«Non ho più spazio per dipingermi d’inchiostro, lo ammetto però, per altre cicatrici trovo sempre un posto».
Fedez e Marco Masini in GodMode nella prima serata di Sanremo. Finiti direttamente tra i favoriti secondo i sondaggi gli artisti si sono esibiti nella cornice degli applausi dell’Ariston: il pubblico, concitato, sembrava non trattenersi più dall’applaudire, tanto da rischiare d’interrompere l’esibizione prima della fine.
Il testo di Male necessario è apparso tra i più profondi ascoltati nella serata inaugurale: un viaggio introspettivo nell’odio verso se stessi, nella difficile riconciliazione con il proprio passato. Versi come «non ho più spazio per dipingermi d’inchiostro, lo ammetto, però per altre cicatrici trovo sempre un posto», «ti ho deluso ma dimmi qualcosa che non so» e «un giorno poi comprenderò cos’è l’amore, ma nel frattempo giuro mi puoi odiare» costruiscono un impianto lirico che si contrappone nettamente sia alle cantilene sentimentali di parte del cast sia alle proposte più orientate al suono da club e ai trend di TikTok, francamente ormai troppo facilmente riconoscibili e quasi fastidiose.
La cornice biografica dei due concorrenti inevitabilmente, alla luce della canzone, rientra negli addendi dell’equazione conferendo al brano una verità oltre che simbolica anche pragmatica: Marco Masini ha vissuto negli anni 90, come i più grandicelli ricorderanno, un ingiusto allontanamento dai riflettori, dovuto a credenze folkloristiche e totalmente insensate. Torna sul palco, dopo l’ottima impressione già riscontrata nella serata dei duetti la scorsa edizione, cantando con tutta la rabbia, il pathos e la voglia di rivalsa che racchiudono, a mio avviso, tutte le difficoltà che questo artista ha dovuto affrontare lungo la sua carriera.
Fedez, dal canto suo, riemerge da un vortice mediatico che avrebbe travolto chiunque, e lo fa attraverso la forma più autentica che possiede, nonostante le tante critiche: la musica. La differenza rispetto allo scorso anno, sebbene l’ottimo risultato ottenuto, è evidente. Sul palco appare più centrato, più consapevole, quasi pacificato; e proprio questa nuova stabilità rende il suo contributo interpretativo più solido e credibile.
Il risultato è un’esibizione che non vive soltanto di tecnica o di presenza scenica, come tante altre viste nella prima serata del Festival, adornate di belle tutine, scenografie futuristiche e abiti d’ultima moda, bensì vive di stratificazione emotiva. Non è solo una canzone: è un dialogo tra due fragilità che si riconoscono nella vita, si parlano nel testo, sembrando trovare un equilibrio nuovo, inedito. Ed è forse questa la ragione per cui il pubblico ha applaudito così a lungo: perché quando il dolore viene detto con sincerità, smette di essere spettacolo e diventa esperienza condivisa.
Si può dire infine che, se nell’esperienza del dolore vaghiamo come latitanti a un passo dall’arresto, é nella ragione intima dell’arte che, viceversa, forse, troviamo nuove strade per tornare a casa.
Autore
Antonio Mainolfi