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Silenzio. È la condizione che si verifica in un luogo italiano quando le persone provano paura. Può durare a lungo o brevemente. Più potente è la paura, più immenso è l’oblio; dunque, lunghissimo è il tempo che grava nello spazio prima di risentire un suono, poiché essa possiede ognuno dall’interno e da ciascuno fa eruttare quel tacere che lentamente avvolge e immobilizza la lingua di ogni spirito, come fosse nero vetro vulcanico sopra un fiore.
Poi, un uomo riesce a rompere quel blocco. Ché, un momento prima, per trovare la forza necessaria, ha fatto una cosa difficilissima, faticosa e importante: ha scelto le parole giuste. Ora lui è libero. Ora lui parla. Ora lui attraversa il corridoio. Ora lui è uscito da quel luogo. Ora lui ha preso un taxi. Ora lui è arrivato in stazione. Ora lui ha preso il treno. Ora lui cammina verso casa, guarda gli alberi e respira l’aria fresca. Ora lui è entrato dalla porta. Ora lui è salito in camera. Ora lui scrive un articolo.
Un articolo che parla proprio di questo: non della paura, ma dell’importanza delle parole (in questo caso, italiane) e della tutela di ognuna di esse. Sì, perché la ragione profonda della libertà ritrovata sta proprio nel fatto che “lui” è riuscito a ritrovare quelle parole capaci di spezzare qualsiasi silenzio; quelle parole che gli appartenevano: le parole giuste, nella frase, nel tempo e nel luogo giusti. È questo il motivo - e l’evento - per cui anche gli altri si sono liberati: perché hanno ascoltato parole che gli appartenevano. Della loro tutela parla il mio articolo.
In questo scritto, nello specifico, si tratta dell’ormai necessaria tutela delle parole e delle lettere italiane nelle università del nostro Paese, poiché «i rettori, angustiati dalla bassa posizione dei loro atenei nelle classifiche internazionali e dalla scarsa affluenza di studenti stranieri», per integrarli «come una volta i chierici medievali», hanno imposto il dominio pressoché esclusivo della lingua inglese in ogni ambito della ricerca superiore. Le università, spinte dalla crescente pressione competitiva del mondo globale, hanno progressivamente assimilato i propri criteri organizzativi a quelli delle imprese multinazionali, sottovalutando così i rischi del monolinguismo didattico e smarrendo la consapevolezza della propria natura di istituzioni culturali radicate in un territorio, con compiti e responsabilità profondamente diversi da quelli di soggetti economici mobili, a breve termine e svincolati da legami storici e sociali.
In sostanza, chi oggi studia o lavora nelle tecnoscienze, nell’ingegneria, nella matematica, nella fisica, nella biologia, nell’economia, nella filosofia, nella comunicazione, nella didattica, in politica e, tra non molto, purtroppo, anche nelle Lettere, deve scrivere e parlare le proprie idee in inglese se vuole avere la speranza di raggiungere - un giorno lontano - il meritato successo accademico, non dico globale, ma semplicemente cittadino. Conoscere l’inglese, oggi, non è più una risorsa aggiuntiva, bensì una prepotente legge imposta nella didattica universitaria e nel successo professionale di ognuno di noi, a tutti i livelli.
E se il problema descritto finora può essere valutato come quasi indifferente per alcune materie tecnico-scientifiche, diventa di capitale importanza per quelle umanistiche.
Si considerino, ad esempio, recenti volumi proposti per l’insegnamento della Didattica della lingua italiana in tutta Italia: si rileva come essi siano interamente strutturati con sintassi e grammatica inglesi e conditi da un’enorme accozzaglia, da un uso costante e massiccio di vocaboli e perifrasi in lingua inglese. Quasi in ogni capitolo se ne possono contare alcuni, in misura tale da confondere inevitabilmente lo studente che, per imparare a insegnare la lingua italiana con i metodi innovativi che i tempi richiedono, è costretto ad apprenderli attraverso un vocabolario distinto, in ogni sua forma, dalla lingua che è oggetto di studio.
