Da un po’ di tempo a questa parte, ogni minima critica rivolta al Capo dello Stato, Sergio Mattarella, viene recepita come una minaccia all’istituzione presidenziale (che naturalmente nessuno si è mai sognato di attaccare in toto, come nessuno si è mai permesso di mettere in dubbio l’onestà del Capo dello Stato). Eppure, nel caso della Grazia presidenziale concessa generosamente a Nicole Minetti, alcune domande è giusto porsele: perché la Grazia, concessa a febbraio 2026, invece di essere pubblicata come al solito nel giro di pochi giorni sul sito del Quirinale, è divenuta di pubblico dominio solo verso il 10 aprile grazie alle rivelazioni del Fatto Quotidiano e del programma Mi manda Rai3? Dal momento che la Minetti non aveva scontato un solo giorno dei 3 anni e 11 mesi di pena definitiva e dal momento che la Consulta, con una sentenza del 2006, ha stabilito che la grazia spetta al capo dello Stato perché non solo deve giungere a debita distanza dalla sentenza definitiva, quando il condannato ha già scontato una congrua parte della pena, per evitare di sconfessare i giudici e di violare il “principio di eguaglianza”, ma dev’essere anche un atto non “politico”, bensì “eccezionale” e “umanitario”, per “mitigare” e “attenuare l’applicazione della legge penale” quando “confligge col più alto sentimento della giustizia sostanziale”, quali erano qui le sofferenze da alleviare in quanto ella non rischiava il carcere, ma solo i servizi sociali? Davvero il Colle non aveva gli strumenti per capire che la Minetti non aveva cambiato vita dopo le vicende del Bunga Bunga berlusconiano, ma aveva solo continuato la sua attività alla corte uruguayana del compagno Giuseppe Cipriani (peraltro socio di Jeffrey Epstein)?
E questa è solo una delle numerose panzane inventate dai legali di Minetti nell’istanza di grazia: riassumiamo brevemente le altre. Nell’istanza il bambino viene presentato come “abbandonato alla nascita” e privo di qualsiasi legame familiare, mentre in realtà i documenti del Tribunale di Maldonado certificano che il minore non era un trovatello: aveva due genitori biologici viventi ed era stato collocato in un istituto come “extrema ratio” per “massimo 45 giorni”, chiedendo espressamente il “riavvicinamento con la madre biologica” che era totalmente indigente. Nell’istanza si dice che la grave malattia del bambino lo avrebbe escluso dalle liste ufficiali, azzerando le sue possibilità di adozione poiché “nessuno si era fatto avanti”, mentre in realtà una coppia uruguaiana aveva già ottenuto nel 2018 l’idoneità alla pre-adozione specificamente per quel bambino con cui hanno poi condiviso un tratto della vita fino al febbraio 2020. Nell’istanza si dice che alcuni ospedali di eccellenza italiani (San Raffaele di Milano e Ospedale di Padova) avrebbero sconsigliato di operare il bambino in Italia, rendendo “imprescindibile” curarlo al Boston Children’s Hospital e giustificando così la necessità per Minetti di viaggiare senza vincoli, ma in realtà i primari dei reparti di Neurochirurgia ospedalieri hanno già smentito di aver fornito tali indicazioni, precisando che in Italia queste operazioni avvengono con la medesima eccellenza che negli Usa. Infatti, gli stessi legali della donna hanno poi ammesso che si trattava unicamente di consulti telefonici informali.
Ma prima delle rivelazioni di Thomas Mackinson, cronista del Fatto Quotidiano, che hanno indotto Mattarella a chiedere spiegazioni al Ministro della Giustizia Nordio, nessun giornale osava dubitare della sacrosanta decisione del Colle: Il Corriere della Sera, il 12 aprile, con un titolo spettacolare raccontava il coraggio del Colle: “La protesta social non turba il Quirinale: la clemenza non è mai un atto personale. Il presidente è sereno, convinto di aver fatto la cosa giusta. La valanga di commenti negativi di certo non gli ha fatto piacere, eppure se potesse tornare indietro di un paio di mesi, Sergio Mattarella la firmerebbe di nuovo e con analoga convinzione”.
