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Il prossimo 22 e 23 marzo le urne apriranno in occasione del referendum confermativo sulla giustizia promosso dalla maggioranza di governo. La campagna referendaria si accinge quindi ad entrare nella sua fase più accesa e, date le premesse, è lecito prepararsi al peggio.
Toni ruvidi e mistificazioni diffuse sono stati sin da subito elementi imprescindibili sia per il fronte del si, sia per il fronte del no, aprendo a quella che sembra essere diventata una gara a chi la spara più grossa. Meglio, un conflitto fra fantasiosi cospirazionismi che contrappone il desiderio di smantellare la fantomatica magistratura rossa che mette il bastone tra le ruote all’esecutivo (vota si!), all’altrettanto fantasmagorico pericolo della quasi fine della democrazia al quale andremmo sicuramente incontro in caso dovesse passare questa riforma (vota no!). In questo modo il dibattito si sposta su un altro piano, che non ha nulla a che fare con la riforma e men che meno con la ragione, ma bensì con logiche di mercato, di narrazione e di appetibilità, volte a vendere, a far apparire la propria teoria del complotto più attraente dell’altra. Ecco fatto, tolta di mezzo l’ormai desueta ragione, briglie sciolte e via alle danze.
Lo scorso novembre Nicola Gratteri, procuratore di Napoli noto per il suo fruttuoso passato operato contro la ‘ndrangheta, ha inaugurato il proprio impegno per il no ospite a diMartedì, programma in prima serata di La7, leggendo un’intervista in cui Falcone avrebbe affermato la sua contrarietà alla separazione delle carriere. Tuttavia l’intervista non è mai avvenuta, e diversi media hanno presto confermato la sua inesistenza. Il nome di Falcone, insieme a quello di Borsellino, è spesso citato dall’uno e dall’altro fronte, talvolta prendendo e strumentalizzando pezzetti di dichiarazioni, talvolta affermando come “sicuramente” sarebbero contrari oppure a favore della riforma, costruendo le rispettive argomentazioni su presupposti che definire fantasiosi è quantomeno lassista. È banale dirlo ma, estrapolare frammenti di dichiarazioni risalenti al secolo scorso, fatte in un contesto storico profondamente diverso da quello attuale, con il fine di proiettarle su questioni molto puntuali del dibattito contemporaneo, non ha alcun senso, da qualsiasi angolo la si guardi. Il procuratore Gratteri ha inoltre affermato, nel corso di un’intervista per il Corriere della Calabria, che per il no “voteranno le persone perbene” mentre per il sì “ovviamente gli indagati, gli imputati e la massoneria deviata”.
Il principale cavallo di battaglia del fronte del no è la prospettiva che vede la vittoria del si come potenziale attacco alla democrazia in quanto i Pubblici Ministeri finirebbero per essere subordinati all’esecutivo. Questa posizione è condivisa fra gli altri da intellettuali come Massimo Cacciari o Alessandro Barbero, ed è diventata il leitmotiv dell’intera campagna, tanto che il comitato “Giusto dire No”, uno dei più grandi e organizzati in quanto sostenuto e finanziato dall’Associazione Nazionale dei Magistrati, ha affisso cartelloni che citano “Vorresti giudici che dipendono dalla politica? Al referendum vota no”. Questa prospettiva è frutto di un’evidente mistificazione che mette sullo stesso piano due concetti che dovrebbero essere separati, in quanto uno è previsto dalla riforma, mentre l’altro no. I promotori del no affermano che la separazione delle carriere sarebbe il preludio per porre i Pubblici Ministeri sotto il diretto controllo del governo in quanto nella maggior parte dei paesi europei dove la separazione è realtà, i pm sono sottoposti all’esecutivo. Tuttavia la riforma prevede solo la separazione delle carriere e non modifica la natura indipendente dell’operato della magistratura. Inoltre, osservando la situazione europea (come mostrato dal grafico qui riportato e redatto da Pagella Politica) è falso affermare che la separazione delle carriere equivale ad una magistratura dipendente della politica, in molti paesi anzi l’autonomia permane. Inoltre i paragoni coi paesi europei vanno presi con le pinze: ogni sistema giuridico è differente ed è composto da complessissime strutture organizzative. Una separazione delle carriere nel contesto Italiano può essere qualcosa di profondamente diverso rispetto alla stessa separazione introdotta in altri contesti.
