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«Mi chiamo Indro. Le ragioni per cui, al fonte battesimale, mi fu impartito questo nome, sono assai complesse e hanno un contenuto politico e sociale. […] Il matrimonio tra mia madre, insuese, e mio padre, ingiuese, fu uno dei grossi affari della Fucecchio d’anteguerra».
Il 22 aprile 1909, Indro Montanelli nasce a Fucecchio, borgo del Valdarno Inferiore posto a metà strada tra Pisa e Firenze, da Maddalena Doddoli e Sestilio Montanelli. Il nome Indro venne scelto dal padre, socialista anticlericale, volgendo al maschile quello di una divinità indiana, Indra, cui venne aggiunto anche Schizògene (in greco, “generatore di conflitti”). Basterebbe questo per descrivere l’anticonformismo del Voltaire toscano. Moravia dirà poi, per sbeffeggiare il fucecchiese, che il nome Indro è solo un diminutivo di “Cilindro”. Indro passa la sua infanzia a Fucecchio e lì si riconducono diversi aspetti della sua «educazione sentimentale»: l’amore per la natura incontaminata, la passione per la caccia, e una certa idea della toscanità: ruvida, individualista, insofferente alle regole imposte dall’alto, anticlericale, diffidente verso la modernità. Lui dirà: “Quello che sono diventato nella mia vita, lo debbo a Milano. Quello che sono, lo debbo a Fucecchio”.
Ma, a causa del lavoro del padre, preside di Liceo, è costretto a girovagare per l’Italia: prima va a Lucca, poi a Nuoro, dove si affeziona profondamente alla Sardegna. Al soggiorno sardo risale il primo insorgere della depressione, male oscuro che lo accompagnerà, a fasi alterne, per tutta la vita, costringendolo a volte a sospendere del tutto l’attività giornalistica per curarsi. Un tratto di fragilità, che col tempo lui non cercherà più di nascondere e che riceve in eredità dalla madre, e per questo una parte di Indro continuerà a odiarla per tutta la vita.
Seguendo ancora gli spostamenti del padre, frequenta il liceo a Rieti. Si iscrive quindi alla facoltà di giurisprudenza a Firenze, ma trascorre periodi in Francia, a Grenoble e a Parigi, dove inizia l’apprendistato giornalistico collaborando a “Paris Soir”. Oltre che in Giurisprudenza ottiene anche la laurea in Scienze Politiche. Nei primi anni Trenta entra in contatto con Berto Ricci e collabora con “L’Universale”, entrando in quella galassia di giornali, come disse lui stesso, che “facevano la fronda al regime fascista, ma in nome di Mussolini, che ci lasciava fare in quanto non sopportava la pomposità dei suoi gerarchi”. In questo periodo conosce Leo Longanesi che, riconoscerà sempre come suo maestro di giornalismo. Dopo la morte prematura di Leo nel 1957, Indro dirà di aver perso una cospicua parte di sé stesso.
Nel 1935 Montanelli parte volontario per l’Africa. Parte ebbro dell’ideologia Fascista, come lui stesso ha sempre rivendicato: «Sono stato fascista appena ho potuto essere qualcosa». La sua epopea africana, da soldato in armi, è durata solo due mesi e mezzo, però ispirerà ben tre libri scritti o concepiti in loco e decine di articoli. Proprio al successo di uno di questi libri, XX battaglione eritreo, si deve, grazie alla recensione di Ugo Ojetti, il lancio di Indro come giornalista.
Nel 1935 si unisce in matrimonio con la dodicenne Destà, ragazza etiope, secondo l’usanza coloniale del “madamato”. Di questo episodio si è parlato molto: per molti oggi il nome Montanelli è legato quasi esclusivamente a questa vicenda. Credo che questo fatto debba essere fortemente storicizzato: nelle colonie italiane, l’unione temporanea fra militari e giovanissime locali era un costume diffuso e socialmente tollerato, che rifletteva un sistema coloniale di forte squilibrio di potere. Montanelli comandava un battaglione di ascari, etiopici che combattevano per il regime fascista, e fu costretto a prendere in moglie la giovane dai suoi capi, per accompagnarlo nelle varie fasi della guerra. Negli anni’30 l’usanza del madamato, in Etiopia, era purtroppo usuale, ed è purtroppo usuale anche oggi in certe zone dell’Africa Subsahariana, dove l’aspettativa di vita media è al di sotto dei 50 anni. Noi oggi, nella nostra civiltà occidentale, giustamente aborriamo il fatto che a 12 anni una donna sia in età da matrimonio.
