Goodbye Horses – La grazia che danza sul campo di battaglia
Venerdì 13 febbraio, al Teatro al Parco di Parma, Goodbye Horses di Dalila Cozzolino ha portato in scena un teatro che non consola e non addomestica. Primo capitolo della Trilogia dell’Animale (leggende bestiali calabresi), lo spettacolo intreccia mito, storia e contemporaneità per interrogare il destino della grazia in un mondo dominato dalla disciplina e dalla guerra.
Non si tratta di una semplice narrazione storica. È un dispositivo scenico che alterna epoche e registri, che mescola canto, invettiva, danza, ironia e tragedia. La scena è scarna ma densissima: è mercato, è arena, è campo di battaglia, è palcoscenico dentro il palcoscenico. La musica dal vivo attraversa l’azione come una ferita aperta, mentre i corpi si muovono tra celebrazione e rovina.
Al centro, una leggenda antica: la caduta di Sibari nel 510 a.C., città magnogreca raffinata e sensuale, sconfitta da Crotone. Ma la guerra, qui, non è soltanto militare. È guerra contro l’eccesso, contro la musica, contro la danza. È guerra contro la grazia.
La scena si apre nel mercato delle bestie di Crotone. Un cavallo e un asino attendono di essere venduti. Ma non è solo un’asta: è una celebrazione della vittoria sulla bellezza, una proclamazione di ordine sulla grazia. «Popolo di Crotone! Buongiorno! Oggi è festa! Abbiamo vinto! Sibari è sconfitta!»
L’annuncio è trionfale, militaresco, grottesco. La vittoria ha il suono della propaganda e il ritmo di un comizio isterico.
Cozzolino riattiva la leggenda secondo cui i cavalli sibariti, addestrati alla danza, tradirono i propri cavalieri distratti dal suono dei flauti nemici nel mezzo della battaglia. Qui la danza diventa colpa. La musica diventa arma. La grazia diventa condanna.
«A che cosa servono i musicisti? A fare la guerra? No signore. E infatti li armavano di flauti. E nel mezzo della battaglia i cavalli e i sibari ballavano con agitazione.»
Il teatro si fa archeologia emotiva. Sibari è evocata come polis della danza, dell’eccesso, della bellezza: «La polis sofisticata, la polis con i teatri… la polis che fa ballare i cavalli.» Ma quella polis è stata annientata. Non solo politicamente: culturalmente. simbolicamente.
Il cavallo reduce dalla guerra porta con sé la “maledizione della grazia”. È elegante, docile, capace di danzare. Ma non è più utile. Non è più funzionale al conflitto. E in un mondo che ha scelto la moderazione pitagorica, la sobrietà matematica, la disciplina della guerra, la grazia è uno spreco.
«Pitagora ha detto… vietato il flautismo.»
Il divieto della musica è il divieto dell’eccesso, del corpo, dell’istinto. La drammaturgia, costruita in una struttura binaria che intreccia il presente del mercato e il passato della polis distrutta, rende questa opposizione carne viva.
Crotone rappresenta la disciplina e la purezza: «Ricordate il sistema! Siate sobri! Puri! Matematici! Fedeli alla patria!»
Sibari è tutto il contrario.
Il conflitto non è storico: è eterno. Natura contro cultura. Istinto contro controllo. Arte contro conformismo.
In questa tensione si iscrive il cuore dello spettacolo: il destino dell’artista.
Il cavallo danzerino diventa metafora dell’attore, del performer, dell’artista in un sistema che lo addestra, lo espone, lo vende, lo consuma.
«Questo è un grandissimo spettacolo che andrà a terminare con la vendita di questo bellissimo cavallo… l’arte, la magia, la poesia è proprio qui, davanti ai vostri occhi.»
Il teatro dentro il teatro si svela come macchina fragile. Gli interpreti discutono, falliscono, implorano lo sguardo del pubblico: «Guarda gli spettatori! Guarda! Guarda le loro facce! Non sono contenti!» «Non è facile davanti agli spettatori!»
L’arte è precarietà. È bisogno di riconoscimento. È esposizione al giudizio. È rischio continuo di fallimento.
E quando il mercato chiude, quando la festa termina, resta la domanda più radicale: cosa accade quando lo spettacolo finisce?
«Lo spettacolo è finito e io non sono un cavallo… non ci voglio andare a Crotone… preferisco la grazia.», afferma l’artista con rassegnata consapevolezza.
Qui il tono cambia. Diventa confessione. Diventa resistenza.
Il testo insiste sul corpo come territorio conteso:
«Bottino di guerra!» «La terra della vittoria.» «Danza, combatti, competi.»
In questa sovrapposizione risiede una delle immagini più potenti dello spettacolo: il gesto artistico e il gesto violento condividono lo stesso spazio. Cambia l’intenzione. Cambia il senso. Ma il corpo è lo stesso.
«Fine di Sibari, fine della musica, dei balli, dei canti, dei teatri. Fine.»
La ripetizione ossessiva di “fine” suona come un requiem. Eppure il teatro continua. La scena non si spegne. Lo spettacolo non si arrende.
«Lo spettacolo non è finito! No! Lo spettacolo è iniziato!»
Questa contraddizione è il battito profondo dell’opera: l’arte muore e rinasce continuamente. Anche quando è messa in saldo. Anche quando è ridotta a carne:
«Questa carne di cavallo morta ballerina… è schifosa… è marcita…»
La degradazione è estrema. Ma la memoria della danza sopravvive.
Goodbye Horses non è semplicemente un racconto mitico né una rievocazione storica. È una riflessione radicale sul nostro presente.
In un’epoca che chiede efficienza, moderazione, funzionalità, Cozzolino mette in scena l’inutilità sublime della grazia. In un mondo che vende tutto, mette all’asta la bellezza. In una società che addestra, mostra il prezzo dell’addomesticamento.
E alla fine resta una domanda sospesa tra palco e platea: quando la guerra vince, cosa ne è della danza?
Forse resta questo: un cavallo che continua a muoversi anche quando nessuno suona più il flauto.
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