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Cos’è “casa”?
Ognuno ha una risposta diversa a questa domanda: “casa” può essere un edificio, una città, una persona. In linea di massima, “casa” è un luogo, fisico o no, in cui ci sentiamo al sicuro, dove possiamo essere noi stessi – senza che il mondo esterno ci giudichi – e in cui chiudere gli occhi consapevoli che, riaprendoli, saremo ancora lì, ancora al sicuro.
Ebbene, identificare una casa in tal modo è un lusso che tantissime persone a questo mondo non possono più permettersi. Non stiamo parlando di avere una villa dal valore milionario, ma del basilare diritto umano a possedere un posto in cui rifugiarsi per allontanarsi dal rumore del mondo esterno.
I dati ONU parlano chiaro: al 2025, sono più di 117 milioni – a stare bassi – gli esseri umani, di tutte le età, che sono sfollati, che una casa non ce l’hanno e, forse, molti di loro, sono nati senza mai averne una.
Decine di milioni di persone vivono da sfollate all’interno dei loro stessi paesi, a seguito di guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti umani di ogni sorta. Costretti ad abbandonare l’edificio che hanno ereditato dai familiari oppure acquistato con i sacrifici di una vita, ora sono ridotti a (soprav)vivere nei campi profughi, in tendopoli fatiscenti, sporche e in balìa degli eventi atmosferici. Hanno più la forma di animali in trappola che di esseri umani con dei diritti, dei sogni, delle ambizioni.
Ricordo – e forse una parte di me non vorrebbe farlo – che sotto Natale, mentre tutto l’Occidente cristiano si scambiava inutili regali, e contraddiceva il messaggio stesso del suo Messia, a Gaza decine di bambini e bambine si trovavano in tende instabili e strappate dal vento, dove morivano di freddo e fame, stremati dalle conseguenze delle inumane condizioni di “vita” – se così vogliamo chiamarla – a cui sono stati costretti dalle genocidarie campagne militari del governo israeliano. Le immagini di questi piccoli corpi deperiti, deboli, immobili hanno mosso qualcosa nelle nostre menti, a maggior ragione in un periodo di festività: ci hanno ricordato quanto siamo privilegiati.
Non solo a Gaza. In Sudan, il numero di sfollati interni, di persone che non hanno più nulla – né identità né speranza – è così alto che corrisponde al 16.67% dell’intera popolazione italiana: 10 milioni di persone. Praticamente il triplo vive ogni giorno con il dubbio se riuscirà a mangiare o meno.
E ancora, l’infame guerra che gli Stati Uniti e Israele hanno avviato contro l’Iran si è allargata anche al Libano, paese che ormai da decenni subisce impotente le angherie del suo vicino meridionale. Anche qui la situazione è tra le più tragiche al mondo: in pochissimi giorni, più di un milione di persone, 400.000 delle quali sono bambine e bambini, ha dovuto abbandonare tutto. Ricordi, oggetti personali, giocattoli, sogni si sono infranti sotto le potenti bombe dell’IDF, costruite grazie agli infiniti finanziamenti provenienti da tutto l’Occidente.
Tanto quanto quelli di Gaza, anche i civili libanesi nella maggioranza dei casi non avrebbero comunque un posto dove tornare, pure se i bombardamenti israeliani dovessero cessare del tutto; il livello di distruzione in queste regioni, infatti, è elevatissimo e, spesso, ciò che rimane non sono che macerie, lapidi della vita di chi abitava questi luoghi.
La popolazione civile non subisce solo lo sfollamento forzato dalle proprie case, bensì anche la cancellazione e la damnatio memoriae di queste ultime. Nulla di ciò che è stato loro deve essere ricordato.
L’elenco dei luoghi in cui centinaia di migliaia – quando non milioni – di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case è ancora lunghissimo, ci sono paesi come lo Yemen, la Siria e l’Ucraina che vi rientrerebbero senza problemi.
Dobbiamo ricordarli tutti – anche quelli che non sono riuscito a citare e questo è certo – ma, oltre a commuoverci e indignarci quando apprendiamo della morte per stenti di bambini talmente tanto piccoli da non capire nemmeno perché si combatta, è quanto mai necessario rivoltarci.
Possiamo davvero accettare dei politici che prima sventolano le bandiere della famiglia o della protezione dei bambini e poi quando i bambini muoiono davvero mettono la testa sotto la sabbia, limitandosi semmai a esprimere “indignazione”? Non dovremmo chiedere conto e punire, non rieleggendoli, tutti coloro che hanno sminuito la sofferenza di centinaia di milioni di persone ovunque nel mondo, mentre loro vivono tranquilli e agiati, senza sentire in alcun modo le conseguenze delle loro scellerate decisioni?
È chiaro che di queste 117 milioni di persone, la maggior parte sia vittima di conflitti, scontri e guerre che sono legati, in un modo o in un altro, al grande capitale, agli interessi imperialistici ed economici di un’élite mondiale avida e senile, al mantenimento di un sistema basato sull’ingiustizia che ormai sembra attaccato alle macchine.
Forse, è ora di staccargli la spina una volta per tutte per verificare se davvero, come diceva l’Old Witch Margaret Thatcher, «non ci sia nessun’altra alternativa».
© Punto e Virgola
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