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Secondo un sondaggio di Statista nel 2026, a dieci anni dal referendum, il 58% dei cittadini britannici intervistati considera che la Brexit sia stato un errore, contro il 30% che la considera invece la decisione giusta. Questo malcontento ha le sue origini nel lungo e travagliato periodo di transizione che è percorso dal voto del 2016 all’uscita effettiva nel 2020, per poi arrivare fino alle ricadute economiche che l’uscita dall’UE ha avuto sull’economia del paese.
In questo quadro si sta consumando oggi un discreto paradosso. Da oltre un anno (aprile 2025) ad essere primo nei sondaggi con una media che oscilla fra il 25% e il 30% è il partito che un tempo si chiamava proprio Brexit Party e che dal 2019 ha il nome di Reform UK. Il suo fondatore è Nigel Farage, principale ideologo e promotore della Brexit e che ora si prepara, potenzialmente, a diventare il prossimo primo ministro britannico.
Per capire come si è arrivati fino a qui è necessario fare un passo indietro. Le scorse elezioni, svoltesi nel luglio del 2024, hanno visto il Partito Laburista tornare al potere dopo 14 anni di egemonia da parte del Partito Conservatore. In questi anni i governi conservatori oltre ad aver promosso una generale riduzione della spesa e dello stato sociale, hanno dovuto gestire per intero il negoziato con l’UE per l’uscita della Gran Bretagna. Questo processo è stato giudicato negativamente a causa delle poco vantaggiose condizioni che il governo è riuscito ad accaparrare per il paese e le significative perdite di vantaggi economici che ne sono conseguite.

A questo si aggiunge la gestione della pandemia da covid-19, che non solo viene giudicata come confusionaria e poco efficace, ma ha anche messo in luce problemi strutturali del servizio sanitario nazionale (NHS) e che ha portato a diversi scandali che hanno provocato un vero e proprio terremoto all’interno del Partito Conservatore, oltre che ha un significativo calo dei consensi e della fiducia. Lo scandalo principale fu legato all’allora primo ministro Boris Johnson il quale fu scoperto organizzare delle feste a Downing Street mentre nel paese vigeva il Lockdown. Lui e il suo intero ufficio di gabinetto furono costretti alle dimissioni lasciando il posto nel 2022 alla neo leader del Partito Conservatore Liz Truss, il cui governo è caduto tuttavia dopo solo 49 giorni, a causa di una crisi dei mercati finanziari innescati da un contestatissimo piano fiscale.
Ad ereditare la patata bollente fu Rishi Sunak, il quale si è ritrovato a dover gestire una situazione molto complicata. Da un lato vi era la forte crisi economica, innescata dalla Brexit ed esacerbata dalle conseguenze della crisi pandemica e di quella energetica, seguita allo scoppio della guerra in Ucraina; dall’altra parte la crisi politica che ha visto il susseguirsi di una serie di governi brevi, fatto insolito per la politica del paese, e un calo storico dei consensi per il Partito Conservatore.
Nel corso dei due anni di governo Sunak, il Partito Laburista guidato da Keir Starmer ha infatti incrementato costantemente il suo consenso nei sondaggi, capitalizzando il suo vantaggio alle elezioni del 2024 con il 34% delle preferenze, a fronte del 24% dei conservatori. Tuttavia, a partire dal suo insediamento, il partito di Starmer ha visto una repentina riduzione del gradimento principalmente a causa della percepita incapacità di mantenere le promesse fatte in campagna elettorale.
Presentatosi come l’uomo della rinascita, con l’impegno di risanare l’economia del paese e ampliare nuovamente lo stato sociale con significativi investimenti, Starmer, a causa delle ridotte disponibilità delle casse dello stato, è riuscito in realtà a fare ben poco di quanto auspicato. Il governo laburista si è posto di fatto in continuità con la postura austera dei precedenti governi conservatori, ritrovandosi costretto ad aumentare le tasse per tentare di ridurre il deficit, ossia la condizione tale per cui lo stato spende più soldi di quelli che incassa, che si aggira fra il 4,3% e il 5%.

