, testimoniano il respiro di comunità rinate.
Tamburi e flauti precedono i cuori nel corteo della vita sommersa, ad accoglierci all'ingresso della casa i denti da latte e le filastrocche dette al buio.
In un piccolo paese in provincia di Mantova si trova il Nautilus, una casa culturale e un luogo di artisti, composto dal suo equipaggio fatto di persone e di incontri. Daniele Goldoni è il suo proprietario, artista e musicista, è colui che ha reso il Nautilus non solo la sua casa, ma un’opera d’arte in costante mutamento. Questo luogo parla senza bisogno di troppe parole. Ogni giovedì sera si riempie di una moltitudine di colori. Il Nautilus ospita l’esibizione di diversi artisti, che costruiscono ogni volta una diversa narrazione favorendo l’incontro di persone estranee.

I nomi sono l’essenza delle cose. Abbiamo avuto il piacere di incontrare Daniele e con lui parlare di questo progetto. La sua vita è legata ad una spirale, richiamando il viaggio introspettivo fatto per arrivare a questo momento. Si è sempre interrogato su come far risuonare ciò che porta dentro di lui, al di fuori. Il Nautilus nasce come somma della vita di Daniele, che è sempre stato impegnato socialmente e politicamente. Un approdo derivato dalle mille vite vissute ‹‹dico a tutti di avere 500 anni e non 50 anni››. La figura che ha ispirato, e che ha folgorato lo sguardo di Daniele è stato il Capitano Nemo con il suo Nautilus, protagonista del romanzo “Ventimila leghe sotto i mari” di Jules Verne, il quale procede per rotte che altri non navigano scegliendo di andare in profondità ‹‹smettere di stare in superficie e andare in profondità››. La casa è un tripudio di elementi che richiamano al sottomarino, a partire dalle pareti di un colore blu e verde accesso, alla struttura della casa e agli oggetti che la abitano, rappresentando fedelmente la visione artistica di Daniele. Per finire al diario di bordo su cui, al termine delle serate culturali, si può scrivere il proprio nome o solo un pensiero con una penna “di piuma d’oca”, richiamando alla narrazione dell’opera. Mobilis in mobile: il Nautilus viaggia in profondità e si muove all’interno dell’elemento più mobile, che è l’acqua; per Daniele invece è la vita.

‹‹Una summa teologica del percorso fatto da trent’anni a questa parte›› dice Daniele, che per dieci anni ha curato il festival “Rintracciati” e collettivi di un’associazione chiamata “Conchiglia”, e che ha sempre sentito la necessità di promuovere l’incontro tra persone. Il Nautilus ha preso vita circa due anni fa nella mente di Daniele ed ha avuto realizzazione quando le condizioni di vita lo hanno portato in questo piccolo comune in provincia di Mantova circa un anno e mezzo fa. L’idea di un collettivo che avesse, al contrario della norma, una casa: ‹‹era una tela bianca su cui partire da zero››. All’acquisto della casa alcuni compaesani a titolo volontario si sono resi disponibili ad aiutare Daniele nella gestione del nuovo spazio, promuovendo tramite reciprocità, gentilezza e generosità le fondamenta di questo nuovo capitolo.
Le coordinate di questo esistere, come spiega Daniele, sono solo scivolate un po’ più in là, come schiuma del giorno che deriva negli angoli delle ciglia; eppure, non scomparse o dimenticate, solo bisognose di porte aperte, culle di gioia e scale di tenerezza.
‹‹Quando ho aperto la porta sia fisicamente che idealmente lì è stata poi la vera cifra del Nautilus››