Un’altra argomentazione portata avanti dai sostenitori del no, è quella che la riforma non interverrebbe sui problemi più urgenti e strutturali della giustizia italiana; per quanto sicuramente questa posizione sia condivisibile, così facendo ancora una volta si crea un espediente per fuggire dal terreno del merito buttando la palla su quello del benaltrismo.
Dall’altro lato il livello di fantasia non è certamente inferiore. Il giornalista Andrea Cangini, esponente per il sì, ha scritto sull’HuffPost che, siccome nel 1997 l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e allora deputato votò a favore di una proposta, poi risultata vana, di creare due CSM separati, misura prevista dall’attuale riforma, allora «ce n’è abbastanza, crediamo, per ipotizzare che al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati Sergio Mattarella voterà Sì».
Anche dal punto di vista degli attacchi istituzionali non siamo certamente da meno. Il ministro della giustizia Nordio ha dichiarato in un’intervista a ilNordEst che la riforma correggerebbe “l’attuale sistema para-mafioso” che vige all’interno della magistratura. Questo messaggio completa un quadro più ampio di delegittimazione della magistratura portato avanti dal governo Meloni sin da quando si è insediato. I continui attacchi alla magistratura sono utilizzati come arma politico-dialettica sia per giustificare il fallimento di progetti politici, come il ponte sullo stretto o i centri per migrati in Albania, sia per delineare una presunta volontà ingerente da parte dei magistrati nella politica, manifesta ad esempio nel processo per sequestro di persona contro Matteo Salvini conclusosi con l’assoluzione a fine 2025. Questi tasselli si inseriscono all’interno di un più ampio mosaico retorico tipico della destra della seconda repubblica: quello delle toghe rosse. Secondo quest’idea, portata alla luce da Silvio Berlusconi, ci sarebbe all’interno della magistratura uno zoccolo duro di magistrati di sinistra che agirebbe in maniera ideologicamente guidata. La spinta che i partiti di governo hanno dato alle ultime fasi della campagna referendaria va proprio in questa direzione. La stessa Giorgia Meloni è solita pubblicare sui suoi account social, con sempre maggiore frequenza e durezza, sentenze e fatti di giustizia da lei definiti controversi o ingiusti; questi episodi, estrapolati dal loro contesto, vengono strumentalizzati con l’obiettivo di costruire l’immagine di una magistratura inefficace, sbagliata, deviata e che quindi necessita di essere riformata. Questa operazione porta ad un’estrema semplificazione che ignora totalmente il merito della riforma e che crea l’illusione che questa sia assolutamente necessaria in quanto salvifica. In realtà la riforma non agisce in alcun modo sui meccanismi che producono le sentenze che gli esponenti di maggioranza criticano così aspramente, ma la maggioranza gioca sulla retorica del cambiamento e dell’acritico fare, pur di fare qualcosa. La riforma inoltre non abbrevia la lunghezza dei processi, come auspicato da vari sostenitori del si, e, come già detto in precedenza, vederla come un allineamento ai modelli europei ha poco senso.
Di fronte a questo clima nefasto il Presidente della Repubblica, proprio in seguito alle dichiarazioni di Nordio, è intervenuto invitando a rispettare le istituzioni e a mantenere il dibattito su un capo quanto più possibile civile. Tuttavia le fiamme dell’incendio hanno raggiunto una potenza tale che nulla sembra essere in grado di poterle domare. La copertina dei livelli di bassezza che il dibattito ha raggiunto nel corso della campagna referendaria è sicuramente l’accostamento fra due post pubblicati a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro e che hanno fatto molto parlare di sé. Da un lato c’è quello di Fratelli d’Italia che mostra le immagini delle violenze subite da un poliziotto durante la protesta per Askatasuna avvenuta a Torino lo scorso 31 gennaio e che recita “Loro votano no e ringraziano la toga rossa, noi votiamo si”, alludendo al fatto che “loro” siano i perpetratori delle violenze, e dall’altro quello pubblicato dal Partito Democratico dove scorre un video che mostra il saluto romano collettivo in occasione delle celebrazioni neofasciste di Acca Larentia con scritto “Loro votano sì, vota no per difendere la costituzione”.