Il livello di inflazione è rimasto alto stabilmente sopra al 3%, circa il doppio di quello italiano, mentre nel 2026 il numero delle persone che vive sotto la soglia di povertà ha raggiunto cifre record, con 6,8 milioni di persone che vivono con un reddito che equivale a meno del 40% di un reddito mediano. 1 persona su 5 (14,2 milioni) vive invece con un reddito inferiore al 60% di un reddito mediano, in quella che è definita come povertà relativa. Di fronte a questa significativa emergenza il governo non è riuscito a garantire sufficienti sussidi e aiuti anche a fronte di un’economia in crescita debole (weak growth) che non permette allo stato di incassare più denaro.
In questo contesto la neo-posizione che vede la Gran Bretagna fuori dall’Unione Europea gioca a suo svantaggio. Innanzitutto perché il paese non può più attingere a prestiti e aiuti dalle casse europee, inoltre perché il suo scardinamento dal mercato comunitario ha reso la sua economia e i suoi mercati più volatili, e quindi meno affidabili agli occhi degli investitori, sempre meno propensi a rilasciare prestiti vantaggiosi o ad acquistare titoli di stato.
Come il nostro presente ci insegna è proprio nei momenti di crisi che le retoriche populiste trovano terreno più fertile. Nel contesto britannico in particolare la crisi non solo è profonda, ma ha una triplice matrice: politica, economica e sociale. Inoltre, i lunghi anni di governo conservatore e l’attuale esperienza laburista hanno via via creato sfiducia nei confronti dei due partiti che si alternano al governo ininterrottamente dal 1931, alimentando le retoriche anti-establishment tipiche del repertorio populista.

Nigel Farage ha tessuto le narrazioni del suo partito proprio intorno a questi schemi; su misura, verrebbe da dire. Ha definito traditori sia il partito Laburista che quello Conservatore, rispettivamente nei confronti della classe lavoratrice e del voto della Brexit. Farage sostiene infatti che gli effetti negativi della Brexit non siano dovuti all’uscita in sé, ma a come i conservatori l’hanno gestita. Ha poi dichiarato come non ci sia “nessuna differenza fra laburisti e conservatori”.
Farage soffia sul fuoco della paura e dell’incertezza. Individua nemici emblematici verso cui incanalare i timori delle persone. Così facendo, fornisce finalmente una risposta alle ansie e alle paure che le persone provano in seguito alla diffusa situazione di crisi. Permette loro di dargli forma, significato e senso. Le mette in comune con quelle di un gruppo più ampio, li fa sentire parte di qualcosa. Le folle si aizzano, la gente si mobilita.
Il più grande di questi nemici è l’immigrazione. Larghissima parte della comunicazione del partito di Farage gira proprio intorno a contenuti che veicolano come sotto-testo il messaggio che vede l’eccessiva immigrazione come uno dei motivi cardine dell’attuale crisi britannica. Questa avrebbe portato alla corruzione dei valori tradizionali che sono stati storicamente alla base della società britannica, deviandola e rendendola incapace di perseguire i propri razionali interessi. Anche qui, il repertorio di slogan e proposte è conosciuto: bloccare le barche, espulsioni di massa, inasprimento delle pene per reati legati all’immigrazione irregolare e riduzione della migrazione regolare. Fra il 2022 e il 2025 in Inghilterra sono state organizzate partecipatissime proteste anti immigrazione al grido “stop the boats” e “send them back”.
Molte delle altre proposte, come il taglio delle tasse o il rinsanamento del servizio sanitario nazionale sono semplici e tutto sommato scontate, tuttavia non viene mai spiegato concretamente come lo si vuole fare. Questo non solo è un aspetto non necessario nella politica odierna, ma per Reform UK sarebbe un’operazione controproducente in quanto costringerebbe a spostare il dibattito sul campo della riflessione e non più della reazione, dove risulta invece tanto più facile ed efficace giocare, quanto meno dispendioso.
Le proposte si fanno quindi significanti vuoti, utili solo a veicolare il consenso e a mobilitare sulla base delle emozioni. In questo senso il dibattito pubblico subisce un profondo processo di astrazione e semplificazione che riduce la sue essenza a “noi contro loro”, contrapponendo due idee, due visioni di mondo descritte come l’una contrapposta all’altra. Reform UK si propone come portatore di un mondo nuovo, in un momento in cui il mondo vecchio e i suoi attori hanno fallito, hanno fatto il loro tempo e necessitano di essere “ri-formati” nel senso più stretto del termine: occorre una nuova forma, che sostituisca quella vecchia.
Tuttavia, a giovare della crisi dei partiti tradizionali, non è esclusivamente Reform UK. Il Green Party of England and Wales sta vivendo il momento più florido in termini di consensi della sua storia. Abituato a percentuali fra il 2% e il 4%, ora con il suo 16% è in lotta stabilmente per il secondo posto insieme a laburisti e conservatori, entrambi dati al 17%. Il 26 febbraio 2026 il partito ha vinto le elezioni suppletive per il seggio di Gordon e Danton, ottenendo il 41% delle preferenze, un record assoluto per il partito. Il leader Zack Polanski si è auto-definito eco-populista con l’intento di utilizzare le stesse modalità comunicative di Reform UK per veicolare messaggi opposti quali ecologismo, inclusione, promozione dell’immigrazione controllata e ampliamento dello stato sociale.

