“C’è un enigma dentro di te, qual è?” pronuncia la Sfinge, rivolta ad Edipo, nel film di Pier Paolo Pasolini “Edipo re”.
Pasolini sostituisce il noto indovinello che la Sfinge sottopone ai viandanti con un interrogativo, la cui soluzione richiede una ricerca della verità più profonda di ciascuno.

Edipo è il risolutore di enigmi, il vincitore della Sfinge, ma, come viene raccontato nell’omonima tragedia di Sofocle, l’unica verità che non riesce a vedere è proprio quella che lo riguarda.
Nel mito, Edipo apprende dal responso dell’oracolo di Delfi che ucciderà suo padre e sposerà sua madre e, per eludere questo terribile destino, abbandona la città dove è cresciuto, Corinto, per dirigersi a Tebe e costruirsi con la sua sola volontà, creando quindi una propria verità.
“Io mi considero figlio della Fortuna generosa (…) è stata lei a generarmi. (…) Tale io nacqui né mai potrei diventare un altro; perché, dunque, non dovrei indagare sulla mia origine?” dice di sé Edipo nella tragedia di Sofocle, chiarendo che la verità che si è creato è la sola che può riguardarlo, ed è, per questo, la stessa che si aspetta di trovare quando è costretto a interrogarsi sulla propria storia.
La realtà poi si manifesta in tutto il suo orrore, ed Edipo scopre di essere un altro: sulla strada per Tebe, mentre credeva di starsi costruendo da sé, ha infatti ucciso un uomo, Laio, suo padre, e, risolto l’indovinello della Sfinge, ha sposato la regina Giocasta, che non sapeva essere sua madre.
A trionfare sulla verità che l’uomo si racconta è dunque la verità del destino, proclamata dall’Oracolo e mossa dall’anánke, la Necessità che fa in modo che quanto è stato stabilito si compia, rendendo il destino il confine nel quale possono esercitarsi le scelte e la volontà dell’uomo.
Gli uomini a cui è concesso conoscere la propria Moira, gli eroi toccati dal destino, non possono far altro che accettare di dover agire in questo limite precedentemente definito. La consapevolezza con la quale gli eroi si muovono in questo ambiente circoscritto rende però il destino una verità non soltanto ferrea, perché imposta dalla Necessità, ma anche un qualcosa di più personale, uno strumento attraverso il quale trovare il proprio scopo.
Nel Poema Conviviale “L’ultimo viaggio”, Giovanni Pascoli fa ripercorrere a Ulisse, l’eroe omerico che più di tutti deve affrontare l’ineluttabilità della Moira, le tappe del suo viaggio dell’Odissea.
Ulisse comprende e rispetta il limite del suo ruolo nell’ordine del mondo e, in questo modo, si lascia guidare con consapevolezza nel viaggio impostogli dal fato, plasmando, di conseguenza, la sua identità di eroe e di essere umano.
Nel poema di Pascoli, quando poi Ulisse torna nei luoghi nei quali si è compiuto il suo destino, scopre con orrore che i mostri e le dée che vi avevano preso parte non erano altro che un’illusione.
“Non esser mai! Non esser mai! Più nulla, ma meno che morte, che esser più!” pronuncia la ninfa Calypso, comprendendo che il destino che la Necessità riserva ai mortali è un qualcosa la cui verità si esaurisce nel momento in cui si realizza. Il tentativo umano di darsi un senso attraverso la verità assoluta del destino è condannato per questo a fallire.

Nei “Dialoghi con Leucò”, Cesare Pavese dà voce ad un altro personaggio che si scontra, come Ulisse, con l’inevitabilità del destino, Orfeo.
“Il mio destino non tradisce” dice Orfeo a Bacca nel dialogo, “Ho cercato me stesso, non si cerca che questo.”
Nell’interpretazione di Pavese, Orfeo comprende che è disceso nell’Ade non per riportare tra i vivi Euridice, ma quello che lui era con Euridice, e il suo destino, che consisteva nella trasgressione agli ordini di Persefone e nella perdita definitiva della sposa, è quindi un qualcosa che persiste oltre la realizzazione del destino stesso.
La verità del destino è la ricerca, che avviene attraverso ciò che è imposto dalla Necessità, del proprio essere, della verità che ciascuno di noi custodisce, ed è ciò che permette quindi di risolvere l’enigma della Sfinge.

Autore
Vita Caso