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Il passato 25 marzo era la giornata in memoria della schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi; una parte lunga e drammatica della storia mondiale. La tratta atlantica (o transatlantica) degli schiavi africani fu un processo che durò dal XVI al XIX secolo, che vide il commercio di schiavi attraverso l’Oceano Atlantico. In quei tre secoli di storia oltre 12 milioni di schiavi attraversarono l’Atlantico: quasi la metà furono deportati da portoghesi e brasiliani, un quarto da britannici e un decimo da francesi.
Gli schiavi erano distribuiti nelle cosiddette “navi negriere”: uomini, donne e bambini erano stipati, in condizioni igieniche pessime e i viaggi duravano da uno a sei mesi a seconda delle condizioni atmosferiche. Infatti, circa 2 milioni di persone persero la vita durante la traversata.

Proprio il giorno dedicato al ricordo di queste tragedie, il 25 marzo 2026, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso di approvare una risoluzione che definirebbe la tratta degli schiavi come “il più grande crimine contro l’umanità”. Questa decisione non vuole attribuire colpe ai governi dei vari Stati, semplicemente invita a delle azioni riparative per il loro eventuale ruolo nella tragedia: scuse pubbliche, la restituzione di tutti quei beni rubati durante il periodo coloniale e, in generale, invita a riflettere sulle disuguaglianze e sul razzismo intrinseco nella società.
La schiavitù fu, infatti, da subito giustificata da delle ideologie razziste, che sostenevano l’inferiorità delle popolazioni africane. Questo razzismo non è mai scomparso dalle società occidentali: si è radicato nelle istituzioni, dando origine al razzismo sistemico, che oggi si manifesta in discriminazioni nel mondo del lavoro, violenza razziale e stereotipi culturali. Inoltre, ovviamente, la tratta contribuì alla ricchezza delle potenze europee e americane, mentre impoverì molti Stati africani, contribuendo a un’immagine “povera” dell’Africa, caratterizzata da delle disuguaglianze continue.
A proporre la risoluzione è stato proprio il Ghana, la cui popolazione fu una delle più colpite dalle tratte, ed è stata approvata da 123 paesi. Poi, 3 paesi hanno votato contro: Stati Uniti, Israele e Argentina. E ancora, 52 stati si sono astenuti: tra cui Italia, Germania, Spagna, Svizzera, Regno Unito.

I motivi dell’astensione dei vari paesi sono soprattutto il timore di una cosiddetta “gerarchia dei crimini”: definire la tratta degli schiavi come “il più grande crimine contro l’umanità” rischia di sminuire la gravità di altri eventi (come stermini, genocidi e guerre mondiali), creando una comparazione tra sofferenze difficilmente comparabili. Un’altra paura è quella di richieste economiche enormi e, infine, molti paesi europei sostengono che gli Stati attuali non possono essere ritenuti legalmente responsabili per governi passati.
Ancora una volta l’Italia, come gli Stati Uniti, Israele e altri, si è dimostrata neutra su una questione morale, di umanità, per la paura di prendere vere decisioni. Il dibattito si è concentrato sugli Stati moderni, sui costi, sugli interessi attuali, ma non sulle comunità africane colpite per oltre tre secoli e sulle conseguenze contemporanee. Questa rimozione non è solo politica, ma anche culturale: la tratta degli schiavi, anche nelle scuole, continua ad essere affrontata in modo superficiale; una storia di poche pagine, un capitolo chiuso, poco importante. Ma non si tratta di un passato concluso, anzi: il razzismo e gli squilibri sociali affondano le loro radici proprio in quella storia, e non comprendere il passato significa non comprendere nemmeno il presente. Evitare di approfondire questi temi significa costruire una memoria selettiva, che vuole rimuovere gli aspetti più scomodi e difficili.
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