Ciò che rende il Nautilus un atto politico e sociale è la libertà di fare, poter utilizzare gli eventi culturali come pretesto per far incontrare le persone in una dimensione nuova, ma accogliente come è la casa: ‹‹il motore è la cultura, ma la benzina vera è questa cosa››. Le case altre urlanti di abbandono ritrovano nel Nautilus le reliquie di un'alleanza domestica, tanto utile all'anima quanto al fabbisogno sociale che, per manipolazione esterna, ha corrotto la propria sete di incontro. Una condizione per cui pubblico e privato co-abitano.
Daniele ospita nelle stanze superiori corsi e laboratori di pittura ampliando la natura del progetto. Un approccio anacronistico ai limiti del possibile se pensiamo alla società in cui viviamo, una società dei servizi dove tutto acquisisce valore con un prezzo ‹‹…più nulla ha un valore, tutto è comprabile››. Daniele per questo richiama costantemente il concetto di reciprocità e gratuità. Il Nautilus accoglie chi vuole partecipare e lo fa tra le sue mura, quelle stesse che Daniele abita nel suo quotidiano, ma che diventano di tutti, questo senza alcun vincolo o condizione. In questo momento la società necessita di gesti eclatanti, quelli che permettono di rovesciare i modelli culturali in cui siamo stati incasellati. Parliamo di decostruire un intero sistema di valori dove tutto ciò che possiedi sono le materialità su cui hai fondato l’essenza della proprietà, porre fiducia nelle persone e farle entrare in casa propria senza regole da rispettare, solo reciprocità educativa ‹‹credo in un’azione maieutica e educativa…apro casa mia e lo facciamo insieme, le scriviamo insieme quelle regole lì››.

Educarne uno per colpirne 100
Daniele cita Giorgio Gaber con ‹‹c’è solo la strada su cui puoi contare, usciamo dalla casa per andare nelle piazze›› in “C’è solo la strada”, per spiegare come il Nautilus faccia l’operazione inversa: fare diventare la casa una piazza. In una società in cui i giovani ragazzi vedono le mura della propria casa come luogo di isolamento dal mondo esterno, che fa paura perché ci sono possibilità di scontri e giudizi nell’incontro e nelle relazioni. Il Nautilus urla la propria esistenza e diventa una piazza domestica.

Di ispirazione a questo contesto è il sogno di un filo comune che alfabetizzi ancora un momento le insicurezze dello stare, le inquietudini dell'interagire.
L’accoglienza è ciò che senti quando varchi la porta, dallo scambiarsi due parole alla condivisione del cibo, che quei giovedì sera ognuno porta in tavola. Il Nautilus diventa veramente un laboratorio di comunismo applicato ‹‹l’idea di condividere invece che possedere››. Bisogna sradicare con delle cesoie per costruire da capo un modello a cui tendere, per la creazione di una comunità; il Nautilus taglia le rotte geografiche insinuandosi nelle profondità marine, pescando in mezzo alla vulnerabilità umana le reti di socialità interrotte.
Una progettazione liquida

‹‹Il progetto di una vita, che qui può far convergere tutti i progetti, in un unico… una progettazione sociale››. Un investimento sociale e monetario, la volontà di creare qualcosa che possa fare del bene alla comunità. Daniele ci racconta di come con la partecipazione ad un Bando finanziario si mette in moto la possibilità di dar vita, nella stalla adiacente alla casa, ad uno spazio per artisti, un teatro, una sala prove. Al di sopra di questo spazio una foresteria, dove poter ospitare artisti da ogni luogo, con il fine di donare alla comunità nuovi sapori ed esperienze ‹‹dare chiavi in mano alla comunità››. Nel garage, invece, un’officina popolare.
Una scelta dirompente, un progetto gigantesco è il Nautilus – ‹‹i momenti in cui mi pesa sono i momenti di maggior valore›› – impegnato come fosse il soggetto principale di questa azione. Daniele ci ha fornito gli strumenti per capire come questo passo non sia stato senza dispendio di energie, ogni giovedì richiede molto impegno, ma sempre soppiantato dalla missione di “aprire quella porta”. La libertà e la felicità di Daniele nel parlare della sua casa sono illuminanti.
‹‹il senso è aprire la porta››

Sorridendo Daniele ci dice che vorrebbe rendere questa casa un soggetto al punto pensante e collettivo da non dover presenziare durante tutta la durata degli incontri. Potendosi ritirare nella sua stanza liberamente, permetterebbe alla casa di diventare padrona di sé stessa.
Una navigazione che ci porta ad oggi, a queste domande, come vogliamo proseguire e cosa vogliamo apportare al mondo? Spesso rimpiangiamo ieri disillusi da un futuro incompatibile con le nostre aspettative, al contrario dovremmo credere nell’oggi per trovare il coraggio di sperare domani.
La casa di Daniele è una ninnananna che libera dalla paura di vivere, risvegliando una coscienza comune,
una conoscenza dell'altro,
un riconoscersi accanto.








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