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Si è parlato tanto, nelle ultime settimane, delle nuove zone rosse a Parma. Tanto da essere catapultati, per associazione diretta, di nuovo nel periodo del COVID, quando tali provvedimenti erano elargiti per contenere una pandemia e non la microcriminalità o il disagio. Durante questo periodo ho fatto fatica a farmi un’idea a riguardo e, come ogni volta che non capisco una cosa, mi sono incuriosito e ho iniziato a raccogliere materiale.
Il provvedimento delle zone rosse è stato introdotto tramite l'ordinanza del Prefetto di Parma con obiettivi dichiarati quali: aumentare la percezione di sicurezza da parte di residenti e frequentatori delle aree critiche; prevenire fenomeni di spaccio e molestie in strada; dare strumenti di controllo più incisivi alle forze dell’ordine.
Dapprima il provvedimento interessava soltanto alcune aree, principalmente la stazione e il parco Ducale, in assoluto le più pericolose nelle zone centrali della città una volta calato il sole. Farebbero tremare persino Batman credo io. Successivamente, con nuova ordinanza in vigore fino al 31 gennaio 2026, il provvedimento si è espanso a macchia d’olio comprendendo ora quartiere San Leonardo, Zona del mercato della Ghiaia, piazzale della Pace, viale Fratti e viale Mentana.
Già da questa espansione a macchia d’olio possiamo dedurre un primo importante elemento: a Parma non si è al sicuro. Se infatti il provvedimento, da che era limitato entro i confini del parco e della stazione, ha dovuto allargarsi fino alle strade di San Leonardo e lungo tutto viale Mentana, interessare diverse piazze della nostra città e rafforzarsi nelle zone già pre- stabilite, è indubbio che a Parma siano molti i luoghi nei quali il prefetto ha ritenuto necessario aumentare la stretta delle forze dell’ordine. Viene spontaneo chiedersi che cosa NON si sia fatto in questi anni per ridursi ad una situazione simile.
Secondo alcuni indici internazionali basati sulle percezioni di residenti e visitatori e quindi non su dati ufficiali delle forze dell’ordine, ma ugualmente significativi per capire come la città è vissuta, Parma mostra un quadro complesso:
- l’indice di criminalità complessivo è moderato ma con una percezione di aumento negli ultimi cinque anni del 73,1%;
- la preoccupazione per furti, spaccio e degrado urbano è relativamente alta rispetto ad altre città italiane simili;
- la sicurezza percepita di camminare da soli di notte è solo moderata (47/100). (Numbeo)
Un’indagine condotta da Ascom Parma su imprese e negozi rilevava già nel 2024 che oltre il 90% delle attività commerciali era “abbastanza” o “molto” preoccupato per la microcriminalità, e chiedeva un maggiore presidio delle forze dell’ordine come priorità per il tessuto urbano. (La Repubblica)
Indubbiamente le zone rosse hanno avuto il loro effetto, come riporta la Gazzetta di Parma in alcune dichiarazione di un residente di via Rastelli «Questi provvedimenti per noi sono stati quasi miracolosi».
Per controparte dichiara il Coordinamento contro le zone rosse «Le zone rosse sono dispositivi di sicurezza che, sotto la retorica della tutela, introducono confini arbitrari nello spazio urbano. Queste ordinanze finiscono per colpire i soggetti in modo selettivo e discrezionale, in base al colore della pelle e a comportamenti considerati "indesiderabili" e tendono a occultare carenze strutturali - bagni pubblici, spazi di gioco, punti di ascolto e assistenza - che, se affrontate, ridurrebbero radicalmente ciò che viene strumentalmente narrato come insicurezza. In questo quadro, questioni sociali complesse e condizioni di vulnerabilità vengono ridotte a problemi di ordine pubblico e stigmatizzate come “disagio”» come riporta Parma Today.
Possiamo dire che, se da un lato è vero che il tema della sicurezza è strumentalizzato per fare campagna politica e che quasi mai è trattato con la serietà e l’organizzazione che richiederebbe, d’altro canto è lampante che i provvedimenti presi non siano tesi alla discriminazione di singoli individui o sulla base del colore della pelle, ma quanto più a recuperare, laddove ancora possibile, zone che purtroppo, troppo spesso, riversano nel degrado e nella microcriminalità. È anche vero, e va sottolineato, che chi contesta tali provvedimenti dice la verità quando sostiene che, con quest’ultimi, non si ottenga altro se non l’emigrazione del problema in altre sedi e una potenziale deriva simile in zone della città che non hanno conosciuto questo lato di Parma. Come persino a me sorgono dubbi sulle indicazioni di riconoscimento dei soggetti da allontanare. E qui emerge un altro nodo critico: le ordinanze non possono sostituirsi alla legge ordinaria. Se, come viene detto pubblicamente, le indicazioni di riconoscimento dei soggetti da allontanare riguardano molestie, spaccio o disordine pubblico, allora dobbiamo chiederci: in che modo questo sarebbe diverso da far rispettare la legge nella normalità urbana? In altri termini, non cambia la sostanza del controllo, cambia solo il contesto in cui viene esercitato.
In conclusione due cose sono certe:
Primo: a Parma non ci si sente (e spesso non si è) al sicuro; molti cittadini e operatori economici percepiscono un rischio aumentato e chiedono risposte concrete. I dati sulla percezione di criminalità e la diffusione di eventi criminosi nelle aree centrali e periferiche ne sono una conferma.
Secondo: questo provvedimento, che durerà fino al 31 gennaio, non ha in alcun modo risolto il problema alla radice. Come tutte le misure emergenziali, può tampone certe dinamiche, ma non sostituisce investimenti strutturali in educazione, servizi sociali, spazi pubblici riqualificati e una presenza quotidiana e preventiva delle istituzioni.
Autore
Antonio Mainolfi

