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Abituato a esordire ricordando all’intervistatore di turno la ‘’svalutazione della tecnica’’ teorizzata da Croce, proseguiva spesso con un lapidario ‘’nell’intuizione, è già presente tutto’’. E, quindi, si tratta in fondo solo di ‘’dare corpo ad una intuizione’’. Nel suo caso, un perenne susseguirsi, senza soluzione di continuità, delle più disparate e, almeno apparentemente, contraddittorie intuizioni. Il verbo sgarbiano si è quindi di volta in volta incarnato nella bonomia del critico intento a svelare ai profani i misteri dell’arte, come nella indiavolata acredine di un politico che, a dire il vero, è sempre più apparso come la caricatura piuttosto che l’originale. A questo punto, però, bisogna tornare all’inizio. L’apparire, dall’estetica crociana, esce rafforzato: se l’intuizione è buona, a che serve infiocchettarla con gli orpelli della tecnica? E, dunque, Sgarbi seguì a ruota la parabola politica di Silvio Berlusconi che, intanto, gli aveva procurato un posto nelle sue televisioni. In breve tempo, Sgarbi era divenuto un volto noto nelle case degli italiani. A partire dalle sue prime apparizioni al Maurizio Costanzo show negli anni Ottanta, si era trasformato in un vero e proprio fenomeno popolare paragonabile, se vogliamo, e con i dovuti distinguo, a Carmelo Bene, anche lui assiduo frequentatore del salotto di Costanzo. I voti, quindi, non mancarono ed egli, che già era stato parlamentare coi liberali e sindaco a Salemi e a San Severino, si ritrovò in parlamento anche in quella che fu a tutti gli effetti la prima legislatura della ‘’seconda repubblica’’ (1994-’96). Ma egli non sedeva fra i banchi di Forza Italia: difatti, avvicinatosi a Pannella fin dall’inizio della sua esperienza politica, egli formò col leader radicale una paradossale alleanza destinata a durare fino alla fine del decennio.
E se già sappiamo che sarebbe inutile dare al personaggio una connotazione troppo netta, lasciamo qualche aggettivo qua e là alla rinfusa: liberale, radicale, a volte persino socialista, mai comunista, ammiccante (nei confronti della Chiesa) ma sostanzialmente laico. Ed è sfuggito pure qualche avverbio: era un esercizio, evidentemente, inutile. Comunque, nel ‘98, con al governo il centro-sinistra de L’Ulivo, egli tenta, riuscendo, di rompere l’isolamento aereo della Libia di Gheddafi. Partito da Lampedusa con due piccoli piper, atterrerà con successo a Tripoli. Quindi, nell’ordine: il critico d’arte, il personaggio televisivo, il politico e, infine, una vena vagamente dannunziana (inguaribilmente egoriferita) che finirà poi per caratterizzare per intero la sua figura. Il filo rosso che lega e tiene assieme tutto ciò è il gusto per la polemica gratuita che ha sempre portato Sgarbi a cercare le luci della ribalta e a trovarle in avversari che, incapaci di capire e prevedere i suoi atteggiamenti, finivano trascinati sul suo terreno. Un terreno accidentato, fatto di citazioni dotte e sparate di rara volgarità. Quando domandò a una malcapitata esponente pentastellata, in diretta televisiva, chi fosse Vittorino da Feltre, la sventurata rispose ponendo sul tavolo alcune spinose questioni riguardanti contenziosi passati tra Sgarbi e l’amministrazione pubblica. Da quel momento in poi, da quando la sventurata pronunciò la parola ‘’furto’’, lo studio fu inondato da una valanga di insulti diretti ora direttamente alla persona, ora a Grillo, ora ai pentastellati. E questo fu sempre il suo modus operandi. E non solamente coi politici: indimenticabili i suoi attacchi a Cacciari, così come il suo rapporto di amore e odio sviluppatosi, nei decenni, col suo concittadino Franceschini.
Esiste, però, sottotraccia, e nemmeno troppo in verità, un altro e ben più solido centro di gravità, se non permanente, quantomeno capace di tenere assieme i diversi e, come si è detto, contraddittori aspetti di Sgarbi: Arcore. La capitale della Brianza berlusconiana, nonché quartier generale di quello che all’epoca tutti chiamavano ‘’il biscione’’ (poi si capirà il perché, potrebbe malignare qualcuno), ovvero il gruppo Fininvest. In quegli anni Berlusconi aveva attorno a sé, debitamente coltivata a suon di ruoli televisivi, prebende politiche e favori più o meno disinteressati, tutta una corte rinascimentale di personaggi che, negli anni, avrebbero caratterizzato la vita pubblica di questo Paese. Fra questi, Sgarbi giocò la parte del Bibbiena. E spero, a dire il vero, che qualcuno, a tu per tu con lui, abbia colto l’occasione per ricordargli di quel cardinale originario, appunto, del minuscolo borgo di Bibbiena, legatissimo a Casa Medici e, eppure, così intimamente libero. Il Bibbiena, difatti, nei primi decenni del Cinquecento tramò in favore del ritorno dei Medici al potere in Firenze, tessendo una fittissima rete di relazioni in tutta Italia, occupandosi della corrispondenza del cardinale Giulio Medici, il futuro Clemente VII, così come delle tresche amorose dei suoi amici. Il suo epistolario è, forse, la cosa più viva che sia rimasta di quel periodo storico. Non so se dirà lo stesso, fra Cinquecento anni, delle strabordanti conversazioni di Sgarbi con sé stesso, nelle quali alternava giudizi ad aneddoti, parabole e immancabili turpiloqui, ironizzando su tutto e su tutti, persino sopra il suo padrone, Silvio Berlusconi, che amava accostare al proverbiale Idiota di Dostoevsky. Ma sono piuttosto certo del fatto che qualcuno troverà interessante riascoltare (sempre che fra Cinquecento anni ci sarà qualcuno, e che avrà ancora senso il verbo ascoltare) le parole di Sgarbi per farsi un’idea di cos’era questo luogo del mondo in quegli anni. Anni che sono, poi, lo ieri di questo oggi. Un oggi, forse, per la prima volta, senza più Sgarbi.
