“E tu, adesso che mi hai visto come sono veramente, riesci ancora a guardarmi?” scrive George Orwell in 1984.
Il timore di mostrare il proprio io agli altri ha, però, origine dalla difficoltà di abitare e guardare se stessi.
Oscar Wilde, ne Il ritratto di Dorian Gray, racconta della scontentezza che deriva da questa difficoltà, e di come, per evitarla, preferiamo fuggire la nostra immagine, e quindi la nostra identità.
“Sono stanco di essere me stesso stasera, vorrei essere qualcun altro.” confida, infatti, lo stesso Dorian Gray all’amico Basil.
Il “porsi fuori” da se stessi, l’ekstasis greca, è lo stato a cui conduce l’esaltazione collettiva dei baccanali di cui racconta Euripide nella tragedia Baccanti.
Nella tragedia, Dioniso oscura la ragione delle donne di Tebe, rendendole partecipi dei riti sfrenati in suo onore sul monte Citerione. In questa follia, le iniziate annientano la propria identità, che lascia quindi il posto ad un io capace di farle entrare in simbiosi con il mondo naturale e di compiere i massacri più bestiali, che è appunto quello del dio.

“Sono sua prerogativa il tiaso con le danze, le risate al suono del flauto e la cessazione degli affanni.” dicono le Ménadi a chi è estraneo al culto, spiegando che, per permettere al proprio io di trasfigurare in quello del dio, che conosce solo gioia e beatitudine, è necessario dimenticare la parte della nostra identità che ci rende mortali, vale a dire le nostre personalissime inquietudini.
Nell’Odissea, i Lotofagi offrono agli uomini di Ulisse la possibilità di dissolvere gli affanni e le preoccupazioni che appartengono al loro io, e la facilità con la quale scelgono di privarsi di questa parte di sé permette di comprendere che la difficoltà di essere se stessi sta nel dover abitare, e guardare, anche le proprie angosce.

L’eroe omerico che deve fronteggiarsi più di tutti gli altri con i propri timori, quali il peso del proprio destino e i doveri che si hanno verso di questo, e prova quindi la scontentezza di essere se stesso, è Achille.
Nel poema conviviale “La cetra di Achille”, Giovanni Pascoli racconta di come l’eroe provi a fuggire questa parte del proprio io, che gli è odiosa, suonando una cetra, premio che ha tenuto per sé tra gli oggetti trafugati a Tebe. Il suono dello strumento gli impedisce, infatti, di percepire il lamento delle ninfe del mare, che piangono la sua sorte, e le profezie di Balios e Xantho sull’epilogo della sua storia.
“(…) Non devi inebbriar di canto | tu, divo Achille, l’animo sereno | che sa, non devi a te celare il fato, | non che ti volle ma che tu volesti” gli dice l’aedo, il legittimo proprietario della cetra, ricordandogli che le inquietudini che prova a nascondere col canto sono in realtà parte dell’io guerriero che ha scelto di essere e che, in loro assenza, non potrebbe essere tale.
Achille, però, non abbandona mai completamente i propri timori, ma, cantando di sé e del proprio destino, prova a guardare l’incombenza di questa parte di sé attraverso il filtro del suono della cetra, e attende poi l’alba per vestire i panni del suo intero io.
Abitare se stessi significa dunque guardarsi nella propria interezza, per comprendere a fondo l’io che si è scelto per sé e le inquietudini che fanno parte di esso. Riuscire in questo permette di vivere il proprio sé nella sua completezza, senza la scontentezza di doverlo essere e di doverlo mostrare quotidianamente.

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