Indro all’epoca crede di metter su famiglia in Abissinia e di rimanere a vivere in quel luogo: ma, a causa di una malattia tropicale, viene rispedito in Italia. Ritorna nel bel paese ed è ormai disilluso dal Fascismo: “Entrai in crisi un po’ perché stavo crescendo e imparando a pensare con la mia testa. Un po’ perché in Abissinia vidi crollare uno ad uno i sogni ad occhi aperti che facevo due anni prima sul traghetto: la conquista di Addis Abeba fu la dimostrazione di quel che davvero era il fascismo. Un formidabile distributore di posti, pennacchi e patacche all’italiana, nulla di diverso dalla peggiore tradizione – si fa per dire – italiana. La corsa dei reduci, che non avevano fatto un giorno di guerra e se ne tornavano in patria grondando di medaglie. Gerarchi a caccia di gloria rubata come Farinacci che aveva perso una mano pescando frodo con le bombe nel lago di Ascianghi e si era fatto decorare con la medaglia d’argento sul campo come eroico mutilato di guerra (da allora, per noi, Farinacci fu sempre “il martin pescatore”)”.
E inizia così a diventare indifferente al Fascismo, ma non ancora pronto a passare all’Antifascismo. Nel 1937 è in Spagna durante la guerra civile, come corrispondente del “Messaggero” di Roma. Il suo servizio sulla battaglia di Santander (“è stata una passeggiata militare con un solo nemico: il caldo”) è considerato offensivo per l’onore delle forze armate. Viene rimpatriato per ordine personale di Mussolini e sospeso dal Partito Fascista, a cui non aderirà mai più. Nell’impossibilità di svolgere la professione di giornalista, ottiene il posto di direttore dell’Istituto di Cultura di Tallinn e di lettore di letteratura italiana presso l’Università di Dorpat in Estonia, dove resta per circa un anno.
Nel mese di luglio del 1939 viene inviato dal Corriere in Germania, per seguire un gruppo di giovani fascisti che, in bicicletta, dovevano fare un giro di propaganda. Qui rimane fino allo scoppio della guerra, per spostarsi poi sul fronte orientale, dove assiste alla resa della Polonia. Ancora una volta è Mussolini in persona a deplorare gli articoli di Montanelli, sgraditi al regime Nazista e ad Hitler in persona, e viene quindi costretto a ritirarsi di nuovo in Estonia. Qui viene sorpreso dall’invasione da parte dell’Unione Sovietica e si trasferisce quindi in Finlandia, a Helsinki. Ma anche qui giunge ben presto l’attacco da parte dell’Armata Rossa, che viene raccontato in diretta da Montanelli. “Ormai,” scrisse in “Qui non riposano”, “tutti cominciarono ad attribuirmi il potere taumaturgico di presentire le catastrofi e di sapermici trovare a tempo nel mezzo”.
Nel 1940 segue la guerra russo-finlandese fino al mese di marzo, quando i Sovietici si ritirano: le sue spettacolari corrispondenze dalle nevose steppe finlandesi lo lanciano definitivamente nel firmamento del giornalismo italiano. In aprile si trasferisce a Oslo, ancora una volta mentre sta arrivando l’esercito tedesco. Anche qui le sue corrispondenze lo rendono sgradito sia ai Tedeschi che agli Inglesi, di cui critica l’impreparazione. Costretto ad allontanarsi, alterna poi soggiorni in Svezia e in Norvegia.
