La sera di martedì 17 febbraio, al Cinema Astra di Parma, è stato proiettato il documentario The Cost of Growth, diretto da Thomas Maddens. Il film vede la partecipazione di numerosi attivisti, tra cui Anuna De Wever, Lena Hartog, Brototi Roy e Greta Thunberg. Proprio a partire da questa pluralità di voci si può comprendere il filo rosso dell’intera serata: una riflessione collettiva sul modello di sviluppo dominante e sulle sue conseguenze, ma anche una proposta chiara di alternativa.
Prima di entrare nel merito del film, è necessario fare un passo indietro.
Il contesto politico e sociale in cui la proiezione è stata inserita ne anticipa infatti contenuti, denunce e intenzioni. La serata si è aperta con l’intervento di Andrea Bui, coordinatore parmigiano di Potere al Popolo, che ha raccontato del suo incontro con due assessori del Comune di Parma per chiedere chiarimenti in merito all’imminente Fiera delle Armi, in programma dal 28 al 30 marzo. Questo episodio locale diventa così il primo tassello di una critica più ampia: la denuncia della messa in mostra di un business che, per il vile denaro, rovina la vita delle persone. «Staccarsi da questo sistema implica coraggio e conseguenze. Non è vero che è già tutto scritto: bisogna avere il coraggio di dire no a questo modello di sviluppo», ha affermato Bui.
Nella stessa cornice si inserisce l’intervento successivo, una lettura dell’attivista Lotta, del collettivo Extinction Rebellion: « Ci stanno abituando all’idea che tutto debba crescere sempre. Il PIL, i profitti, i consumi. Ma nessuno ci chiede se vogliamo crescere così anche noi. Nessuno ci chiede se siamo felici dentro questo meccanismo che macina territori, relazioni, tempo. Ci dicono che è inevitabile. Che è il mercato. Che è la competizione globale. E intanto la crisi climatica accelera, le guerre aumentano, le disuguaglianze esplodono. Il rischio è di sentirci solə e inadeguatə in questa complessità.
E la cosa più pericolosa, incredibilmente, non è il collasso. È la solitudine che rischia di portarci all’indifferenza. È l’idea che non possiamo farci niente. Che siamo solo individui isolati dentro un sistema troppo grande.
Io ho iniziato a fare attivismo non perché mi sentissi forte, ma perché mi sentivo impotente. E ho scoperto che l’impotenza si scioglie quando non sei più sola.
In un mondo che ci vuole frammentati, la cosa più sovversiva è creare comunità. Guardarsi negli occhi e dire:
questa cosa mi riguarda.
Non voglio più delegare il mio futuro a chi continua a scegliere crescita economica invece che la mia vita.
Vi parlo della realtà di cui faccio parte, Extinction Rebellion, per me è questo: uno spazio dove trasformi la paura in azione. Dove impari che la nonviolenza non è debolezza, è forza organizzata. Dove capisci che il cambiamento non nasce dall’eroismo individuale, ma dalla massa critica. Non dal tanto, ma da persone che decidono di muoversi insieme.
La crescita infinita ci ha portati fin qui. Forse la prossima crescita che possiamo scegliere è quella delle relazioni e del coraggio. E quella inizia sempre con un singolo passo da fare insieme. Oggi Parma converge. Domani Parma insorge»
Il tema resta dunque la messa in discussione della crescita come dogma indiscutibile.
A fare da collante al precedente intervento e all’ultimo prima della proiezione è stata la canzone Non c’è rassegnazione, interpretata dall’Oltre Coro di Parma.
Finita la melodia, è intervenuto in collegamento Dario Salvetti, operaio metalmeccanico alla GKN di Firenze dal 2013 e delegato sindacale FIOM dal 2017: «Questo documentario non è coerentemente anticapitalista ma schiettamente capitalista, perché va a scavare dentro i mali del capitalismo moderno. La crisi mondiale delle democrazie liberali è dovuta al crollo del settore automotive, alla finanziarizzazione dell’economia, sempre più speculativa e distruttiva, e all’abbandono del Green Deal. Perciò ora si sbandiera come ultima speranza l’industria bellica con le sue committenze». Con queste parole si è chiuso idealmente il cerchio degli interventi iniziali, preparando lo spettatore ai casi concreti che il documentario avrebbe portato sullo schermo.
Il film traduce infatti in immagini e testimonianze le contraddizioni appena evocate. Si parte dalla Serbia, dove da anni si discute del progetto di estrazione del litio nella valle di Jadar, potenzialmente la più grande miniera d’Europa. Secondo un sondaggio dell’istituto di ricerca New Serbian Political Thought, oltre la metà dei cittadini serbi è contraria al progetto. Da questo scarto tra volontà popolare e interessi economici nasce la rabbia dei manifestanti, mentre a soli cento chilometri dalla capitale è già visibile un piccolo palo interrato nell’area della valle: il segno di un foro esplorativo scavato dalla multinazionale anglo-australiana Rio Tinto.
Il discorso sulla crescita torna qui in tutta la sua ambivalenza. Il progetto Jadar, secondo le stime di Fastmarkets, potrebbe soddisfare il 13% della domanda europea di litio prevista per il 2030, in un continente ancora privo di una produzione interna significativa del cosiddetto “metallo bianco”. Già nel 2021 il governo serbo aveva affidato la realizzazione dell’impianto a Rio Tinto, per un investimento stimato di 2,4 miliardi di dollari. Le numerose proteste di movimenti ambientalisti, ONG e partiti politici spinsero però l’esecutivo a revocare le licenze nel gennaio 2022. Lo scorso luglio, tuttavia, una sentenza della Corte costituzionale serba ha annullato quella revoca, riaprendo la strada allo sfruttamento del giacimento. Un cambio di rotta che dimostra quanto siano fragili le vittorie dei movimenti quando si scontrano con interessi strategici e geopolitici più ampi.
