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Le scuole sono terminate da poco più di un mese, l’estate è più viva che mai; eppure il dibattito sulle riforme scolastiche per il nuovo anno continua, accompagnato dalle critiche di studenti, insegnanti ed esperti. È proprio il ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara, al governo dal 2022, a spingere per ‘rinnovare’ l’istruzione italiana, spesso provocando confusione e critiche in primis tra studenti ed insegnanti.
Uno dei primi disegni di legge è stato approvato definitivamente dal Parlamento già nell’estate del 2024 ed entrerà ufficialmente in vigore dalle classi prime del prossimo anno scolastico (26/27): si tratta della tanto discussa ‘riforma degli istituti tecnici’.
Il cambiamento maggiore riguarda la durata del percorso: gli anni di studio scendono da 5 a 4 anni. Al termine dei 4 anni si sostiene il solito Esame di Maturità, che avrà lo stesso identico valore legale del diploma quinquennale. L’altra novità è che i diplomati avranno una corsia preferenziale di accesso diretto, quindi senza test d’ingresso, agli ITS Academy, gli Istituti Tecnologici Superiori, che sono percorsi di alta specializzazione tecnica. L’istruzione tecnica continuerà ad essere suddivisa in due grandi macro-settori: quello economico e quello tecnologico-ambientale. Uno degli aspetti più discusso è proprio il cambiamento del programma, come si può affrontare un programma di 5 anni in solo 4? Il cambiamento è drastico: per far spazio alle materie professionali vengono ridotte le ore di materie come italiano e storia; vengono aumentate le cosiddette materie STEM e dell’area di indirizzo (informatica, meccanica, chimica…).
La riforma non si ferma però agli istituti tecnici, bensì tocca anche i licei. Qui l’obiettivo è stimolare la motivazione degli studenti, tanto che ogni materia conterrà una sezione intitolata: "Perché studiare questa disciplina”. Innanzitutto, nel biennio viene cancellata la geostoria e la geografia torna a essere una materia autonoma. Le nuove modifiche riguardano poi soprattutto i programmi: si vuole un maggiore focus sull’occidente, più letture nel biennio e, infine, entra nei programmi anche l'Intelligenza artificiale sia come oggetto di studio sia come supporto.
Piccoli cambiamenti investiranno anche il primo ciclo d’istruzione. Alle elementari viene inserito l’obbligo di curare la grafia e l’uso del corsivo, per contrastare gli effetti negativi della digitalizzazione. Inoltre, si torna a valorizzare l’apprendimento a memoria di poesie e lo sviluppo del lessico. Alle scuole medie, invece, la novità è il latino: a partire dalla seconda e terza media, gli studenti avranno la possibilità, se data dall’istituto, di avvalersi di questa lingua. Infine, viene potenziato lo studio dei miti classici e dell’epica, sempre nell’ottica di radicare la conoscenza della cultura occidentale.
Da diciassettenne che la scuola la vive ogni giorno, seduto dietro a un banco, l’effetto che fanno questi decreti ministeriali è strano. Probabilmente la scuola reale, quella che noi studenti viviamo, è diversa da quella immaginata nei palazzi della politica. Il termine “Merito”, orgogliosamente aggiunto al nome del Ministero, si rivela ormai una parola vuota se non viene accompagnato da una vera valorizzazione della persona. Oggi la scuola è pronta a sfornare “capitale umano” pronto per le aziende, piuttosto che formare cittadini consapevoli, critici e completi.
Ciò di cui si dibatte di più sono le grandi assenze di questa riforma. In un’epoca segnata da una ormai crisi relazionale tra i giovani, le nuove linee guida continuano a ignorare la richiesta di introdurre un’educazione sessuale e affettiva completa, strutturata e continuativa. Allo stesso modo, continua a mancare l’educazione politica e una vera educazione civica, che troppo spesso è affrontata in una lezione tanto per assegnare quel voto richiesto in pagella. Non esistono laboratori vivi di partecipazione, non esistono spazi di dibattito né informazione su ciò che succede intorno a noi.
Il simbolo massimo della scuola giudicante rimane l’Esame di Stato, da quest’anno tornato a chiamarsi Esame di Maturità. Girando sui social a fine giugno mi sono imbattuto diverse volte in veri e propri sfoghi o lamentele di studenti: puoi fare 5 anni eccellenti, per poi rischiare di essere “buttato giù” da due prove scritte dove, a fare la differenza, spesso sono solo l’ansia del momento, la fortuna o la severità della commissione.
La sensazione è di una riforma che voglia guardare al futuro con uno sguardo antico: si tagliano tempi, il pensiero critico e la cultura in nome dell’efficienza produttiva, lasciando i giovani completamente soli davanti alle complessità emotive, sociali e politiche del mondo contemporaneo. Decisamente ancora non una scuola del “merito”.
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