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Mercoledì 21 gennaio alcuni membri della redazione hanno assistito alla messa in scena dello spettacolo L’amico ritrovato, tratto dall’omonimo romanzo di Fred Uhlman, che racconta una storia di amicizia così pura da sfidare le regole del nazismo.
La scenografia è semplicissima: una scrivania, una sedia, una panca dalla parte opposta, dei fiori e tre pannelli color rame sul fondo. Persino i personaggi sono pochi, anzi, soltanto due. Ciro Masella (regista, adattatore e traduttore di questo spettacolo) nel ruolo di Hans Schwarz e Filippo Lai nel ruolo di Konradin von Hohenfels.
Lo spettacolo comincia con Masella che si muove nel buio portando una torta di compleanno. Siede alla scrivania di quella che immaginiamo essere la sua dimora, e inizia a raccontarci affettuosamente la storia dell’incontro con Konradin, come se fosse ancora il suo ricordo più prezioso.
La storia di questa amicizia inizia subito con la messa in luce delle differenze tra i due, Hans, figlio di un medico ebreo ed estremamente solo, e Konradin, un ragazzo posato con un cognome così altisonante da precederlo, che nasconde solitudine e timidezza. Le loro differenze non sono però soltanto caratteriali, essi sono separati dalla considerazione che la società è disposta a concedere loro, basti pensare alla correzione dei loro compiti. Hans viene corretto con frasi semplici e non esplicative, mentre Konradin “merita” correzioni complesse e dettagliatissime.
I due ragazzi, sorprendendo le aspettative, diventano grandi amici, in quell’età (16-18 anni) che il vecchio Hans descrive come pura nell’affetto e segnata dalla leggerezza. Il primo nazismo degli anni Trenta non tocca (almeno in quel momento) la loro Stoccarda e nemmeno loro due. Tocca per primo Hans, che vede bruciata la casa dei propri vicini e fa nascere una piccola diatriba tra i due amici, che tuttavia non li separa.
La loro amicizia continua a fiorire. Hans invita l’amico a casa e prova una vergogna profonda per i propri genitori. Il padre, solitamente uomo autorevole (veterano della Prima guerra mondiale), diventa un ometto ridicolo e curvo, la luce verde e gialla lo illumina mentre si prostra nel servilismo verso l’amico del figlio. L’uomo infesta le orecchie dei due ragazzi con storie di guerra come se volesse sembrare importante, devoto e grato della divina presenza di un Hohenfels.
Konradin diventa un assiduo frequentatore di casa Schwarz e i genitori del giovane Hans arriveranno a rivolgersi a lui affettuosamente chiamandolo per nome. Quando il giovane Hohenfels inizierà ad invitare a casa propria l’amico, non solo i genitori non saranno mai presenti, ma Hans farà una scoperta che lo turberà non poco.
In casa del giovane Konradin, nella stanza della madre, Hans intravvede la foto di un soldato, lo guarda bene e riconosce Hitler. Stoccarda a quel punto è toccata dal nazismo solo attraverso i graffiti e Hitler non è che uno “stupido”. Come può una famiglia così nobile e altisonante, come quella degli Hohenfels, avere una foto di Hitler in casa? Mentre l’amico gli illustra tutte le monete antiche che possiede, Hans è come assente, pensa ancora alla foto, il vero inizio della fine della loro amicizia.
Con l’episodio dell’opera, nel quale Hans è ignorato per ben due volte dall’amico, i due arrivano a una discussione terribile. Konradin rivela che sua madre è una convintissima antisemita e che il padre asseconda il pensiero della moglie poiché veramente innamorato. Egli rivela di averlo ignorato per salvarlo dall’umiliazione e anche di aver combattuto con la propria famiglia per ogni ora passata insieme. I due restano amici, ma tra loro c’è evidentemente troppo non detto.
La propaganda nazista arriva infine anche nell’ ancora incontaminata Stoccarda. Nemmeno la scuola rimane la stessa. Per Hans inizia un periodo terribile, fatto di prese in giro, canzonette, insulti razziali e pugni. Konradin resta indifferente a tutto questo. Filippo Lai resta seduto in un angolo della scena, mentre il vecchio Hans gli parla piegandosi sopra di lui. Vuole trasmettergli la propria rabbia ed impotenza, ma il giovane amico non è che un ricordo infestante.
Il 19 gennaio 1933 (prima che Adolf Hitler presti giuramento come cancelliere il 30 gennaio) Hans lascia la scuola e parte per gli Stati Uniti. Lascia la Germania con due lettere, una filastrocca antisemita scritta da due compagni e l’addio di Konradin che rivela di aver trovato la fiducia nel futuro Führer. I genitori restano perché il padre non vuole lasciare il paese per cui ha combattuto. Qualche mese dopo, i signori Schwarz moriranno suicidi.
Negli Stati Uniti Hans diventa un uomo di successo, diventa avvocato e rinuncia al sogno di diventare poeta per paura di fallire. Si chiede cos’è un uomo di successo, sembra essere stato svuotato. Negli anni ha lasciato la Germania alle spalle, ma un sentimento di vendetta primitiva lo assale, non è cattiveria, è desiderio di pace e di rivalsa verso chi lo ha gettato solo per una fede nemmeno praticata.
Ma perché il vecchio Hans Schwarz ci ha raccontato della sua amicizia? Perché ha sentito il bisogno di provare così tanto dolore ricordando?
Nella scena finale Hans ci rivela di aver ricevuto un’insulsa richiesta di denaro da parte del suo vecchio liceo per finanziare un monumento in onore degli studenti caduti in guerra. In allegato c’è l’elenco dei caduti. Più della metà dei compagni è morta. Pure i due compagni della filastrocca antisemita giacciono nella terra da anni.
Ma c’è anche un’altra persona in quella lettera. Nell’elenco dei caduti, alla lettera H (che Hans aveva cercato di evitare a tutti i costi), c’è anche Konradin Hohenfels, giustiziato dopo aver attentato alla vita di Hitler, nel quale aveva avuto così fiducia. Hans è distrutto. Le luci si affievoliscono mentre Konradin si avvicina come un fantasma e gli appoggia amorevolmente le mani sulle spalle. I due amici sono finalmente riuniti. Il dolore del ricordo è l’unico modo in cui essi possono di nuovo vivere quell’amicizia così pura, per risolvere un passato condannato per così tanto tempo.
Autore
Gabriele Parenti