Se è vero che la Storia è la migliore insegnante, noi siamo i peggiori alunni.
C’è un paese, laggiù in Africa, che ha la bandiera quasi uguale a quella della Palestina – stessi colori, medesimo significato ma diversa disposizione – che però in pochi conoscono. È il Sudan, indipendente dal 1956, nonché nazione più estesa dell’Africa fino al suo “parto”: nel 2011, infatti, da esso si è scisso lo Stato più giovane del mondo – il Sud Sudan – dopo un travaglio lungo, complesso ma soprattutto violento.
Pochi giorni fa i sudanesi sono entrati nel quarto anno di guerra civile, nel silenzio quasi totale del sistema d’informazione occidentale. Un po’ di tempo fa, ho avuto la fortuna di intervistare due persone, con background molto diversi, che hanno vissuto la guerra in Sudan sulla propria pelle. In questo articolo riporto a voi le loro parole, nella speranza di far conoscere questa terribile crisi umanitaria a chi ne fosse ancora digiuno.
Partiamo da un piccolo salto nel tempo. I recenti eventi che occorrono in Sudan sono legati a doppio filo al suo “signore e padrone” – Omar al-Bashir – che ha guidato il paese ininterrottamente dal 1989 al 2019. In quell’anno, dopo una serie di proteste della società civile, Al-Bashir fu costretto ad abbandonare il potere e il Sudan sperò che quello sarebbe stato il primo passo verso un futuro democratico.
La transizione politica sudanese fu interrotta bruscamente da un altro “uomo forte” – il generale Abdel Fattah al-Burhan – che nel 2021 rovesciò l’esecutivo civile di Abdallah Hamdok (che fu anche presidente per pochi mesi dopo il colpo di Stato). Fu l’inizio della fine. La guerra in corso ebbe inizio di lì a pochi anni – il 15 aprile 2023 – e venne innescata dall’ennesimo “uomo forte” – il comandante Mohamed Hamdan Dagalo – e dal suo esercito privato, le RSF (Rapid Support Forces), che attaccarono le posizioni dell’esercito regolare in diverse zone del paese, compresa la capitale Khartoum. All’origine di queste operazioni militari c’era un gioco di potere tra Dagalo e al-Burhan; un gioco le cui pedine sono milioni di civili sudanesi.
Ma chi sono le RSF? Si tratta di un gruppo paramilitare nato dalle “ceneri” dei celebri janjawid (“demoni a cavallo”), che a inizio Duemila si macchiarono di atti genocidari, massacri, stupri, razzie e altre aberrazioni ai danni della popolazione civile non araba del Darfur (una regione nel Sudan occidentale). Ebbene, varie indagini condotte a livello internazionale hanno dimostrato che le armate di Dagalo sono economicamente legate agli Emirati Arabi Uniti e al loro presidente, Mohammed bin Zayed al-Nahyan.
L’evento che ha brevemente riacceso l’interesse dei media per il Sudan è stata la conquista di al-Fashir – ultima grande città del Darfur sotto controllo dell’esercito regolare – da parte delle RSF, durante la quale sono state brutalmente assassinate almeno 2.500 persone (ma secondo alcune stime i numeri sarebbero ben più alti).
«Le atrocità che si stanno verificando ad al-Fashir erano previste e prevenibili, ma non sono state impedite». Queste parole dell’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU – Volker Turk – risuonano in un vuoto umanitario lasciato dai paesi del cosiddetto “primo mondo”, paladini di giustizia e democrazia, ma solo fin quando la pelle dei massacrati è uguale alla loro.
Dall’Italia al Sudan In un paese come il Sudan, dove la guerra è iniziata ancor prima del genocidio palestinese, ci sono alcuni enti che cercano di rompere il silenzio e l’inazione delle istituzioni occidentali ed Emergency è uno di questi. Ho avuto il piacere di intervistare il dr. Franco Masini – cardiologo parmigiano – che collabora con l’organizzazione fondata da Gino Strada sin dal 2013 e che tra 2020 e 2024 ha coordinato il Salam Centre for Cardiac Surgery a Khartoum.
Ha raccontato la storia di questo luogo, aperto nel 2007, spiegando che il motivo per cui esiste è «dare delle cure all’Africa che non siano solamente di base ma anche di alto livello». Nonostante questo – come d’altronde accade spesso in contesti di guerra o crisi – l’ospedale risulta spesso essere pieno, con lo staff costretto a operare delle scelte molto complesse per decidere chi ricoverare e chi, invece, far tornare in un secondo momento. «Questa è una delle cose più complicate, forse la più complicata, che ti trovi ad affrontare in una situazione del genere», afferma Masini a riguardo.
Quando il Salam Centre iniziò la propria attività, sebbene il Sudan fosse ancora sotto lo stivale di al-Bashir, Emergency riuscì ad accordarsi col governo perché desse alla struttura una parte dei fondi necessari per mantenerla aperta. Purtroppo, questo accordo è venuto meno nel 2023, perché con l’inizio delle ostilità «tutti i soldi sono andati all’industria bellica», spiega Masini. Proprio in relazione a ciò, secondo lui «qualsiasi intervento delle organizzazioni nazionali governative e internazionali sarebbe non solo utile, ma indispensabile».
Le difficoltà sono tante ma lo staff dell’ospedale continua a lavorare incessantemente per curare tutti i bisognosi – anche combattenti di entrambi gli schieramenti, purché lascino le armi all’ingresso – ed è una fortuna che sia così, perché il Salam Centre è l’unico ospedale internazionale rimasto a Khartoum. Nel resto del paese, infatti, la situazione non è certamente più rosea, perché – dice Masini – «un buon 80% degli ospedali nelle zone di guerra è stato occupato, saccheggiato o distrutto».
