È giusto che un cantante italiano, un uomo o una donna di spettacolo si schieri pubblicamente in un dibattito politico?
È questa la domanda che molti si stanno ponendo dopo aver ascoltato il cantautore Francesco De Gregori che, con il suo consueto sguardo umbratile e la barba canuta, durante la conferenza stampa di presentazione dei concerti Nevergreen al teatro Out Off di Milano, ha pronunciato parole fortemente critiche a detrimento di quei cittadini — musicisti, artisti, uomini di spettacolo — che utilizzano la propria risonanza mediatica, grande o piccola che sia, per sensibilizzare il pubblico su temi etici o per schierarsi apertamente in un dibattito politico.
La sua risposta, in sostanza, è questa: no, non è giusto; ed è persino imbarazzante.
La mia, invece, è diametralmente opposta: sì, è giusto. Anzi, è necessario. Perché esercitare un diritto non è mai imbarazzante; semmai, è imbarazzante immaginare una democrazia in cui la parola debba essere concessa soltanto ad alcuni.
Il Nostro, forte della propria autorevolezza e di molti anni trascorsi nel cuore della vita pubblica italiana, sostiene infatti che a pronunciarsi debbano essere persone autorevoli, che hanno un «ruolo», sono «predominanti» e possiedono «titoli». Ed è qui che il suo ragionamento si traduce in una geometria della parola rigidamente gerarchica, nella quale pochi parlano e molti ascoltano. Una democrazia ridotta a platea. Un’oligarchia del discorso.
O lettori, o lettrici, affermo che il nostro maestro debba essere rimandato in “filosofia democratica”; si è forse dimenticato la celebre frase che ha scritto nella sua canzone La storia? («La storia siamo noi, nessuno si senta escluso.») A quanto pare sì, ma per la smemoratezza non ho rimedi; invece, per il debito in filosofia democratica, posso condividere con lui una nozione fondamentale: la democrazia si fonda su alcuni pilastri; tra questi c'è la PLURALITÀ DELLE OPINIONI. La “pluralità delle opinioni” è un concetto che non può essere dato solamente dal contenuto eterogeneo di tutti i pensieri e dall'azione del pronunciarli, ma anche dalle tante figure differenti che li esprimono. Queste tre sfere compongono — a mio avviso — l'attuazione del diritto promosso nella nostra Costituzione. Per questa ragione, è giusto che di ogni tema parlino la fornaia, il lattaio, il barista, l'operaio, l'avvocata, il cantante e così via, in quanto cittadini ma anche come voci specifiche ed essenziali per un dibattito democratico pieno. Il pensiero opposto, cioè quello di ritenere che debbano essere solo alcuni a parlare dei temi più importanti, porta all'inesorabile digradare della democrazia e, scendendo nel particolare, del pensiero colto, alto e impegnato nei testi delle canzoni... Quanto mi manca De André, lui non aveva paura di esprimersi!
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