Nel 1942 ritorna in Italia, e il 24 novembre sposa a Milano Maggie De Colins De Tarsienne, appartenente alla nobile famiglia austriaca dei De Colins de Tarsienne. Dopo l’8 settembre 1943, è ricercato perché accusato di aver scritto un articolo sugli amori del Duce, attribuito a lui per un errore, ma riesce per un po’ a sfuggire all’arresto dei Fascisti. Il 5 febbraio 1944 viene catturato dai Tedeschi in Val d’Ossola, dove cercava di raggiungere i partigiani del Partito d’Azione. È processato, percosso e condannato a morte il 20 febbraio. Anche la moglie Maggie è arrestata e accusata di tradimento, in quanto austriaca, per non aver denunciato il marito. Rimane in carcere per tre mesi a Gallarate e poi a San Vittore, ma la sentenza non viene eseguita grazie all’interessamento del cardinale e Vescovo di Milano Alfredo Schuster, la cui mediazione era stata richiesta dal Vaticano su sollecitazione della madre di Indro, infaticabile nel tentare tutte le strade per salvare il figlio. Riuscito a fuggire di prigione, grazie all’aiuto del misterioso “Dottor Ugo”, spia doppiogiochista dell’Ovra, ripara in Svizzera, dove rimane fino alle fine della guerra: qui è visto male, in quanto ritenuto, dagli antifascisti di sinistra, ancora un ferro vecchio del regime: «I primi giorni in Svizzera li trascorsi in un campo di lavoro fra Lugano e Bellinzona, a pelare patate. Poi mi unii ai fuorusciti antifascisti italiani di cui il campo pullulava. Nessuno di loro era stato condannato a morte dai nazisti, eppure, a sentir loro, erano tutti martiri del regime, sempre pronti a propinarmi sermoni di antifascismo. Senonché scoprii ben presto che mi guardavano con sospetto, nonostante fossi appena scampato al plotone d’esecuzione nazista. Quasi quasi mi facevano rimpiangere le SS e la Wehrmacht. Mi chiamavano “il badogliano”, che per loro era quasi sinonimo di fascista. Erano di una rigidità che rasentava l’ottusità. Non mi perdonavano di essere cresciuto nel fascismo, di aver portato la camicia nera. Di essere arrivato all’antifascismo “dal di dentro”. Mi consideravano una specie di delatore e mi denunciarono per apologia di fascismo a Lugano. A me, che ero appena scampato al plotone d’esecuzione nazista! Fu un’esperienza drammatica, allucinante; la raccontai di getto in un romanzo autobiografico, Qui non riposano. Uscì a Zurigo, in lingua tedesca, col titolo Eine italienische Tragödie. E mi procurò mille franchi, che mi consentirono di mantenermi per un po’. Era la storia di un tizio, Antonio Bianchi, che non sa più che cos’è né da che parte sta, in crisi di identità, rifiutato e condannato da tutti: convive col fascismo senza essere fascista, poi tenta di convivere con l’antifascismo senza essere antifascista. In questo senso è un uomo in grigio, come mi sento anch’io: un apolide, allergico a tutte le grandi ideologie, ai grandi ideali (con la maiuscola) e alle grandi suggestioni collettive che, di tanto in tanto, scuotono l’umanità. E, di solito, fanno danni irreparabili. In Italia, il nuovo conformismo imperante fece sì che non trovassi un solo editore disposto a pubblicarmelo. Lo scovai solo nel 1947: il libraio di Pontremoli Antonio Tarantola, che ebbe fiuto e ci fece un affarone: in poco tempo, il libro vendette 20.000 copie. Un trionfo, per quei tempi». Infatti, a ottobre se ne va a Davos: «Lo so che lì c’è la tubercolosi, ma è meglio degl’italiani».
Finita la guerra, torna in Italia e assiste a Piazzale Loreto, disgustato da quella che persino Ferruccio Parri chiama una “macelleria messicana”. Riprende il suo posto al “Corriere della Sera”, a cui collabora con numerosi servizi specialmente sulla terza pagina. Nel dopoguerra escono i suoi libri di carattere satirico e di costume, come “Il buonuomo Mussolini”, “Addio Wanda” e “Mio marito Karl Marx”. Il “Buonuomo Mussolini” non è un’opera che minimizza le responsabilità del regime, come alcuni dicono, ma è una feroce critica agli Italiani, che fino all’8 settembre 1943, erano tutti o quasi Fascisti, e che poi, dopo la fine della guerra, si sono risvegliati tutti Antifascisti. Mentre Addio Wanda! è un pamphlet satirico contro la proposta di legge della socialista Lina Merlin per abolire le case di tolleranza. («In Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli, la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la più sicura garanzia»).