Anche Bernardo Dovizi da Bibbiena se ne andò giovane, nel 1520, a solo cinquant'anni, e anch’egli preferì affastellare qua e là, nelle sue lettere, intuizioni su intuizioni. Del suo genio, ci resta una sola commedia: La Calandria, del 1513. Per il resto, solo la memoria di un politico e uomo di Chiesa (all’epoca, sinonimi) estremamente arguto. Poco, ma comunque meglio di nulla. E ora che, come ha detto qualcuno di molto vicino a lui, ‘’l’anima di Sgarbi è volata via’’, penso e credo si debba riconoscere, al di là di tutto, il lascito di un politico arguto, di un cortigiano mai servile che tentò, invano, di influenzare positivamente il suo padrone. Un personaggio spesso scomodo, ingombrante, a volte persino grottesco nel suo irriducibile bisogno di entrare in urto con tutto ciò che incrociava lungo la sua strada. Allo stesso tempo, resta chiaramente il rimpianto per tutto ciò che Sgarbi avrebbe potuto essere e, però, non è stato: intravediamo, comunque, il potenziale inespresso, per fare un esempio, nelle parole che rivolse a Giuseppe Conte, all’atto di esprimere la fiducia al suo primo governo. Anno 2018, Lega e 5stelle si presentano alle camere guidati da Conte, con quello che loro stessi avevano definito ‘’il governo del cambiamento’’. Prima della votazione, interviene Sgarbi: ‘’Lei (rivolto a Conte), è il vicepresidente di due vicepresidenti (Di Maio e Salvini)’’ - e l’aula esplode in un fragore di risate. Quindi, Di Maio, destinato a diventare ‘’un nuovo Alfano’’ (profezia quant’altre mai vera). Poi, l’intero Movimento5stelle, che verrebbe esorcizzato proprio se lasciato governare: Sgarbi ricorda Jung, segnalando all’aula l’imperfezione della trinità rappresentata dall’assenza, in essa, del Diavolo. Quindi, infine, la sua dichiarazione di fiducia al governo Conte. Meglio ricordarlo così che con il vaffanculo detto tra i denti a Barbara d’Urso (anche se, in fondo, è stato divertente) o simili. Meglio ricordare, insomma, le intuizioni di Sgarbi, rispetto a ciò che nel concreto egli fece. Del resto, il Bibbiena fu anche un cortigiano disposto a tutto pur di compiacere i Medici, ed eppure noi sappiamo che fu anche altro, e altro ancora avrebbe potuto essere.
Sgarbi è vivo. Eppure, non è più lui. Lo scandalo dei dipinti rubati ha definitivamente distrutto la sua onorabilità professionale, già ammaccata (eufemisticamente) da una trentennale militanza politica e televisiva che Sgarbi sempre intese come esperienza ‘’totalizzante’’. Allo stesso tempo, con quest'ultimo scandalo si è anche arrivati al termine della sua parabola politica. Ha dato alle stampe l’ennesimo libro, neppure un anno fa, certo. E, ogni tanto, appare persino in televisione. Eppure, tutti hanno capito che non si tratta della stessa persona. Inutile definire il malore, che si chiama anzitutto tempo. Egli ne è uscito logorato: ci si era gettato dentro a capofitto, forse senza considerare, spesso, le conseguenze delle sue azioni. Capita quindi che l’ultimo dei perdigiorno si trovi a fare la paternale a uno Sgarbi annichilito dalla, proverbiale, insostenibile leggerezza dell’essere? Già, capita anche questo. Sta di fatto che, se è vero che l’uomo è, come si soleva ripetere nelle botteghe degli artigiani fiorentini, un grande miracolo, così potremmo definire Sgarbi. Un fatale monstrum che, avendo la senilità ‘’in gran dispitto’’, ha deciso di andarsene in anticipo, lasciandoci la sua caricatura, indegni come siamo di avere a che fare con la verità della sua persona. In fondo, è sempre stato così: si è sempre parlato addosso convinto che quella fosse l’unica forma di conversazione che valesse la pena di condurre.
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