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Il confine tra sogno e psicosi
Il cinema che esplora le deviazioni e gli eccessi ha spesso fatto leva sul confine tra lucidità e follia per comprendere il mondo interiore dei suoi protagonisti, convertendo sogni e visioni in profezie del deterioramento dell'individuo. In opere come Filth, American Psycho e Martin Eden, l'aspetto onirico non rappresenta una pausa nella narrazione, ma segnali chiari che mostrano come il personaggio stia perdendo il controllo. Che si parli di una Edimburgo malfamata, una Manhattan sfavillante o una Napoli sospesa nel tempo, i protagonisti vivono una psiche incerta, dove le allucinazioni sono l'unico segno possibile di un finale certo.
Filth: l’erede dell’espressionismo tedesco
In Filth, diretto da Jon S. Baird, il crollo di Bruce Robertson viene tradotto in un stile visivo esagerato ed espressionista, che gli serve per sfuggire alla realtà ma che finisce per intrappolarlo. I suoi sogni appaiono tramite la visione di sua moglie Carole, una musa idealizzata che spinge Bruce verso la speranza di un’ascesa sociale che non può raggiungere. A differenza del romanzo di Irvine Welsh, dove il suo tormento è rappresentato da un verme solitario che gli parla da dentro la pancia, il film sceglie le visioni: il Dr. Rossi appare a Bruce in modo deformato, quasi mostruoso, dandogli avvertimenti che lui ignora sistematicamente.
La scena in cui il volto di Bruce si trasforma in quello di un maiale non rappresenta solo un elemento grottesco, ma anticipa visivamente la sua fine: la sua cattiveria e i suoi vizi lo hanno trasformato in un animale, e la sua famiglia perfetta si rivela essere solo un'invenzione della sua mente per non affrontare la solitudine e il fallimento.
American Psycho: Il grido silenzioso di Patrick Bateman
In American Psycho, Mary Harron utilizza uno stile distaccato e preciso in cui il sogno si manifesta tramite il surrealismo urbano. Patrick Bateman abita un mondo così superficiale che la violenza emerge come l'unico modo per sentirsi davvero vivo, ma i suoi omicidi sembrano spesso frutto della sua immaginazione. Se il libro di Bret Easton Ellis si perde in elenchi infiniti di vestiti e marche per farci capire quanto sia vuota la sua vita, il film ci fa venire dei dubbi attraverso scene assurde, come un bancomat che gli parla o una sparatoria con la polizia che sembra uscita da un film d'azione esagerato.
La scena nell'appartamento di Paul Allen è l'esempio perfetto di questo dubbio: Bateman ci torna convinto di trovare i cadaveri che lui stesso ha ammassato lì, ma trova una casa pulita e pronta per essere venduta. La sequenza è simbolica: il sistema elimina le prove del male non per giustizia, ma per utilità economica. La condanna di Bateman è proprio questa: lui vorrebbe essere punito e riconosciuto come un mostro, ma nessuno lo ascolta o lo vede davvero, lasciandolo bloccato in una vita senza significato. La sua confessione finale viene infatti trasformata in un grido nel silenzio di un eterno presente privo di vie d'uscita.
Martin Eden: l’illusione del successo
Ma il sogno come allucinazione non è l’unica declinazione spesso usata in prodotti cinematografici: per esempio, il fallimento dei propri sogni è al centro di Martin Eden. Il film racconta di un marinaio che vuole diventare uno scrittore colto per amore di una donna ricca, ma una volta raggiunto il successo si ritrova svuotato. Il regista Pietro Marcello usa vecchi filmati di navi che affondano per farci capire, fin dall'inizio, che il progetto di Martin è destinato a fallire. Il finale, in cui Martin si tuffa in un oceano che sembra un sogno inquietante, evidenzia il tema centrale: non c'è più un posto dove vivere per chi ha distrutto le proprie origini in nome di un'illusione.
Il collasso del tempo nella psiche
Il legame profondo tra queste opere è nel crollo della percezione temporale, dove il futuro è già compresso in un presente decadente e il sogno diventa il ritorno inquietante di ciò che dovrebbe restare celato. Che si tratti del linguaggio di un corpo che crolla in Filth, dell'alienazione di un qualsiasi uomo ricco in American Psycho o del tradimento di classe in Martin Eden, i protagonisti si ritrovano in un non-luogo in cui non c'è distinzione tra realtà e immaginazione. La vera tragedia ritratta, infatti, non è tanto l'incubo in sé, quanto la consapevolezza finale che, in una società priva di un senso di realtà, non c’è possibilità di risvegliarsi.
Autore
Beatrice Rosanova