Nel 1956 si trova in Ungheria, dove, ancora una volta, racconta in diretta un grande evento: la rivoluzione di Budapest e l’arrivo dei carri armati sovietici. Il 3 novembre riesce avventurosamente a dettare agli stenografi l’ultima corrispondenza prima che le truppe di Mosca interrompano ogni comunicazione per una settimana. È un lungo articolo che preannuncia la strenua resistenza del popolo ungherese: «Chi li ha visti, come io li ho visti stanotte, questi poveri fanti improvvisati e scalcagnati emersi dalle università, dai licei, dai campi, dagli uffici e dalle fabbriche, con gli arcaici fucilini, imbracciati come se fossero stati altrettanti cannoni, e senza nemmeno essere allenati a maneggiarli, al passaggio di quei mostruosi e terrificanti panzer, di cui non avrebbero potuto scalfire nemmeno un cingolo, non può aver dubbi in proposito. Questa è gente che non scappa più, che non si arrende più, nemmeno alle ragioni della ragione. Sul piano diplomatico, Nagy, credete a me, non è da invidiare. E forse è anche per questo che lo hanno lasciato alla testa del governo. Tutto sommato e a parte le sgradevoli avventure di stanotte, non mi spiace di essere rimasto in trappola con questi topi» (“L’assedio dei carri armati estrema manovra di Mosca”, «Corriere della Sera», 4 novembre 1956). Poi, rientrato in Italia, risponde alle feroci critiche piovutegli da destra e da sinistra per la sua lettura controcorrente dei fatti ungheresi, con un pezzo memorabile. «Vedo che la stampa comunista insiste a scrivere che la rivolta di Budapest eppoi la sua incredibile, sovrumana resistenza ai carri armati [...] sono state opera esclusiva dei fascisti, degli ex ufficiali di Horty (Miklós Horthy de Nagybánya, ammiraglio e reggente d’Ungheria dal 1920 al 1944), dei latifondisti agrari, dei borghesi e degli aristocratici [...] Per quel che mi riguarda, ho una confessione da fare: cioè che, per la prima volta in vita mia, mi son trovato a nutrire la stessa speranza che nutriva Mosca: quella di vedere un bel branco di baroni, di gentiluomini di campagna, di medici, di avvocati, di industriali, di scrittori, insomma di “borghesi” in piedi sulle barricate, in un gesto di sfida e di gratuito sacrificio contro i carri armati sovietici. Sarebbe stata una gran consolazione, per la “Pravda”, poter attribuire l’insurrezione a costoro. Ma sarebbe stato anche un gran conforto, per un “reazionario” come me, vedere una reazione non più “in agguato” ma all’attacco con i suoi fucilini quarantotteschi contro le corazze dei panzer, e ancora così viva e vitale da saper morire per gl’ideali “borghesi” della libertà, dell’onore e della dignità. Purtroppo, di questi esemplari umani, depositari della tradizione magiara, non ce n’era nessuno, fra i patrioti che cadevano sotto la mitraglia e le cannonate delle autoblindo sovietiche. I pochi scampati agli undici anni di brillante attività della polizia di Stato, quasi tutti al di là della menopausa e oberati dai reumatismi, hanno approfittato della rivolta solo per mettersi in salvo [...]. La “Pravda” può, negando la verità, sfuggire all’esame di coscienza cui, se la riconoscesse, sarebbe tenuta. È allenata a queste “evasioni”. Noi, no: l’esame di coscienza dobbiamo farlo. Sì, la società ungherese è in pezzi, dopo undici anni di regime comunista [...] Mai, credo, si era visto in Europa un fallimento così clamoroso, sfacciato, mortificante [...] Eppure, questa società di operai, di studenti e di contadini in cenci e ciabatte, questa società socialista, in cui non è più discernibile nessun brandello, né fisico, né morale, di aristocrazia e di borghesia, emerge da undici anni di comunismo con un orgoglio, con un rispetto di se