Insomma, fanno da padroni i monosillabi, le abbreviazioni, le traduzioni di parole spesso improprie, addirittura la sostituzione totale di quelle italiane con quelle inglesi, senza alcun motivo: «nessuna ragione di dire meeting per “incontro”». Ma, in fondo, la pubblicazione questo tipo di volumi è il risultato dell’«anglo-pedagoghese astruso ed esoterico» di cui parlava Annamaria Testa, che viene imposto da anni negli atenei dell’intero Paese.
Da una parte, nella comunicazione: basta scorrere la casella di posta di una qualsiasi università per essere travolti da Welcome night, Recruitment day, Staff job placement, Job Day, Culture Day, Good Practice, Reminder, Speed date, Save the date, Job Placement, Researchers’ Night, No borders, Transliteracy, Gamification e serious games, Keynotes (sottolineo che ho raccolto le prime espressioni che mi capitavano nella mia posta personale e ho pescato tra le comunicazioni a caso!). Per questa situazione calzano a pennello le parole che scrisse Bédier nel saggio sul Lai de l’Ombre: «Silva portentosa!»
Se non fosse che il suo saggio, semplificando ai minimi termini, analizzava errori commessi in passato - che, se avesse potuto, ne avrebbe volentieri cancellato l’esistenza - mentre il mio articolo si occupa di quelli presenti e di quelli futuri, dunque più importanti e degni d’attenzione poiché ancora correggibili.
Dall’altra parte, nelle scelte didattiche. Su questo punto, cruciale, abbiamo scritto una lettera, mesi fa, in cui denunciavamo la crescente preoccupazione per lo stato di difficoltà, a nostro parere, in cui versano due discipline umanistiche di base del corso di Lettere dell’Università di Parma. Dalla nostra indagine era emerso un depauperamento dell’offerta formativa di Letteratura italiana e di Storia della lingua italiana.
In quell’articolo avevamo commesso alcuni errori, a mio parere lievi, su forme e termini tecnici: errori di cui ci siamo scusati e per i quali abbiamo pubblicato subito una rettifica. Avevamo anche una colpa: aver imputato la responsabilità a singole figure istituzionali, non considerando che il problema travolgeva - e travolge - l’intero Paese. Di questo ancora ci sentiamo di scusarci.
Ma la sostanza, la ragione intima del nostro scritto, era chiara e vera: negli ultimi quindici anni gli insegnamenti di Storia della lingua italiana e di Letteratura fronteggiano grandi difficoltà, con poche risorse e con dati, a mio parere, sempre più preoccupanti, che andrebbero osservati con maggiore attenzione. Si pensi ai test INVALSI, i cui risultati continuano a calare. Si consideri che nel 2009, quasi vent’anni fa, i test d’ingresso alle facoltà universitarie indicavano già che la maggioranza degli studenti non sapeva usare l’italiano, e Ivano Dionigi, allora rettore dell’Università di Bologna, li definiva serenamente “semianalfabeti”.
Come sottolinea Maria Luisa Villa nel saggio L’italiano alla prova dell’internazionalizzazione, riferendosi alle materie scientifiche ma con un pensiero estendibile a ogni disciplina tecnica - quali sono anche la Letteratura e la Linguistica - : «Per gli studenti, il rischio è l’impoverimento dell’apprendimento; per la società, quello della rapida obsolescenza del lessico specialistico e dell’interruzione della sua trasmissione intergenerazionale». Infatti, chi favorisce e propone l’abbandono dell’italiano in ogni campo della ricerca superiore o dell’attività laboratoriale sembra non tener conto dei rischi e, soprattutto, del fatto che «una lingua non più usata da chi opera ai livelli superiori dell’istruzione e della ricerca è condannata alla rapida atrofia».
Autore
Alessandro Mainolfi
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