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La libertà non è fare ciò che vuoi
di Marco Cardinale in dialogo con Marisandra Lizzi
Che cosa significa davvero essere liberi?
È una domanda che oggi sembra avere già una risposta pronta. Libertà viene spesso intesa come possibilità, come decisione, come capacità di fare ciò che si vuole. Eppure, se si osserva con attenzione, questa idea entra continuamente in contraddizione con la realtà.
Durante un incontro alla Biblioteca Cittadella Solidale di Parma, questa domanda è tornata al centro non come teoria, ma come esperienza. Non si trattava di spiegare un libro, ma di capire se ciò che si pensa regge quando viene messo alla prova nel dialogo.
Il punto da cui partire è semplice: il modo in cui pensiamo.
Nella nostra vita quotidiana tendiamo a immaginare. Costruiamo immagini di ciò che vogliamo che accada, proiettiamo scenari, anticipiamo risultati. Ho definito questo processo come una forma di “pittura”: disegniamo nella mente una realtà che ancora non esiste e poi agiamo come se fosse già data.
Il problema non è immaginare. Il problema è scambiare l’immaginazione per conoscenza.
Quando queste “pitture” vengono contraddette dai fatti - e accade continuamente - invece di correggere il nostro modo di pensare, tendiamo a fare un’altra operazione: giustificare. Non mettiamo in discussione ciò che abbiamo immaginato, ma cerchiamo spiegazioni che lo tengano in piedi.
È qui che si crea il primo scarto tra chi vive nella proiezione e chi cerca di comprendere.
Nella nostra conversazione è emersa una distinzione che non è accademica, ma pratica: quella tra un modo di pensare che immagina e uno che comprende. L’empirista, così l’ho definito, costruisce immagini e poi cerca di adattare la realtà a quelle immagini. Il razionalista, invece, non ha bisogno di proiettare: comprende come funzionano le cose e, a partire da lì, agisce.
Questa differenza si vede in modo molto concreto.
Chi immagina costruisce scenari e poi trova ostacoli, perché gli altri immaginano cose diverse e la realtà segue una necessità che non coincide con i nostri desideri. Chi comprende, invece, non ha bisogno di immaginare ciò che accadrà: individua ciò che è coerente e lo realizza. Non si tratta di prevedere il futuro, ma di operare nel presente.
Da qui cambia completamente il significato della libertà. La libertà non è fare ciò che si vuole. È sapere chi realmente si è. È auto-nomia, nel senso etimologico di governare se stessi. Nel senso di non dipendere da rappresentazioni che non abbiamo verificato. È la capacità di non essere trascinati da ciò che immaginiamo, ma di agire a partire da ciò che comprendiamo.
Questo punto ha aperto un altro tema, inevitabile, quello del potere.
Se le persone vivono dentro le loro “pitture”, se non distinguono tra immaginazione e realtà, allora diventa possibile orientarle. Non serve imporre, basta suggerire immagini convincenti. Il potere, in questo senso, non è solo forza, è gestione dell’immaginazione.
E questo è possibile solo in condizione di ignoranza.
Non ignoranza come mancanza di informazioni, ma come incapacità di verificare, di distinguere, di andare oltre la superficie. Per questo la risposta alla domanda sull’antidoto non può essere complessa. È semplice: studiare.
Studiare non per accumulare contenuti, ma per capire come funzionano le cose. Per non fermarsi al “come”, ma arrivare al “perché”, come fanno i razionalisti. La scienza descrive i fenomeni, ma esclude il perché. E senza il perché, la conoscenza resta incompleta.
A questo si collega un altro punto emerso nel dialogo, il rapporto tra cuore e ragione.
Oggi si tende a contrapporli, ma è una semplificazione. Il cuore è ciò che percepisce, che sente, che desidera. Ma da solo può sbagliare, può vedere il positivo nel negativo, può credere al falso. È la ragione che interviene, non per negare il cuore, ma per difenderlo.
“La ragione sono le armi del cuore” significa esattamente questo: dare al sentimento la capacità di non essere ingannato.
Non c’è una vera gerarchia, ma un equilibrio. Il cuore è più forte, ma senza una guida può perdersi. La ragione, invece, è ciò che permette di orientarlo, di non lasciarlo in balia dell’immaginazione.
Questo ha portato anche a un confronto sul corpo. Da una parte l’idea che le sensazioni vadano chiarite e ordinate, dall’altra la prospettiva che il corpo sia un luogo di conoscenza profonda, da attraversare.
A un certo punto, quasi per gioco, è stato chiesto al pubblico di scegliere una pagina del libro da cui ripartire. La scelta è caduta su una pagina che ha riportato esattamente al centro il tema della libertà, come se il percorso non potesse che tornare lì. Non perché fosse previsto, ma perché il pensiero, quando è coerente, tende a ricondurre ogni punto al suo principio.
Le domande del pubblico hanno fatto il resto. Tante, dirette, senza distanza. Molte erano per capire meglio. Alla fine resta una sola domanda, la stessa da cui tutto è partito. Che cosa significa essere liberi?
Non significa fare ciò che si vuole, significa non essere costretti a vivere dentro ciò che si immagina. Significa essere auto-nomi nel proprio modo di conoscere, significa, in definitiva, essere se stessi. Proprio la frase letta aprendo a caso il libro alla pagina scelta da una persona nel pubblico.
E questo non è un punto di arrivo. È un lavoro continuo.
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Marco Cardinale (1999) è uno studioso di filosofia che ha avviato il proprio percorso di ricerca durante gli anni del liceo, approfondendo in modo autonomo la metafisica classica e il pensiero di autori come Aristotele e Spinoza. È autore di Saggio sull’essere. Manuale della libertà (Arca Edizioni) e sta proseguendo il suo lavoro con nuovi scritti. Accanto agli studi, lavora per mantenersi, portando avanti una riflessione che mette al centro il rapporto tra conoscenza, libertà e vita quotidiana.


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