Il 15 aprile 2023 ha cambiato la vita di milioni di persone: un’economia nazionale già vacillante è colata a picco e a ciò va sommata la scarsità di elettricità, acqua potabile e alimenti. Anche il Salam Centre e il dr. Masini hanno subito le conseguenze dell’economia bellica, tanto che quest’ultimo afferma che «ogni giorno dovevamo spendere 10 mila dollari per far andare i generatori».
E l’Occidente dov’è in una situazione così tanto grave? Come spesso accade, le sue istituzioni ignorano le sofferenze della popolazione e guardano altrove per fare “affari”: in particolare verso i maggiori finanziatori delle RSF, gli Emirati Arabi Uniti. Questi ultimi hanno acquistato per anni armamenti di fabbricazione europea, che (come dimostrato da France24) hanno poi fornito alle milizie di Dagalo, nonostante il divieto imposto agli Emirati di vendere tali armi e la presenza di un embargo internazionale che vieta l’invio di simili prodotti al Sudan. Il dr. Masini critica aspramente l’inazione di un Occidente che «ha fatto poco e niente», affermando che quella sudanese sia «una situazione simile, se non peggiore, a quella di Gaza».
Dal Sudan all’Italia Il dr. Masini ha scelto di andare dall’Italia al Sudan; contrario, invece, è stato il viaggio di Ahmed Hassan. Ventinove anni e nato nel Darfur, Ahmed ha partecipato da giovanissimo alle manifestazioni antigovernative ed è stato imprigionato due volte. Nel 2018 prende la decisione di andarsene, direzione Italia, perché – come mi ha detto – «in arabo c’è un detto che recita kullu aṭ-ṭuruqī tu‘addī ‘ilā rumā» (“tutte le strade portano a Roma”). Prova la traversata ma viene arrestato dalla Guardia Costiera Libica ed è imprigionato ancora, questa volta per 45 giorni. Al secondo tentativo, finalmente, le cose vanno bene: Ahmed arriva in Italia nel 2020. Attualmente, collabora con CIAC, un’organizzazione di Parma che si occupa dell’accoglienza di persone migranti.
Le parole di Ahmed differiscono per tono da quelle del dr. Masini; infatti, in lui si percepiscono distintamente la vicinanza alla situazione e il coinvolgimento emotivo. «Secondo me loro [le RSF] non hanno un vero obiettivo: vogliono solo uccidere delle persone, rubare soldi e basta. Non hanno a che fare col popolo sudanese». Ahmed racconta l’insensata violenza delle RSF – volta unicamente ad instillare terrore nei civili – in modo particolarmente sentito ma non risparmia critiche nemmeno all’esercito regolare che, secondo lui, «ha sbagliato tanto nei confronti del popolo sudanese»; ciononostante, però, la sua posizione rimane molto netta: «Io in questo momento mi schiero con l’esercito».
Dall’alto del nostro privilegio, ci risulta impossibile immaginare di avere parenti o amici intrappolati in un paese in guerra; per Ahmed, invece, è la normalità. Ha raccontato di come una sua zia e suo nipote si siano trovati in mezzo al bombardamento di un mercato; la donna è morta, mentre il ragazzo ha perso un piede. Per quanto riguarda i genitori e i fratelli di Ahmed, egli afferma che «stanno bene» ma che «in questo momento nessuno sa cosa stia succedendo lì, perché non c’è la connessione da quando è scoppiata la guerra».
Dinanzi a istituzioni silenti, ciò che rimane alla gente comune è far sentire essa stessa la propria vicinanza alla popolazione sudanese. A seguito delle atrocità di al-Fashir, i media occidentali sono tornati, per un breve periodo, a parlare di Sudan e ciò ha anche risvegliato le coscienze della gente comune che – non per sua colpa – era digiuna di informazioni su questa situazione. Anche secondo Ahmed, d’altronde, «moltissime persone si stanno accorgendo della gravità della questione sudanese».
La speranza che arrivi la pace, anche se sopita, continua a esistere nella mente di Ahmed, che mi ha detto che «quando libereremo il Sudan, vedremo chi ha sbagliato e dovrà pagare davanti alla giustizia. Perché la giustizia, sì, arriverà».
Cosa si può fare? La guerra in Sudan è un evento molto recente ma, nonostante ciò, è riuscita ad ottenere delle statistiche sconcertanti. Le Nazioni Unite l’hanno definita «la più grave crisi umanitaria al mondo». Dal 2023, più di 70 mila persone sono state uccise, oltre 12 milioni sono state forzatamente sfollate e circa 25 milioni fronteggiano giornalmente condizioni di fame estrema.
In Sudan si muore ogni giorno – di proiettili, di stupro, di fame, di sete – mentre i potenti del mondo mettono la testa sotto la sabbia o, peggio, finanziano i perpetratori di gravissimi crimini contro l’umanità. Sia l’esercito regolare sia le RSF hanno commesso palesi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani e i responsabili devono essere perseguiti secondo le modalità previste dal diritto internazionale umanitario.
In una simile situazione, non possono che essere le persone comuni a fungere da cassa di risonanza per i lamenti dei sudanesi. Per far sì che le speranze di Ahmed si realizzino e che le voci dei civili in Sudan siano ascoltate, la società civile deve battersi perché i governi occidentali – soprattutto europei – cessino la vendita di armi agli Emirati Arabi Uniti e si attivino realmente per il raggiungimento di una pace duratura il prima possibile. Sarebbe ora che dimostrassero di saper seguire i valori con cui amano identificarsi.
Non esistono guerre o crisi umanitarie di serie A o di serie B. La sofferenza è sofferenza sempre.
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