stessa, con una serietà d’impegni, con una eroica determinatezza, con un senso drammatico della vita, dinanzi ai quali io, borghese di Occidente, mi son sentito coperto di vergogna. Cosa spingeva costoro ad ammucchiare i propri cadaveri sotto i cingoli dei carri armati sovietici? [...] Chi può credere che in una lotta simile fossero in palio soltanto la radio e la televisione, gli aumenti di salario e le assicurazioni contro la vecchiaia? A Budapest il comunismo è morto: lo dico con profonda convinzione. E non c’è artificio dialettico che possa risuscitarlo. Di esso non rimane che un esercito irto di cannoni, che sparano contro gli operai, gli studenti e i contadini [...]. Ma è morta, a Budapest, anche la nostra “reazione”. Non ce n’era sulle barricate, fra i protagonisti del più bello e nobile episodio della storia europea del dopoguerra. Non ce n’era né in senso fisico, né in senso metafisico. La libertà e il socialismo che irrigidivano quelle folle nere e silenziose, compatte come macigni, contro il sopruso e l’aggressione, sono una religione nuova, incubata in un decennio di sofferenze, di cui noi non abbiamo l’idea, e che un giorno ci conquisterà: non facciamoci illusioni. Non perché essa porti “istanze” più moderne e originali, programmi più validi e arditi; ma perché porta, nell’affrontare i problemi, una serietà, un impegno, una decisione, una devozione, insomma un clima morale, di cui noialtri occidentali s’è perduto il ricordo. Ecco: questo era l’esame di coscienza che si imponeva, con identica perentorietà, alla “Pravda” e a noi. Noi lo abbiamo fatto. La “Pravda” non può» (“Esame di coscienza dinanzi al popolo ungherese”, «Corriere della Sera», 25 novembre 1956).
I lettori più reazionari del «Corriere» non prendono per niente bene la versione di Indro, che poi è la realtà nuda e cruda. Così come i suoi amici Longanesi, Guareschi, Rusconi, che pensano sia diventato comunista o qualcosa del genere. «Sì, Leo non mi perdonò di non aver visto a Budapest ciò che anche lui si aspettava che io vedessi. Litigammo furiosamente e, una volta tanto, per un motivo non futile, non caratteriale. Restammo lontani, senza parlarci, per sei mesi. Ringrazio Dio di aver potuto fare la pace con lui poco prima che morisse. Non mi sarei mai perdonato se ne fosse andato in collera con me. Anche se ero certo di avere regione io e torto lui. Perché, a Budapest come in Finlandia come a Santander, io ho sempre raccontato né più né meno ciò che vedevo. Pronto a cambiare opinione se quel che vedevo contraddiceva la mia».
Nel 1957, con la Storia di Roma, inizia la sua serie di volumi dedicati alla divulgazione storica, che ottengono un grande successo di pubblico, coprendo in oltre quarant’anni di attività tutta la storia d’Italia fino ai giorni nostri. Per quanto alcuni la disprezzino e la ritengano approssimativa, non così solida nelle ricostruzioni, la sua Storia d’Italia ha portato al grande pubblico, molto spesso poco scolarizzato, una percezione della storia italiana, un’idea, checche ne dica la cultura accademica. Quella stessa cultura accademica che Indro definiva “parassitaria e servile, non essendo mai uscita dai suoi circuiti accademici per scendere in mezzo al popolo, a compiervi quell’opera missionaria di cui le è sempre mancato non solo la vocazione, ma anche il linguaggio. In Italia il professionista della cultura parla e scrive per i professionisti della cultura, non per la gente. È sempre schierato dalla parte verso cui soffia il vento”. Forse, se oggi gli storici sanno scrivere un po’ meglio è anche dovuto a chi si è levato un attimo la parrucca e ha provato a fare un discorso col famoso lattaio dell’Ohio, tendendogli la mano.