Questa rappresentazione quasi plastica della polarizzazione mostra tuttavia un elemento comune alle due parti che tanto si raccontano diverse: quello della fuga. Fuga dal merito della riforma, fuga dalla ragione, fuga dalla realtà. È molto più facile orchestrare l’apparente imminenza di una catastrofe per poi propagandare sulla sua scongiura. Poco conta il senso delle cose, la concretezza, la realtà, poco conta se quello che si sta facendo va a beneficio o a maleficio dei cittadini, l’unica cosa che conta è la vittoria, la vittoria a tutti i costi. Soprattutto se adottare la strategia del ragionamento e della spiegazione passerebbe per il rendere comprensibili questioni molto tecniche su cui il cittadino medio ha competenza pari a zero, e su cui anche massimi esperti e conoscitori della materia non concordano o non sono in grado di individuarne effetti concreti. Perché noi possiamo anche illuderci che la pletora di illustrissimi giornalisti che si presenta col bel viso incipriato di fronte alle telecamere delle prime e delle seconde visioni seriali, dei programmi del mattino e del pomeriggio, del pranzo, di ogni altro pasto e di ogni altra ora, con la verità intasca, con la chiave di lettura non solo della riforma ma naturalmente del mondo intero, abbia realmente capito tutto e quindi dobbiamo affidarci alla loro indicazione sul voto si o sul voto no. In alternativa potremmo fare un bel bagno di realtà, e di coscienza, e annoverare noi stessi del fatto che giornalisti tali sono e tali rimangono, e mai avranno la capacità di comprendere con così tanta lucidità le complessità e le profondità del sistema giuridico italiano. Quello dei giornalisti-opinionisti è un altro fenomeno di questa vicenda; fra chi la definisce “schiforma” e chi non vede altro che “toghe rosse” le intenzioni di spiegare il merito della riforma senza la necessità di vomitare la propria opinione, senza basare il proprio racconto attorno a tale opinione, distorcendo la tecnicità delle norme dall’uno o dall’altro lato, sono relegare a rarissime eccezioni. Si potrebbe poi anche arrivare a fare affermazioni eversive del tipo che il giornalismo dovrebbe fare informazione e non opinione. Tuttavia capisco bene che nelle logiche del mondo di oggi è molto più appagante, per l’ego e per le tasche, apparire quotidianamente in tv e diventare opinionisti professionisti, piuttosto che limitarsi a scrivere articoli dietro ad una grigia scrivania.
Giornalisti-opinionisti, o giornalisti-influencer, sono sia vittima che carnefice dall’estrema polarizzazione del dibattito pubblico che costringe alla logica del rialzo; dei toni, degli insulti, della stigmatizzazione dell’altro, il che non fa altro che polarizzare ancora di più. Un perfetto cane che si morde la coda, o meglio vipera che morde se stessa. Questa iper-polarizzazione ci porta a leggere il mondo tramite o la lente “di sinistra” o la lente “di destra” e a declinare tutto quello che accade all’interno di uno dei due paradigmi. Nessuno vuole sostenere che sia sbagliato avere delle posizioni o dei principi politici, ma semplicemente che non tutto quello che accade nel mondo è ascrivibile a tali posizioni e principi. Prendiamo ad esempio questo referendum: si tratta di questioni di natura estremamente tecnica e non ideologica, tanto che molte delle ragioni del sì sono state storicamente sostenute da chi oggi sostiene il no e viceversa. Il dibattito di senso dovrebbe vertere intorno al fatto che siamo scegliendo fra due modelli diversi di organizzazione del potere giudiziario, con il fine di comprendere quale dei due sembra poter essere il migliore per il paese, per il cittadino. Il cittadino dovrebbe essere il fine ultimo del dibattito politico, mentre oggi è diventato il mezzo tramite cui le grandi coalizioni vogliono incassare per se stesse una vittoria politica.
