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Abbiamo deciso in redazione di inaugurare questa nuova rubrica, a mio avviso, rivoluzionaria, innovatrice, anti-convenzionale, meravigliosa. Si tratta della «lettera tra redattor*”, una raccolta nella quale, tra le persone che
formano Punto e Virgola, ci si scambia lettere pubblicamente dove potersi confidare. Esplicitare ammirazione per il lavoro, un pensiero condiviso, un’idea o qualsivoglia altra cosa.
Prima di inaugurare, dunque, questa rubrica, è necessario fare le dovute premesse: ad ognuno dei giornalisti e ognuna delle giornaliste che lavorano insieme a noi avrei qualcosa da dire o per il quale congratularmi, ma questa mia prima scelta ricade su Francesca Orlandini in quanto mi sento di essere qualcosa di diverso da un suo semplice collega: sono un suo fan.
D’altronde, basta sfogliare le pagine della sua produzione personale nel giornale o il suo profilo instagram per capire che di Francesca, irrimediabilmente, non si possa essere altro che fan.
Non so se riuscirò a rendere questa cosa, questa lettera, intima e allo stesso tempo vera, importante e non scontata, apprezzata da chi ci legge e soprattutto dalla sua destinataria, senza scivolare in compiti da scuole medie, costruzioni retoriche, meccanismi da paroliere. Nella speranza che così non sia e con il coraggio che mi contraddistingue la scrivo, perché so essere importante, al di là di ciò che dirò, ricordare a chiunque legga che è necessario, ora più che mai, aprirsi con il prossimo e provare a salvare il
mondo con la bellezza.
Un russo avrebbe detto scrivendo, così provo a farlo con una lettera così come Francesca lo fa con le sue opere.
« Cara Orla,
Più e più volte ho esplicitato la mia ammirazione per le tue opere, in privato e pubblicamente. Ho sempre provato ad esprimere ciò che pensavo della tua arte senza essere superficiale: scavando dunque nei miei ricordi di mediocre osservatore d’arte (valutato con il tiepido voto di ventisei trentesimi dal dottor Ferrari) per trovare le parole giuste, magari anche tecniche, e farti capire che realmente ciò che dipingevi mi faceva riflettere.
Capirai quindi che, con questa lettera, mi sono preso il tempo per analizzare meglio il tuo operato e per scavare dentro la mia anima alla
ricerca di quell’angolo che si è colorato, lungo questi mesi, vedendo i tuoi dipinti. Prima di proseguire sottolineo che uso termini come dipinti semplicemente per comodità (e alle volte per evitare il brutto scontrarsi di ripetizioni) e che con questi intendo sempre opere in generale (che siano queste visive, audio visive, sotto formato video, dipinti, disegni, vignette ecc.).
Ma torniamo a noi:
Ho scoperto innanzitutto che tu dipingi un mondo che io vivo. Con mondo che io vivo non intendo però un semplice realismo (che in parte è elemento che contraddistingue il tuo operato), ma ciò che sento e provo come ragazzo di 23 anni calato all’interno di questa triste società.
Infatti, a volte, mi trasmetti sentimenti dolcemente tristi, come la nostalgia o la malinconia, attraverso i volti dei tuoi personaggi o la scelta dei colori e delle atmosfere delle tue vignette.
Altre volte mi hai fatto cedere le gambe e riflettere nel buio, in fondo al
“vuoto dell’artista”, facendomi venire la febbre all’anima e, forse, senza volerlo troppo ammettere, pizzicandomi gli occhi con delicatezza e spiazzandomi; mi hai lasciato con le braccia a penzoloni in una stanza grigia su una sedia di legno rovinato. Lo hai fatto quando hai detto a Philippe, il tuo iconico uccellino, che non esiste.
Ecco, forse mi faccio troppi viaggi (a volte fumo troppa erba), ma io ho ritrovato in questa vignetta tutta la rabbia che ho provato nei confronti di me stesso. Rabbia nei confronti della mia arte e del mio esprimermi, che non era mai come volevo e, quando lo era, lo era effimeramente, intangibilmente (scusa il neologismo). Questi chiaro scuri così decisi, che urlano le parole scritte e basterebbero anche soli a trasmettere un momento di irrequietezza e malessere, mutano nell’evolversi della tua arte, senza mai perdere di spessore e di potenza evocativa. Sei forte di una grandissima capacità espressiva, una profonda maturità nella scelta del colore, delle inquadrature dei tuoi personaggi, delle parole che decidi di affidargli. La cosa più interessante è che di tutto questo, forse, non sei nemmeno
pienamente consapevole.
(questa immagine, tra l’altro, è molto simile ad un tatuaggio che ho sul costato e soltanto revisionando la lettera me ne accorgo per la prima volta. Incredibile!!)
Mi piace il fatto che la tua arte, seppur velatamente (a volte più a volte meno), contenga sempre una importante critica alla società. Ad esempio nella vignetta sulla resistenza, o la vignetta “forse è un problema mio” nella quale parli d’amore. Philippe diventa il confidente al quale esprimi i pensieri più intimi e su ciò che ti circonda e su ciò che circonda tutti noi. E come a te è lampante a noi tutti che ogni singola critica sia nient’altro che vera e non possa essere altro se non condivisa. Ecco che la tua arte , senza volerlo, diventa
GENERAZIONALE.
Ma l’erba non è tutta un fascio e anche se un chilo di piume pesa sempre un chilo le piume volano! Ecco dunque che questa profondità, cardine del tuo operato, non manca di ironia e giocosità, riuscendo sempre, quando lo decidi, dopo avermi bastonato la pancia, a strapparmi un sorriso
Avrei tante altre cose da dire ma spero di essere riuscito a snocciolare quei punti che, per me, rendono grande la tua arte e, inevitabilmente, la tua persona.
Una volta, come certamente ricorderai, una persona ha detto che più o meno tutto si divide in ciò che è “un inutile brutto” e ciò che è “un inutile bello”. Credo, senza falsa modestia, attraverso questa analisi, di aver dimostrato l’esistenza di qualcosa che è sia bello, sia utile, ovvero la tua arte, che mi riempie gli occhi, il cuore e la testa.
Spero di non essermi dilungato troppo, la vecchiaia inizia a farsi sentire e insieme a lei divento prolisso.
I miei più cordiali saluti.»
Antonio Mainolfi
18/01/2026
Autore
Antonio Mainolfi