Rimane al Corriere della Sera fino al 1973 quando viene cacciato dal giornale di Via Solferino, per incompatibilità con la linea politica seguita dal direttore Piero Ottone e imposta dall’editrice Giulia Maria Crespi, simpatizzante di Mario Capanna e dei suoi amici sessantottini. Sempre più frivolo, pop e sbilanciato a sinistra, il «Corriere» di Ottone non è più il suo giornale. Il 30 ottobre 1973, due settimane dopo il suo licenziamento, Montanelli lo racconta per filo e per segno in questa lettera a Spadolini: «La sera del 16 ottobre Ottone mi telefona per dirmi che ha bisogno di parlarmi e che verrà all’indomani alle nove e mezzo a casa mia. Naturalmente, ho già capito di che si tratta. L’indomani viene e, mentre lo precedo in salotto, sento alle spalle un singhiozzo. Quando mi volto, è già sprofondato in una poltrona, e col viso inondato di lacrime (vere!) mi dice: “Se avessi saputo di dover affrontare un giorno come questo, non avrei accettato la direzione del “Corriere”: è il giorno più amaro della mia vita”. Mi spiega che il Consiglio d’amministrazione ha dichiarato “incompatibile” la mia presenza al “Corriere” e che mi si chiedono le dimissioni. Rispondo che ci penserò, e infatti ci penso, ma poi decido di darle per motivi di dignità. Mentre mangio con Gaetano (Afeltra, NDA), arriva Di Bella con la faccia della visita di condoglianze. Mi dice che non può solidarizzare con me perché il “Corriere” è dei pazzi, ma lui ci deve campare ecc... La sera sono a cena da Bagutta quando mi chiama Ottone. Dice che non può pubblicare la mia lettera di commiato e che verrà a parlarmene l’indomani mattina. Ottone mi dice che la mia allusione al “pronunciamento padronale” (Montanelli, per stanarlo, lo ha definito “latore senza colpa di un pronunciamento padronale”), non è riproducibile. Dico: “O non mi hai detto che a cacciarmi è stato il Consiglio d’amministrazione, che è l’organo dei padroni?”. “Sì, ma dopo aver sentito il mio parere”. “Ah, ma questo ieri non me l’avevi detto”. “Lo consideravo implicito”. “Ma allora, scusa, perché piangevi?”.
Nel 1974 fonda il “Giornale nuovo” (il primo numero esce il 25 giugno), a cui collaborano firme prestigiose quali Enzo Bettiza, Egisto Corradi, Mario Cervi, Guido Piovene, Cesare Zappulli, tra gli italiani, e Raymond Aron, Eugène Ionesco, Jean François Revel, e François Fejto tra gli stranieri.
Il 2 giugno 1977 subisce a Milano un attentato da parte delle Brigate rosse. L’attentato viene rivendicato dalla colonna milanese delle Br. Lo stesso Montanelli difenderà le ragioni della clemenza nei confronti degli ex terroristi, inclusi quelli che gli avevano sparato, quando la stagione degli anni di piombo si chiuderà. All’indomani dell’attentato, due quotidiani riescono a dare la notizia in prima pagina senza nominarlo nel titolo. Uno è il «Corriere» di Ottone (“I giornalisti nuovo bersaglio della violenza”, con la precisazione nell’editoriale che Indro «rappresenta e difende posizioni nelle quali non ci riconosciamo»). L’altro è «La Stampa» di Arrigo Levi (“Attentati di Brigate rosse a direttori di due giornali”). Dal diario di Indro:” Dal Giornale mi mandano tre sacchi di telegrammi: ne hanno contati quindicimila. Ma la notizia che in fondo mi fa più piacere è che in due salotti milanesi – quello di Inge Feltrinelli e quello di Gae Aulenti – si è brindato all’attentato contro di me e deplorato solo il fatto che me la sia cavata. Ciò dimostra che, anche se non sempre scelgo bene i miei amici, scelgo benissimo i miei nemici. Colette (Rosselli, nuova moglie di Montanelli dal 1974) regola magistralmente il flusso dei visitatori [...] A un certo punto arriva Ottone [...] Per fare fronte alla sua ipocrisia, chiamo a raccolta la mia, e lo accolgo cordialmente, ma fingendo di non accorgermi che vorrebbe abbracciarmi (questo è troppo). A un certo punto mi dice: “Enzo (Bettiza) è stato un po’ duro con noi sul Giornale”. Qui non mi trattengo. “Meno di quanto avrebbe dovuto”, dico. “La notizia era il mio nome. Abolendolo, hai svalutato la notizia. Ed è strano che lo abbia fatto proprio tu, che della notizia hai sempre predicato la sacralità”. Tace. Più tardi sopraggiunge Levi che, dopo consulto telefonico con Ottone, aveva a sua volta evitato, nel titolo, il mio nome. Più accorto, non dice nulla, e io nulla gli rimprovero. Ma da quali ometti è rappresentato questo povero giornalismo italiano!».
