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“La bellezza salverà il mondo” afferma il principe Miskin ne “L’idiota” di Fedor Dostoevskij, una citazione che al giorno d’oggi ricorre spesso con la sua valenza di promessa profetica. Se da un lato sembra ispirare fiducia, dall’altro conserva l’enigmaticità propria dei vaticini, e sorge spontaneo chiedersi cosa intenda Dostoevskij con bellezza e in che modo questa, nella accezione materialista dei giorni nostri, possa salvare il mondo. L’emblema della bellezza per eccellenza, nella nostra cultura, è Elena di Sparta, figlia di Leda e Zeus, o di Nemesi e Zeus in altre tradizioni, la più grande figura tragica raccontata nell’Iliade. Nell’ opera omerica, Elena, prescelta dagli déi per i loro disegni, è considerata la causa scatenante del conflitto tra achei e troiani, e questa stessa associazione, tra bellezza e guerra, rende difficile attribuire alla prima un valore salvifico, negato in partenza dalla distruzione che la guerra porta con sé. “Elena non è mai andata in Frigia. Zeus, per far nascere contesa e strage tra gli uomini, il fantasma di Elena inviò ad Ilio.”, scrive Euripide negli ultimi versi di “Elettra”. Nella sua interpretazione, poi ripresa nella tragedia “Elena”, Euripide colloca la “Distruttrice di Navi” in Egitto ai tempi della guerra di Troia. I contrasti di Ilio sono così avvenuti in nome di un fantasma, vale a dire in nome dell’idea di bellezza in sé, di fatto scissa dalla persona di Elena. La guerra di Ilio è quindi una contesa per la bellezza. La bellezza, nel modo in cui la intendiamo noi oggi, come viene raccontata da Oscar Wilde ne “Il ritratto di Dorian Gray”, non è altro che una ricerca di perfezione e purezza assoluta che culmina nel tentativo di cancellare l’imperfezione che ognuno di noi porta inevitabilmente con sé, la traccia del male. Eliminare questa traccia da noi, però, è impossibile, e nulla, nella nostra idea moderna di bellezza, è quindi realmente perfetto e per questo bello, o almeno non lo è per sempre. La bellezza che riesce a diventare ragione di uno scontro armato, quindi, più che essere un’aspirazione irraggiungibile, deve essere un ideale che sia un punto di riferimento per il genere umano e, per questo, irrinunciabile. La figura di Elena di Sparta, in tutti i racconti mitologici nei quali è citata ha sempre incarnato un dono divino, una possibilità di salvezza e redenzione per chi le sta accanto: la bellezza porta con sé l’ispirazione delle virtù alle quali l’uomo deve ambire per innalzare il proprio animo, e ciò gli è indispensabile a tal punto da essere oggetto di contesa. Alessandro Baricco, nel suo romanzo “Omero, Iliade”, in una postilla conclusiva intitolata “Un’altra bellezza”, si sofferma su questo ambiguo legame tra bellezza e conflitto bellico. Siamo infatti da sempre abituati a guardare alla guerra con orrore e a ripudiarla, ma per secoli questa ha rappresentato un modo attraverso cui l’uomo definiva la sua posizione sociale, e l’Iliade, figlia del suo tempo, celebra proprio questa sua bellezza, riconoscendo come l’essere umano e la natura stessa, in questa devastazione, attraverso la guida dei valori guerrieri, potevano raggiungere il massimo compimento e la massima realizzazione. La bellezza, la vera bellezza, vuole comunicare l’Iliade, è ciò che risveglia i valori a cui l’essere umano, nella sua particolare epoca storica, si affida, permettendogli, quindi, di definirsi e di raggiungere il suo scopo; e, ricorda il principe Miskin, proprio per questo suo potere di ispirare le virtù umane, la bellezza ha anche facoltà di redimere prima l’uomo e poi il mondo.
Salvare l’uomo e poi il mondo, adesso, è possibile soltanto attraverso un cambiamento di ideali, prendendo coscienza che alcuni dei valori dei secoli passati non possono più definire chi siamo. La bellezza di Miskin va ricercata soltanto in quel che abbiamo costruito nella nostra realtà, che è ciò che davvero può ricordarci chi siamo e per questo deve guidarci nel nostro prossimo futuro.
Autore
Vita Caso