Se Reform UK si propone come alternativa principalmente agli elettori del partito conservatore, ponendosi alla sua destra, allo stesso tempo il Green Party si propone come alternativa ai laburisti, ponendosi alla sua sinistra. La stagione dei sorpassi non è tuttavia finita qui. Da qualche settimana un partito fondato nel febbraio del 2026 è iniziato ad apparire nei sondaggi con stime fra il 3% e il 5%. Si tratta sostanzialmente di una brutta copia di Reform UK, a partire dal nome: Restore Britain. Fondato da Rupert Lowe, un parlamentare eletto per Reform UK ma poi uscito dal partito nel 2025, prende tutte le retoriche e le narrazioni di Reform UK e le militarizza ancora di più portandole all’estremo. Un sorpasso a destra della già molto a destra Reform UK, criticata per essere troppo moderata e troppo critica verso le azioni di Donald Trump. Un Vannacci d’oltremanica, insomma.
In questo contesto di forte apertura nei confronti di nuovi attori politici, sempre più decisi a usare come perno narrativo l’insolutezza dei partiti tradizionali, laburisti e conservatori annaspano. La nuova leader dei conservatori Kemi Badenoch sta cercando di ridare vigore al partito tuttavia con scarsi risultati, nonostante la pessima reputazione che il governo Starmer ha guadagnato negli elettori.
Quanto ai laburisti, oltre a quanto già citato, si è recentemente consumato uno scandalo che ha portato molti analisti a considerare la caduta di Starmer non come questione di “se”, ma di “quando”. Nel 2024 Keir Starmer ha nominato Peter Mandelson, storica figura della politica inglese ma afono di carriera diplomatica, ambasciatore negli Stati Uniti. Nel febbraio del 2026, con il rilascio di nuovi documenti legati agli Epstein Files, è emerso come Mandelson non solo abbia mantenuto rapporti stretti con Jeffry Epstein anche dopo la sua condanna, ma che nel 2009 gli abbia fatto trapelare documenti riservati di alto livello.

Negli ultimi mesi le cronache si sono quindi concentrate molto sul ruolo che Starmer ha avuto nella nomina, in particolare con l’accusa di avere mentito al parlamento e di aver ignorato le preoccupazioni emerse durante il processo di vetting, ossia di controllo di idoneità per la nomina di Mandelson. Questo recente scandalo, insieme al calo dei sondaggi e alla parallela crescita di impopolarità del primo ministro, ha dato via a prominenti voci che vorrebbero una sua sostituzione, anche proveniente dal suo partito.
Il principale candidato sembra essere Andy Burnham, attuale sindaco di Manchester e figura molto popolare. Burnham non potrebbe al momento ricoprire la carica di primo ministro in quanto non è un membro del parlamento (House of Commons) e, se fino a questo momento il partito gli aveva negato la possibilità di partecipare o orchestrare un’elezione suppletiva che lo vedesse come candidato, ora sempre più esponenti del partito laburista appoggiano il suo rientro in parlamento entro la fine dell’anno.
Per molti infatti questa sarebbe la ragione principale per cui Starmer non è ancora stato sfiduciato: solo perché il suo successore non è ancora eleggibile come tale. Tuttavia, il 9 maggio si terranno le elezioni locali in oltre 5000 municipalità e, in caso di una pesante sconfitta da parte dei laburisti, il posto di Starmer potrebbe essere messo in discussione ben prima di quanto fino ad ora immaginato.
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