Tuttavia nel mondo delle comunicazioni sempre più fulminee la via della pacata spiegazione è impraticabile, o quantomeno sconveniente. Urlare è molto più facile che spiegare, e urlare nel mondo del bipolarismo riduce tutto, ancora una volta, ai fascisti che fanno il saluto romano contro i comunisti che picchiano un poliziotto. Da che parte stai? Siamo su una campo che non ha nulla a che fare con la ragione, bensì con il sentimento, con la passione, con la fede. Una volta sposata una fede siamo portati a leggere tutto quello che accade tramite la sua lente: la guerra in Ucraina, Trump, il salario minimo, il referendum sulla giustizia, Gaza, l’Iran, il Venezuela, il ponte sullo stretto, Barbero, Fedez e la Ferragni, Sanremo. Poco conta dove sta la ragione, il giusto o cosa ci dice la realtà. L’importante è prendere una posizione netta e cosa fondamentale è che questa posizione sia l’esatto opposto di quella dell’altro. Ecco che in un batter d’occhio ci troviamo arruolati in una delle due grandi squadre e a fronte della complessità del mondo appiattiamo tutto quanto e ci riduciamo ad urlare per la nostra parte politica. Poco conta che i grandi problemi, quelli che incidono realmente sulle nostre vite restino irrisolti da decenni. I salari non crescono, il PIL neanche a parlarne, il divario salariale è notevole, la scuola sforna sempre più analfabeti funzionali, la sanità è fatiscente, le infrastrutture neanche a dirlo, il debito pubblico aumenta e le pensioni sono destinate creare una voragine sempre maggiore al suo interno. In molti scappano, spesso i più capaci, mentre noi rimaniamo qui ad urlare su tutto, su su ogni virgola, rimaniamo incatenati a questa grande illusione, ai grandi proclami, alle grandi indignazioni, senza produrre il minimo cambiamento concreto.
Tutto questo discorso per dire cosa? L’obiezione più immediata potrebbe essere che il referendum, naturalmente, non è solo una questione tecnica, ma anche un passaggio su cui si gioca un’importante partita politica. Sicuramente è così, ma allora non prendiamoci in giro, e non prendiamo in giro chi ci legge. Evitiamo di costruire mondi e presupposti che fungano da espedienti per mascherare l’intenzionalità politica delle nostre azioni. Diciamolo chiaramente: “io voto no per votare contro questo governo” oppure “voto si per appoggiarlo” e “della riforma mi interessa poco”. Questa posizione è assolutamente lecita e fa parte del gioco politico, ma che la si presenti per quello che è, senza ambiguità, senza la necessità di farla apparire più accettabile di quello che è. Un briciolo di sincerità sarebbe il primo piccolo passo per portare la politica fuori dall’impasse estremamente ideologizzata in cui è incagliata ormai da anni, e riportare la centratura del dibattito su problemi concreti per i cittadini. In alternativa si può invece decidere di continuare sulla strada in cui ci si trova ora, quella della partigianeria spinta, quella delle urla e dell’insulto. Ma allora poi che non ci si lamenti se al prossimo referendum, quello proposto da “noi” gli altri inviteranno gli elettori ad “andarsene al mare”, che non ci si lamenti che gli altri urlano, insultano e che sono anche populisti!, che non ci si lamenti che concetti come antifascismo e resistenza siano passati dall’essere patrimonio di ogni singolo cittadino e veicolo di sentimento comune a terreno di scontro e identificazione identitaria, che non ci si lamenti se ormai gli elettori che non votano sono più di quelli che votano, che non ci si lamenti se gli indici di fiducia verso classe politica, istituzioni, magistratura e sindacati sono ai minimi storici. In tal caso si accetti la propria pochezza, senza illudersi d’esser grandi, o ancora peggio di essere degni eredi di quelli che grandi nel nostro paese lo sono stati veramente, i cui nomi sono così di frequente sulle bocche di quello o dell’altro politico, che non potendo appellarsi alle proprie capacità, non avendone sostanzialmente alcuna, è costretto a sperare che accostare il suo nome a quello di un grande renda meno piccola la propria esistenza.
Autore
Francesco Ferretti