L’11 gennaio 1994, dopo mesi di contrasto con l’editore Berlusconi, che nel frattempo ha annunziato l’intenzione di scendere in politica, viene cacciato dalla direzione del Giornale, venendo sostituito da Vittorio Feltri. Negli anni c’erano già state delle frizioni, dovute all’ostilità Montanelliana verso Bettino Craxi. Gli riconosce le sue doti di decisionismo, il suo anticomunismo, la risolutezza con cui ha spazzato via il massimalismo della sinistra interna. Ma ne detesta la protervia autoritaria, l’allergia alle critiche, il filoarabismo (culminato nel caso Sigonella con la fuga dei terroristi palestinesi sequestratori della nave Achille Lauro e nell’esaltazione del leader dell’OLP Yasser Arafat, paragonato a Giuseppe Mazzini). E ovviamente la dubbia moralità, già allora piuttosto nota negli ambienti milanesi. I suoi editoriali contro Bettino «guappo di cartone» fanno infuriare l’interessato, che se ne lamenta col suo compare Berlusconi («Montanelli è la solita merdolina»).
Montanelli, insieme a 50 redattori, lascia il Giornale e fonda “La Voce”, il cui primo numero esce il 22 marzo 1994. Tira 535.000 copie e le vende tutte in poche ore. La grafica è fresca, giovane, elegante, sorprendente. Merito dell’art director Vittorio Corona, che inventa ogni giorno un fotomontaggio in copertina (Enrico Cuccia in versione vampiro provocherà la rottura fra Indro e il presidente di Mediobanca). «Un giornale in minigonna», commenta Agnelli. Il condirettore è Orlando, i vice Giancarlo Mazzuca e Michele Sarcina. Le grandi firme arrivano dal «Giornale», con le new entry del PM Davigo, del giurista Elia, dei conduttori tv Fazio e Ippoliti, dell’ex commissario tecnico della Nazionale Bearzot, degli scrittori Consolo, Compagnone, Pacchiano e Ferrero, del filosofo Viano, della scienziata Margherita Hack, di monsignor Ersilio Tonini e, nelle ultime settimane, di Massimo Fini.
Purtroppo, il 12 aprile 1995, “La Voce”, a corto di capitali e di pubblicità, è costretta a chiudere. Vende 60-70.000 copie, ma ha costi troppo alti e capitali troppo bassi per reggere la sfida del mercato. E il nuovo condirettore Gianni Locatelli, subentrato al pensionato Orlando, giunto con l’impegno di portare nuovi azionisti, sembra frenarli con la promessa di una nuova «Voce» senza più Montanelli fra i piedi. Un piano che la redazione respinge compatta. L’ultimo numero esce il 12 aprile: «Il giorno degli sciacalli» è il titolo della copertina, con Montanelli assediato dalle belve. Nel suo fondo “Uno straniero in Italia”, Indro constata che «una Destra veramente liberale» la vuole un’élite «troppo esigua». Poi accenna al «golpe» sventato dall’«harakiri» della redazione. Dal 13 maggio tornerà a scrivere sul «Corriere», cinque-sei editoriali al mese e “La stanza”. Lì commenterà i cinque anni dell’Ulivo (che voterà nel 1996) e i tre governi Prodi I, D’Alema e Amato II. L’ultimo giorno della «Voce», alcuni redattori aprono per sbaglio un pacco-dono recapitato da un fattorino e indirizzato a Locatelli: un gigantesco uovo di Pasqua con dentro il gioco di società, «Affonda la flotta». Lo manda, con tanti affettuosi auguri per la Santa Pasqua, Marcello Dell’Utri.