Pochi giorni dopo è stato firmato un memorandum d’intesa tra il governo serbo e l’Unione Europea per avviare un partenariato strategico sulle materie prime sostenibili, sulle catene del valore delle batterie e sui veicoli elettrici. In nome della transizione ecologica, si riproducono così dinamiche estrattive che rischiano di calpestare la volontà popolare e il diritto dei cittadini a vivere in un ambiente sano.
Il documentario si sposta poi nel Nord Europa, ampliando il medesimo conflitto. Qui entriamo in contatto con il popolo Sami, comunità indigena che vive in un territorio compreso tra Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia. I Sami sono tra coloro che più risentono degli effetti del surriscaldamento globale. Tradizionalmente dediti alla pastorizia delle renne, mantengono uno stile di vita strettamente legato alla natura, insieme ad attività come caccia, pesca, raccolta e artigianato.
Quando le renne non riescono più a nutrirsi adeguatamente a causa del cambiamento climatico, diventano più deboli, si ammalano più facilmente e scompaiono da vaste aree. Ancora una volta, la crisi climatica – figlia dello stesso modello di sviluppo – colpisce i più vulnerabili. Ricorrere a forme di alimentazione artificiale significherebbe snaturare una pratica pastorale fondata su equilibri naturali. Ma il cambiamento climatico non è l’unica minaccia: l’aumento delle temperature apre nuove possibilità di profitto, dall’incremento del disboscamento allo sviluppo di nuove forme di turismo. Anche nei territori apparentemente più lontani dalla logica estrattiva, il profitto trova spazio.
Il governo finlandese sta valutando la costruzione di una rete ferroviaria che colleghi Rovaniemi al Mar Glaciale Artico, con direttrice verso il porto norvegese di Kirkenes. Il progetto risponde all’intensificarsi dei rapporti commerciali con i Paesi asiatici, facilitati dallo scioglimento dei ghiacci artici. Ciò che per alcuni rappresenta un’opportunità economica, per altri costituisce una minaccia alla propria terra e alla propria autodeterminazione. Le autorità stimano un risparmio del 25–30% nei tempi di trasporto delle merci, ma i Sami si oppongono con fermezza: «Come popolo Sami cerchiamo sempre di far sentire la nostra voce. Siamo dalla parte della natura. Ma il governo può comunque scegliere di andare avanti».
Il racconto approda poi in Italia, dove il conflitto tra lavoro, profitto e riconversione ecologica si incarna nella vicenda GKN di Campi Bisenzio. Dopo la chiusura improvvisa dello stabilimento, il Collettivo di Fabbrica è rimasto in presidio permanente per promuovere un progetto di reindustrializzazione fondato sulla mobilità sostenibile e sulle energie rinnovabili. Il piano elaborato dalle lavoratrici e dai lavoratori rappresenta un modello di riscatto della classe operaia, in contrasto con la narrazione dell’assenza di alternative. Il documentario sottolinea come il governo italiano abbia speso più risorse per la cassa integrazione di quante ne sarebbero servite per fornire i materiali necessari alla produzione autonoma di pannelli fotovoltaici. Una scelta compiuta per evitare un precedente. Qui la critica si era trasformata in proposta concreta, ma non è stata accolta.
Il viaggio si sposta infine ad Amsterdam. Sebbene il tema sembri cambiare, resta centrale la questione dei confini, del potere e della libertà di movimento. Viene raccontata la storia di due cittadini olandesi che hanno rischiato fino a otto anni di carcere in Lettonia per aver aiutato un gruppo di rifugiati a raggiungere un luogo sicuro. Il caso ha acceso i riflettori sulle dure leggi lettoni in materia migratoria. Dal 2021 molte persone hanno attraversato la rotta bielorussa verso l’Unione Europea. Secondo gli attivisti, molte di esse necessitano effettivamente di protezione internazionale. Tuttavia, Polonia e Lettonia sono state accusate di respingimenti violenti. Molti migranti restano bloccati per giorni o settimane in una zona boschiva di confine, e negli ultimi anni numerose persone hanno perso la vita. Ancora una volta, il diritto alla dignità e alla protezione si scontra con logiche di chiusura e controllo.
Il documentario si chiude con le proteste di cittadini norvegesi appartenenti al popolo Sami contro la costruzione di un parco eolico. Il racconto ritorna così al Nord Europa, chiudendo il cerchio e mostrando come persino le energie rinnovabili possano diventare terreno di conflitto quando vengono imposte dall’alto, senza reale coinvolgimento delle comunità locali.
Al termine della visione si resta commossi, ma soprattutto con un senso di inquietudine. Storie geograficamente lontane rivelano una medesima matrice: un modello di sviluppo che, in nome della crescita e del profitto, sacrifica ecosistemi, diritti e autodeterminazione. Finché non verrà riconosciuta una piena libertà di autodeterminazione per tutti i popoli, sarà difficile parlare di un sistema davvero democratico e liberale nella sua interezza.
Autore
Emma Ercolini
Riccardo Maradini
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