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L’ira di Medea o l’essere sé stessi nella società contemporanea
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L’ira di Medea o l’essere sé stessi nella società contemporanea

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Vita CasoVita Caso
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Mensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzioneMensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzione
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08/04/2026
categoria
CulturaCultura

Medea è la maga della Colchide alla quale il mito di Giasone e degli Argonauti ha restituito la sola fama di “straniera dagli oscuri poteri”. Figlia del re dei Colchi Eeta, discendente del dio Sole e nipote di Circe, differentemente dalla maga dell’Odissea, Medea rappresenta nell’immaginario comune il prototipo di donna-mostro custode di una cultura arcaica e di madre assassina, ed è nota, più che per aver reso possibile la conquista del Vello d’Oro, per l’epilogo della sua storia a Corinto dove, mentre a Giasone viene data l’opportunità di un nuovo inizio, a lei resta l’impronta della sua provenienza da una terra straniera e degli atroci assassinii compiuti, macchie per le quali non riuscirà mai ad integrarsi nella società di Corinto. Se da un lato la società greca la ripudia, dall’altro Medea stessa non riesce a comprenderne a fondo il sistema di norme e usi, e non esita a ribellarvisi nel momento in cui diviene consapevole del conformismo di Giasone verso quella stessa società che non l’ha accettata. “Decidi. Ordisci le tue trame. Compi l’impresa atroce. La prova del tuo coraggio è adesso” - pronuncia la Medea di Euripide, le cui azioni cristallizzeranno definitivamente il personaggio nell’immagine di una furiosa barbara sanguinaria, assassina di innocenti, incapace di dominare anche le pulsioni più viscerali col lume della razionalità.

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La vicenda di Medea, in combinazione con il mito di Giasone e degli Argonauti, diviene il prototipo del mito degli eroi civilizzatori per eccellenza, nel quale si contrappone l’evoluta e razionale Grecia, terra di provenienza degli Argonauti, gli eroi civilizzatori, alla Colchide, culla di una cultura selvaggia estranea alle leggi e alla moralità dell’Ellade, rappresentata da Medea. Per quanto Medea e Giasone provengano da due realtà lontane ed inconciliabili, a muovere entrambi è la volontà di costruire se stessi, Giasone riconquistando il trono di Iolco all’insegna dell’impresa eroica, Medea cambiando il proprio orizzonte; a distinguerli è il modo in cui ciascuno dei due può perseguire il proprio obiettivo. Giasone, inizialmente, costruisce il proprio io lontano da Iolco e da Corinto, in Colchide, dove, proprio per la distanza da una realtà reputata civilizzata, è permesso non essere fedeli alla morale greca; nel momento in cui conclude l’impresa eroica e torna in Grecia, invece, è costretto a rivestire i panni del cittadino perfettamente integrato cui è consentito realizzarsi soltanto attraverso il modo in cui la società lo permette, vale a dire anche attraverso l’opportunismo e l’infamia, prendendo le distanze da un passato che, al contrario, non restituisce l’immagine del cittadino rispettabile richiesta dalla collettività. E’ questo il tradimento di Giasone, il conformarsi senza esitare ai canoni della società, modo d’essere che viene richiesto anche a Medea e che lei non riesce a comprendere. A differenza di Giasone, infatti, Medea non ha mai dovuto piegarsi a schemi sociali precostituiti, e conosce come unico modo di realizzare se stessa quello di esserlo a pieno. Per questo, nel momento in cui la comunità greca cerca di incastrarla nelle pieghe del suo conformismo, Medea rivendica se stessa senza convenzioni morali, se non quella di rispondere unicamente al proprio io. L’ira di Medea è, quindi, ben più di una vendetta sanguinaria: è una vigorosa ribellione della propria personalissima individualità ai dettami di una società che vuole incasellarci in rigide categorie (nel caso di Medea quella di barbara, di maga, di moglie o di madre) che non possono rappresentare la nostra complessità, e che Medea, facendosi portavoce dell’io di ciascuno, nella sua furia sovversiva, distrugge, anteponendo a queste la propria libertà e l’amore verso se stessa. E’ questa un’affermazione identitaria che, al contrario, personaggi come Giasone, cresciuti e intrappolati negli schemi del conformismo, non possono né comprendere e tantomeno provare a far propria: all’uomo civilizzato, all’uomo moderno, infatti, non è permesso abbandonarsi a sentimenti impulsivi, perché deve sapersi dominare con la propria superiore capacità razionale, intesa come il rispondere alle leggi e alla morale civile, che deve reprimere qualsiasi tipo di pulsione che si allontana dal convenzionale. La storia di Medea è quindi la storia di un’autoaffermazione, una sorta di mito dell’individuo che si colloca al di sopra dell’etica e delle leggi che condizionano ed impediscono l’espressione del vero io di ciascuno. Tuttavia, nella tragedia di Euripide, mentre Medea si accinge a compiere quest’autoaffermazione, mossa da sentimenti brucianti, pronta ad ergersi al di sopra della morale umana, colpiscono le parole della nutrice: “(…) già la parola misura risulta vincente; a praticarla, è di gran lunga la cosa migliore per gli umani. L’eccesso non offre vantaggi ai mortali, mai.” Nel suo libro “Le lacrime degli eroi”, Matteo Nucci fa riferimento a come Platone, a discapito delle virtù di temperanza e misura che sono il cardine della sua “Repubblica”, apprezzasse gli individui mossi da passioni brucianti ed irrazionali, vale a dire gli individui capaci delle cadute più rovinose e dei trionfi più gloriosi, perché questo loro modo di essere li rendeva degli individui unici, esseri umani in tutto e per tutto, imbattibili nel proseguire il loro cammino; insomma gli individui a cui Platone avrebbe consegnato le chiavi della sua città. Gli eroi di Platone erano gli eroi omerici, eroi immersi nella propria umanità, che vuol dire essere immersi, agire, nelle proprie contraddizioni ed esserne consapevoli, senza per questo provarne vergogna. L’unico sentimento di vergogna da loro avvertito è lo stesso che prova Medea nel trovarsi costretta in una società che vuole imporle i propri costumi, vale a dire la vergogna che si prova verso se stessi nel tradire il proprio modo d’essere, le proprie contraddizioni, la propria umanità. All’interno di una società, oggi come all’epoca di Platone, permettere a ciascuno di essere completamente se stesso, senza alcuna legge prestabilita a vincolarlo, richiede un’elevata fiducia nella consapevolezza dell’uomo di sé e dei propri limiti, dote che non sempre è adeguatamente profonda, e che per questo rischierebbe di condurre ad una degenerazione della collettività in scenari di disordine e anarchia. E’ per questo che l’essere se stessi in una comunità va inquadrato nel senso di “misura” di cui parla la nutrice della Medea di Euripide, che non è altro che la “vergogna verso gli altri” che introduce Platone nella sua Repubblica abolendo le “lacrime degli eroi”: prendendo le distanze infatti dalla spontaneità dei sentimenti intimi e umani ai quali si abbandonavano liberamente gli eroi omerici, a vincolarci non è più la rispondenza delle nostre azioni al nostro personalissimo modo d’essere, bensì la conformità di queste alle norme precostituite che noi abbiamo rinforzato con la morale, il perbenismo e il conformismo che soffocano la nostra istintiva “ira di Medea”.

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