Più le elezioni del 2001 si avvicinano, più Indro ritrova la verve del ’94 ed evoca il pericolo del «regime». Ciò che più lo inquieta è la «voglia di uomo forte», l’«afrore di balcone e di manganello» che ciclicamente prende le viscere della destra italiana: «A Salò, per giustificare il suo passato di dittatore, Mussolini disse: “Come si fa, in un Paese di servitori, a non diventare padrone?” [...] Se avesse avuto pure la tv, probabilmente sarebbe ancora qui». A un giovane lettore del «Corriere» che gli chiede una previsione, risponde così: «Le prossime elezioni le vincerà Berlusconi [...]. E io non la considero una jattura perché, secondo me, il berlusconismo è come il vajolo, una malattia che si può curare solo col vaccino, cioè con una iniezione di vajolo. Viene la febbre, e poi la guarigione. Io la guarigione non farò in tempo a vederla, ma tu sì. E quel giorno ti prego di ripubblicare questa paginetta. Ma se credi che gl’italiani resteranno poi immunizzati dal vajolo, ti sbagli di grosso [...]. Noi italiani non dimentichiamo nulla e non impariamo nulla [...]. Il giorno in cui disporrà di sei reti tv (tre di proprietà e tre della Rai), gli sarà facile farci vedere la luna a mezzogiorno e il sole a mezzanotte [...]. Prepariamoci a cinque anni di regime (perché, più che un governo, quello del Cavaliere sarà un regime). Il primo anno sarà una festa. Poi… Ma questo poi riguarda voi giovani. Io e i miei coetanei siamo esentati dal porcene il problema. Auguri». Sul primo numero dell’«Espresso» del 2001, confessa di aver perso ogni speranza in una destra normale: «Se penso che la destra oggi sia Berlusconi, ho sbagliato tutto nella vita. Io sono un liberale, ma non come lui. Io sono un cornuto della destra. Ho sposato una moglie puttana sposando la destra, questa è la verità».
Il 22 luglio 2001 muore a Milano. L’urna con le sue ceneri è deposta accanto alla tomba della madre nella cappella di famiglia a Fucecchio. «Voglio morire», aveva detto, «come Prezzolini: a cent’anni, battendo a macchina». Invece se ne va a 92, in un letto di ospedale della clinica La Madonnina.
Siamo arrivati alla fine della sua “lunga e tormentata esistenza”. Non è la biografia di un santo, ma mi piacerebbe in tal senso chiedere ai suoi detrattori se esistano biografie prive di ombre e se siano eventualmente interessanti. Neanche quelle dei santi lo sono. Sarebbe sbagliato inchiodare Montanelli a un profilo ideologico definito. Favorevole al divorzio, contrario alla pena di morte e alle ingerenze ecclesiastiche nella politica italiana, privo di pregiudizi nei confronti degli omosessuali, e in alcune fasi disposto persino ad ammettere che dalla sinistra non viene solo male. È un uomo che vagheggia una destra forse anacronistica, ma con radici solide nella cultura risorgimentale, non un fascista. Un intellettuale che condivide molti pregiudizi della sua generazione, ma che è anche capace di rivedere le proprie opinioni, e di cambiarle, quando si rende conto di essersi sbagliato.
Prima di morire, scrisse un suo possibile epitaffio: “Qui / riposa / Indro Montanelli / genio compreso, / spiegava agli altri / ciò / ch’egli stesso / non capiva.”
È stato questo a renderlo, forse, il più grande giornalista del XX secolo.
Autore
Riccardo Maradini