Repubblica raccontava “la nuova vita di Nicole dalle feste ad Arcore al volontariato in Caritas. Oggi lei si spende tra bambini che fanno i compiti e famiglie in difficoltà”. (Poi si scopre che in Caritas non l’hanno mai vista).
Il 14 aprile anche Domani si allinea alla versione quirinalizia e spiega, con un elenco di casi effettivamente tragici, che la clemenza era praticamente un atto dovuto: “Non c’è solo Minetti. Le grazie di Mattarella per motivi ‘umanitari’”.
Poi vi è Il Messaggero, che nella biografia della redenta Minetti inserisce questo passaggio metafisico: “La showgirl si fidanza con l’imprenditore Giuseppe Cipriani con cui vive tra Montecarlo, Ibiza, Miami e Punta del Este in Uruguay. Dal loro amore nel 2018 è nato un figlio”. Naturalmente si dimentica di dire che il figlio è un figlio adottivo, ai quali genitori è stata levata la patria potestà a seguito di una causa legale intentata da Minetti e Cipriani. A far vincere questa clamorosa battaglia legale è stata anche la schiacciante disparità di mezzi economici. I genitori biologici vivevano in miseria assoluta, tanto che usufruivano del beneficio dell’ausiliatoria de pobreza. Non potevano permettersi un avvocato. A rappresentare il minore era Mercedes Nieto, trovata carbonizzata nel giugno 2024 in circostanze ancora misteriose per cui si indaga per omicidio.
Ma queste stranezze e questi dettagli inquietanti non comparivano sui giornali, perché ormai ogni atto del Quirinale è ammantato dall’aura di quell’infallibilità ex cathedra tipica del Santo Padre.
Ma una volta non era così: basta guardare il trattamento riservato dai giornali ad alcuni predecessori di Mattarella.
Nel 1950 il Candido di Giovanni Guareschi pubblica una feroce vignetta che ritrae il Presidente Luigi Einaudi piccolo piccolo, al fianco di un enorme corazziere che presenta le armi a un bottiglione di Barolo. Un magistrato zelante incrimina Guareschi per vilipendio, ma Einaudi – appena lo viene a sapere – monta su tutte le furie. Strapazza il Guardasigilli, che ha concesso l’autorizzazione a procedere contro lo scrittore, poi fa sapere ai giornali che lui non ha nulla a che fare con quella vicenda. “Ma come – confida a un amico – in 85 anni di monarchia i re e le regine sono stati bersaglio continuo della satira, e non s’è mai fatto un processo come questo. La Repubblica democratica è forse meno tollerante della monarchia, al punto di processare chi ironizza sul fatto che il presidente sia stato e voglia restare produttore e venditore di vini?”
Nel 1960 Indro Montanelli, sul Corriere della Sera, smaschera i più indecenti affari corruttivi tra il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi e il ras dell’Eni Mattei, “l’incorruttibile corruttore”, in una serie di memorabili inchieste che fanno tremare il Colle.
Nel 1964, Lino Jannuzzi ed Eugenio Scalfari, in un celebre scoop sull’Espresso, svelano il presunto golpe tentato dal Generale Giovanni De Lorenzo e lo ribattezzano “Piano Solo”.
Ed infine, nel 1975 Giovanni Leone è messo al tappeto dal feroce pamphlet della Cederna, Giovanni Leone – Carriera di un Presidente (in seguito venne denunciata dai figli di Leone e condannata per diffamazione, anche se non tutte le sue accuse, soprattutto all’entourage leonino, erano campate per aria) e dalla martellante campagna dei radicali capitanati da Marco Pannella (che anni dopo, insieme a Emma Bonino, gli chiederà pubblicamente scusa). Queste accuse costringono Leone a lasciare il Quirinale prima della fine del suo mandato.
Erano bei tempi quando i Presidenti della Repubblica erano persino criticabili e non si erano ancora trasformati nella caricatura del Re Sole.
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