Letteratura e capitalismo: la parola critica come forma di resistenza Convegno – Parma, 17 aprile 2026
“Prigionieri di una logica e di un linguaggio esclusivamente economici, dovevamo subito seppellire questo linguaggio. E invece con questo linguaggio ci hanno perfettamente addomesticato e ammaestrato” Romano Luperini (6 dicembre 1940-11 aprile 2026)
il 17 aprile presso il Dipartimento di Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese Culturali dell’Università di Parma organizzato da Francesco Gallina, dottore di ricerca e cultore della materia, con il patrocinio di AdI – Associazione degli Italianisti, Festival della Narrazione Industriale, Laboratorio Interdipartimentale “Lab Venti Ventuno” e Biblioteche del Comune di Parma. Un pensiero, il suo, che si può dire rappresenti il manifesto dell’intera giornata: la denuncia di un linguaggio economico divenuto totalizzante, capace di colonizzare non soltanto il discorso pubblico ma perfino l’immaginazione, i desideri, la percezione stessa della realtà. Un’intuizione che ha fatto da sfondo ai numerosi interventi, tutti raccolti attorno a una domanda centrale: la letteratura possiede ancora gli strumenti per raccontare il capitalismo contemporaneo – e, soprattutto, per smascherarlo? Ad inaugurare il convegno è stato Alberto Casadei, ordinario di Letteratura italiana all’Università di Pisa, tra i più autorevoli studiosi italiani, saggista, teorico della letteratura, poeta e narratore, insignito dell’Ordine del Cherubino per il suo contributo accademico e culturale. Il suo intervento, significativamente intitolato “Resistere non serve a niente? Letteratura e capitalismo oggi”, ha preso le mosse dal romanzo di Walter Siti, vincitore del Premio Strega nel 2013. Nel libro, attraverso la figura di Tommaso Aricò – alter ego deformato e simbolico, ponte ambiguo tra capitalismo legale e illegale – Siti mette in scena un universo dominato dall’alta finanza, separato dalla concretezza della vita quotidiana ma capace di determinarla in modo radicale, spesso tragico. È il capitalismo della finanziarizzazione estrema, quello emerso con violenza dopo la crisi dei mutui subprime e il crollo della banca Lehman Brothers, parte di un sistema in cui il denaro smette di essere materia per farsi proiezione astratta, simulacro, dispositivo di dominio. Il professor Casadei ha richiamato il pensiero di Mark Fisher, secondo cui il capitalismo contemporaneo non si presenta più come una realtà stabile e definita, ma come una struttura infinitamente plastica, mutevole, capace di ridefinire continuamente se stessa e le regole del gioco. È qui che si inserisce la provocazione di Walter Siti: “Il realismo è l’impossibile”. Come raccontare, infatti, una realtà costantemente sfuggevole, che si smaterializza, che attraversa gli uomini e li piega senza lasciarsi realmente vedere? Eppure, secondo Casadei, proprio qui emerge anche il limite dell’operazione narrativa di Siti. La sua analisi – lucida, feroce, psicoanaliticamente acuta – resta inscritta dentro un paradigma occidentale, interno alla stessa grammatica culturale che si vorrebbe mettere in discussione. Cambiando prospettiva, spostando lo sguardo fuori dall’orizzonte eurocentrico, molti dei presupposti teorici del romanzo vacillano. Da qui la domanda decisiva: se la realtà diventa sempre più effimera e astratta, bastano ancora le categorie narrative del realismo per raccontarla? Nel corso del dibattito è emerso con forza un altro nodo: il rapporto tra individuo e sistema. Quanto le contraddizioni dei personaggi letterari sono prodotte dal capitalismo? E quanto, invece, sono quelle stesse contraddizioni a diventare metafora di un’intera epoca? In questa prospettiva, il richiamo al Faust di Goethe si è rivelato centrale. Figura prometeica, divorata dal desiderio di possesso e trasformazione, Faust modifica il mondo secondo la propriavolontà, ma è a sua volta il prodotto di un contesto che ne plasma ambizioni e voracità. Lo stesso accade ai personaggi moderni: sono artefici o creature del sistema? Il connvegno Letteratura e capitalismo intende interrogare le modalità mediante cui la letteratura rappresenta, problematizza e rifonda l’immaginario economico occidentale, dal protocapitalismo medievale fino agli scenari complessi del presente, segnati dalla globalizzazione finanziaria, dalla precarizzazione del lavoro e dall’emergenza ecologica.
Silvia Cavalli attraversa la stagione in cui la letteratura italiana, dal «Menabò» di Vittorini e Calvino a Ottieri, Davì, Mastronardi, Volponi, Bianciardi, cerca forme nuove per rappresentare l'impatto del capitalismo industriale: la fabbrica, il boom, l’alienazione, il linguaggio tecnico-aziendale, la crisi del realismo e la trasformazione del lavoro in esperienza psichica, sociale e narrativa. Paolo Zublena, analizzando l'opera Giorgio Falco, mostra come il capitalismo contemporaneo colonizzi lavoro, tempo, linguaggio e identità, trasformando l’esistenza in una sequenza di mansioni precarie, attese improduttive, fallimenti biografici e automatismi aziendali, fino a fare della vita stessa un dispositivo economico e psichico di alienazione.
L’intervento di Francesco Gallina, nato da "Dante into the Capitalocene", progetto Seal of Excellence, trasforma Dante in una bussola critica per attraversare il Capitalocene: dal lessico economico della Commedia alle sue fonti morali, teologiche e politiche, dalle immagini infernali di avidità, usura, frode e sfruttamento alla loro lunga riemersione nella letteratura, nelle arti e nei media globali, fino alla proposta di una nuova “economia dantesca” capace di leggere il capitalismo non solo quale sistema produttivo, ma anche come macchina simbolica di colpa, disuguaglianza, consumo e distruzione del vivente.
Guido Carpi affronta poi la Russia ottocentesca attraverso "Il coccodrillo" di Dostoevskij, mostrando come il denaro e la logica dell’interesse economico diventino dispositivi narrativi capaci di attivare desiderio, violenza, colpa e conflitto sociale. Emanuela Fornari, invece, porta la riflessione nel cuore del cybercapitalismo contemporaneo, leggendo DeLillo e Houellebecq come interpreti di un sistema in cui la promessa di inclusione si rovescia in esclusione reale, controllo tecnologico, disgregazione dell’identità e nuove forme di alienazione.
La presentazione di Francesco Targhetta, autore di "La colpa al capitalismo" per La nave di Teseo, in dialogo con Francesco Gallina all’Oratorio Novo della Biblioteca Civica, conduce il convegno nel cuore del presente letterario, là dove narrativa e poesia intercettano con maggiore urgenza le tensioni del nostro tempo. Il confronto interroga il rapporto tra responsabilità individuale e sistema economico, mettendo a fuoco il senso di colpa, le nuove forme depressive, le nevrosi e le psicosi che attraversano il soggetto contemporaneo. Sullo sfondo emerge così una questione decisiva per la critica letteraria: il capitalismo può essere rappresentato attraverso forme stabili e riconoscibili, oppure la letteratura deve inventare strutture ibride, frammentarie e instabili per restituirne la violenza, le contraddizioni e gli effetti sulla vita psichica e sociale? Forse è proprio questo il punto emerso con maggiore chiarezza dal convegno di Parma: la letteratura non cambia il mondo, ma cambia il linguaggio con cui il mondo viene pensato. E in un tempo in cui il lessico economico pretende di spiegare ogni cosa – dalla felicità al valore umano – difendere la complessità della parola critica diventa già, di per sé, una forma di resistenza.








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