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Emma ErcoliniEmma Ercolini
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Mensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzioneMensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzione
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08/04/2026
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3

L’acqua come obiettivo di guerra.

Il conflitto che interessa l’Iran, i cui protagonisti sono Stati Uniti e Israele, ha portato alla luce un problema già esistente: una progressiva e strutturale bancarotta idrica. L’attacco statunitense contro un impianto di desalinizzazione sull’isola iraniana di Qeshm ha messo in evidenza la portata catastrofica di una crisi idrica già esistente, soprattutto se i bombardamenti colpiscono strutture nate a causa della siccità nella zona; infatti, il golfo Persico è una delle aree più secche del Pianeta.

Negli ultimi anni, con il deterioramento delle falde acquifere a causa dei cambiamenti climatici e di politiche poco sostenibili si è iniziato a fare affidamento all’acqua di mare, trasformata in acqua potabile. L’attività di questi sistemi di desalinizzazione dell’acqua necessita di un grande quantitativo di energia per funzionare; qui entra in gioco la grande presenza di combustibili fossili in Iran, che consente l’attivazione di queste grandi macchine tecniche. Gli impianti petroliferi di cui l’Iran è ricca sono colpiti, anch’essi, dagli attacchi statunitensi. Il golfo Persico è ricco di combustibili fossili quanto è povero di acqua potabile. Per questo motivo, la soluzione è stata investire nei costosi impianti di desalinizzazione, di cui se ne contano nella regione quasi 450.

Come funzionano questi impianti? Utilizzano un processo di osmosi inversa, lavorando per rimuovere il sale dall'acqua marina, così facendo riescono a far arrivare l’acqua non solo alle abitazioni, ma anche ad alberghi, industrie, infrastrutture turistiche e utilizzarla per l’attività agricola.

Contribuisce alla bancarotta idrica e all’utilizzo dell’acqua come oggetto di contesa sia esterna che interna al paese, il fenomeno della subsidenza. Questo fenomeno è l’abbassamento del suolo causato da fattori geologici e climatici e dalle azioni invasive dell’uomo, che a Teheran è causato dall’estrazione eccessiva di acqua dalle falde acquifere. Difatti, l’utilizzo di impianti di desalinizzazione è la risposta più facile ed efficiente per attenuare questa crisi profonda. Una soluzione il cui dispendio economico è minore, rispetto alla possibilità di cambiare un intero modello di sviluppo.

Il cosiddetto “Day zero”, data prevista in cui l’approvvigionamento idrico diverrà tanto scarso da interrompere l’erogazione ordinaria dell’acqua potabile, secondo molti analisti, potrebbe essere vicino, con le dighe ai minimi storici e le falde sovrasfruttate. La capitale Teheran potrebbe essere investita da una crisi idrica senza precedenti. Nima Shokri, direttore e docente di geo idro-informatica alla Hamburg University of Technology, in un’intervista per il canale “The Water Observer”, afferma che ‹‹la scarsità d’acqua non è mai stata trattata come una priorità nazionale››.

Oltre a ciò, i bombardamenti contro le strutture di stoccaggio del petrolio contribuiscono alla sfrenata tendenza di riproduzione di comportamenti meramente politico-economici, trascendendo un’analisi di tipo ambientale, omettendo consapevolmente il danno e le conseguenze che queste azioni riproducono nell’ambiente e non solo. Le sostanze rilasciate dagli incendi prodotti con gli attacchi portano a “piogge nere”, che non solo minano la salute della popolazione, ma anche dell’acqua; la stessa che poi cade e contribuisce alle riserve, già scarse, del paese. Teheran dipende da cinque grandi dighe, che oggi, dopo oltre due decenni di siccità e di gestione inefficiente da parte prima del regime dello scià e poi di quello degli ayatollah, viaggiano su livelli prossimi all’11% della loro capacità.

Di questa guerra, dal destino incerto, rimane fermo un paradosso perfetto: i combustibili fossili alimentano il conflitto e sono l’obiettivo strategico degli attacchi, e allo stesso tempo alimentano le infrastrutture e i sistemi di desalinizzazione, dimostrando ancora una volta a cosa la civiltà umana è attaccata e cosa governa il mondo.

Il problema che si pone è il seguente: con una guerra in corso i cui obiettivi sono sempre più mirati, le cui ragioni riproducono le logiche economiche che governano il mondo, perché l’ambiente deve essere sempre il primo a soffrirne e l’ultimo di cui parlare?

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